Brindisi
"Porto di pace"
Marika Del Zotti




Brindisi "Porto di pace" è il perfetto titolo per questo spazio che ci darà la possibilità di fare un tuffo nel passato attraverso la storia che la città conserva. Dalle colonne romane al monumento al marinaio, alla fontana Tancredi, alle mura della città, dai castelli e dalla casa di Virgilio fino ai posti meno conosciuti.
“Filia solis, ave, nostro gratissima cordi” sono le parole che Federico II di Svevia rivolgeva a questa terra che per lui era la figlia del sole. Raccontando la storia e ciò che ora questi importanti “documenti” rappresentano per Brindisi, impareremo ad amare e a saper criticare con coscienza la nostra città che ha tanto bisogno di essere scoperta e valorizzata.



       
   

 



Nuovo Teatro Verdi di Brindisi

Tra glorioso passato e significativo presente

 

Il Nuovo Teatro Verdi è a oggi, uno dei più imponenti d’Italia circondato da uno dei più grandi patrimoni storico-culturali che il mondo ci invidia e che purtroppo resta nascosto: resti di antiche città romane.

Nella città di Brindisi, il primo teatro comunale, dedicato a Giuseppe Verdi, nasceva sul Corso Umberto. La sua costruzione richiese nove anni (dal marzo 1892 al marzo 1901) e la sua superficie copriva 1300 mq. Il progetto fu originariamente affidato all’ing. Achille Sfondrini, ma fu rivisto e modificato da numerosi altri ingegneri tra i quali Pergolesi, Rubini, D’Ippolito e Calabrese. Ma a chi dedicarlo? Inizialmente l’idea fu quella di intitolarlo a Dante, il sommo poeta, poiché gli affreschi interni rappresentavano gli episodi della Divina Commedia.


Lo studioso Baldassarre Terribile, invece, propose di dedicarlo al musicista San Vitese, Leonardo Leo. Prevalse però l’opzione del giornalista Edoardo Pedio di intitolarlo a Giuseppe Verdi che era appena scomparso. Il primo spettacolo, tenutosi il 24 marzo del 1901 fu, infatti, un concerto di musiche di Verdi; l’inaugurazione della prima stagione avvenne invece nell’ottobre del 1903 con la rappresentazione della “Traviata”. Il teatro comunale che era ormai diventato motivo di orgoglio per i cittadini brindisini, fu però danneggiato durante la seconda guerra mondiale e più volte restaurato tra il 1949 e il 1951. L’ing. Ugo d’Alonzo allora, propose di demolirlo e costruirlo altrove. Infatti, nel luglio del ’51 una commissione confermò che il teatro non rispondeva più alle esigenze della città e che l’area in cui si trovava poteva essere utilizzata in altro modo. Nel 1959 fu ordinata la demolizione del “Verdi”.



Il sito dell’attuale nuovo teatro Verdi venne scoperto in maniera inaspettata. Nel 1964 emerse durante l’abbattimento di alcuni abitazioni fatiscenti sulle quali doveva nascere il nuovo Palazzo di Giustizia. Fu scelto dunque, di localizzare altrove la sede del Tribunale e di realizzare lì, sull’importante area archeologica, il nuovo teatro comunale. Il progetto fu affidato nel 1966 all’architetto Enrico Nespegna che ideò il “Teatro sospeso”. La storia della costruzione di questo teatro però, non fu delle più felici; infatti, la realizzazione è stata accompagnata da continue sospensioni dei lavori da parte della Soprintendenza per i Beni Archeologici di Taranto a cui appartiene ancora oggi. Finalmente, dopo anni di silenzio e di continui rinvii il Nuovo Teatro Verdi fu inaugurato il 20 dicembre del 2006 con un concerto diretto da Riccardo Muti: dopo mezzo secolo la città ha riscoperto il grande teatro.


Una gigantesca palafitta di acciaio di 40 mila metri cubi di volume e 500 metri quadrati di superficie si impone solenne allo sguardo esterno e preannuncia la bellezza del suo interno. Il teatro può ospitare 995 spettatori (658 in platea e 337 in galleria) e il suo palco è uno dei più ampi d’Italia. Oggi il teatro, grazie alla eccellente professionalità degli operatori della "Fondazione" - www.fondazionenuovoteatroverdi.it - ha un’intensa attività durante le stagioni nelle quali vengono proposte grandi opere con i più grandi rappresentanti del palcoscenico italiano e i numerosi progetti destinati ad avvicinare giovani e bambini a questo magico mondo.
Ma, la cosa che fa grande questo teatro è che è l’unico al mondo a essere sospeso sugli scavi archeologici della città romana, scavi questi che hanno portato alla luce una strada lastricata di età repubblicana, resti di abitazioni e pavimenti a mosaico, un complesso termale e sculture marmoree.



Questi resti, insieme con quelli ritrovati nelle zone limitrofe hanno dimostrato come l’area di S. Pietro degli schiavoni (quella dove è situato il teatro) e le zone circostanti rappresentavano il centro della brindisi romana. Ma, come spesso accade - e Brindisi è piena di esempi del genere - accanto alla grandiosità della struttura teatrale convive una parte archeologica che, le poche volte in cui è aperta, non consente ai visitatori di apprendere a pieno la magnificenza di quegli scavi. Manca, infatti, il materiale illustrativo - depliants, mappe - di questi resti che consentirebbero per lo meno, a coloro che non sono pratici del settore di non ammirare solo sterili pietre.
La storia che vi è dietro è quella che ha reso Roma e con essa Brindisi e l’Italia intera caput mundi e meriterebbe di essere ricordata in tutte le sue forme. (Marika Del Zotti)

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Il romanico in Puglia: Santa Maria del Casale

Chiaro esempio dell’ultima fase del romanico pugliese è la chiesa di Santa Maria del Casale

 

Leggende narrano che in quel luogo si sia soffermato San Francesco d’Assisi di ritorno dall’Oriente; si dice che un ragno avesse ricoperto con la sua tela l’immagine della Vergine e che dopo le parole del santo questo abbia disfatto la tela per rendere visibile l’affresco. La storia comunque racconta che agli inizi del XIV secolo, per la bellezza del posto, il vescovo di Brindisi vi creò una dimora estiva per il clero chiedendo a Carlo II, re di Napoli, che gli fosse concesso un modesto appezzamento di terreno per la costruzione di un edificio ecclesiastico accanto alla cappella già esistente. Non si conosce con esattezza la data dell’edificazione della chiesa ma il più antico riferimento ad un luogo di culto nella zona risale al 1300; a prova di ciò alcuni documenti attestano che la chiesa nel 1310 fu utilizzata come cancelleria nel processo contro i templari del Regno di Sicilia.


Nel febbraio 1319 il principe di Taranto Filippo I, figlio di Carlo II d’Angiò, fece edificare un altare per sé e per la sua famiglia e nel 1325 donò alla Curia di Brindisi il casale del Principato. Nonostante ciò la chiesa fu sì favorita ma non edificata dalla casata d’Angiò. Fino al XVI secolo rimase sotto l’egida dei principi di Taranto.

Nel 1568 l’arcivescovo di Brindisi Giovanni Carlo Bovio cedette l’intero complesso al padre provinciale Bonaventura da Lecce che trasformò la chiesa nel primo cenobio di Terra d’Otranto. Dal XVII il complesso cominciò ad essere trascurato e deturpato; durante un’epidemia nel Salento fu adibito a lazzaretto e i meravigliosi affreschi furono coperti di calce e dimenticati. Nel 1866 i Padri riformati lasciarono la chiesa e si procedette al recupero degli affreschi; i lavori proseguirono per anni fino al 1912.



Dopo le guerre mondiali, nel 1954 il Genio Civile di Brindisi ha provveduto alla riparazione dei danni bellici e la Sovrintendenza ai Monumenti della Regione ha iniziato i primi restauri che si sono protratti fino al 1987. Con l’avvento del Giubileo 2000 la Chiesa ha subito un nuovo restauro sia nei paramenti murari che negli affreschi. Lo stile architettonico è quello romanico, la struttura infatti, ha un impianto a croce latina con un'unica e ampia navata (una tipologia appartenente principalmente agli ordini mendicanti poiché atta ad accogliere grandi masse di fedeli). L’orientamento spaziale segue l’asse Est-Ovest così da permettere al sole nascente di illuminare l’interno. La sua struttura a capanna esalta l’eleganza del fabbricato nobilitato ancor di più dalla cromia della cortina muraria in arenaria bianca e carparo dorato. Caratteristico è il protiro pensile che si stacca per circa due metri dal suolo e nel suo corpo di fabbrica riproduce la dorma dell’intera facciata.


Chi entra nota subito, infatti, la diversa qualità degli affreschi e il loro diverso stato di conservazione tuttavia colpisce subito all’occhio la vastità di temi riprodotti. I più importanti cicli pittorici presenti sono quello situato sulla parte interna della facciata e che in quattro fasce parallele sviluppa il Giudizio Universale: nella prima si trova il Cristo giudice accompagnato dalla corte celeste; nella seconda vi è “Etimasia Tu Trono” con accanto Adamo ed Eva; nella successiva invece è riprodotta la misurazione delle anime e nella quarta, divisa dal portale, a destra la raffigurazione dell’inferno e a sinistra quella del Paradiso. Nella parete nord della navata invece si trova l’Albero della Croce dove al posto dei rami si trovano dodici cartigli e si sviluppano due fasce a medaglioni che accolgono le figure degli apostoli. Ai lati del Cristo vi sono alcune insegne gentilizie tra le quali figura quella angioina a ricordare la devozione che legò la casata alla Chiesa.


Nella zona presbiteriale poi, vi sono le storie di Caterina, santa e martire di Alessandria d’Egitto. Su una delle semicolonne si delinea la figura di S. Nicola da Tolentino e sull’altra quella di San Paolo. Nella suggestiva volta a crociera sono riprodotti l’Annunciazione, la Presentazione al tempio, la Visita dei re Magi e il Sogno di Giuseppe. Infine sono rappresentati soggetti vari fatti dipingere per devozione. Annesso alla chiesa vi è il magnifico convento concesso da mons. Carlo Bovio ai frati Minori della Regolare Osservanza che adattarono le celle del convento alla vita monastica costruendo piccoli locali con volte a botte affrescate con medaglioni che riproducevano i compagni di S. Francesco, i martiri del Marocco e alcuni distici latini di padre Bonaventura.
Il convento subì la prima soppressione degli ordini religiosi nel 1811 ma i Minori ritornarono con decreto reale nel 1824 fino al 1867 quando la comunità venne sciolta e il convento passò al demanio.


Molto importante per la chiesa infine è il culto di Maria Bambina; durante il conclave del 1242 i cardinali fecero voto alla Vergine che, se fosse stata realizzata un’elezione papale all’unanimità avrebbero proclamato una festa generale in onore della sua natività (l’8 settembre). A Brindisi il simulacro arrivò il 2 settembre del 1957 all’arcivescovo mons. Nicola Margiotta ed è tuttora conservata nella chiesa. Oggi la struttura conserva ancora il suo fascino; il suo interno anche se apparentemente spoglio, è ancora ricco di affreschi. Il chiostro annesso invece, mentre qualche anno fa era accessibile, oggi a causa della mancanza di fondi ha perso la sua bellezza e si trova in un grave stato di abbandono e degrado. Un vero peccato poiché proprio per il suo scenario e l’atmosfera che regalava era un perfetto luogo di raccoglimento e meta favorita per i turisti che dall’aeroporto andavano in città. (Marika Del Zotti)

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Brindisi: l
a fontana "Tancredi"

Il ricordo di un grande popolo

 

Fuori dalle mura della città e lungo l’antico percorso della via Appia si trova la fontana Tancredi o fontana Grande.

Si ritiene in realtà che una fontana esistesse già nel periodo romano; quella che vediamo oggi fu costruita solo nel 1192 per volontà di Tancredi, l’ultimo re normanno di Sicilia, in occasione delle nozze tra suo figlio Ruggero e la principessa Irene Angelo, figlia dell’imperatore bizantino Isacco II (conosciuta anche come Urania di Costantinopoli). Nella stessa occasione Ruggero fu investito a sovrano e un’incisione sul monumento lo ricorda. Nel 1540 la fontana fu restaurata grazie all’intervento del governatore della Terra d’Otranto, Ferrante Loffredo; furono anche aggiunti gli stemmi della città di Loffredo e Carlo V. Altri due restauri sono datati 1828 e 1998.

La fontana, costruita al ridosso di un’altura naturale e sovrastata da un boschetto di pini, è caratterizzata da due “garitte” con le curiose cupolette moresche unite da una grande vasca per la raccolta dell’acqua che sgorga dalla bocca di alcune teste scolpite nel marmo. Sul frontale sono inseriti stemmi gentilizi tra i quali, a sinistra, quello di Loffredo; al centro, sulle epigrafi, lo stemma della città di Brindisi: una testa di cervo con le due colonne della via Appia sovrastate da una corona. Tre grandi vasche raccoglievano l’acqua tra le due costruzioni. Nel vicino giardino privato è possibile ammirare anche la “Fontana di Monsignore” attiva già nel XVI secolo ed alimentata da vicine fonti sorgive; era stata realizzata per l’irrigazione dei bellissimi giardini di proprietà dell’episcopato. Si narra che la fontana fosse usata dai crociati per l’abbeveramento dei cavalli, ma non è da escludere che vi abbiano trovato ristoro viandanti e pellegrini provenienti da ogni parte d’Europa che nel rifocillarsi ammiravano da un lato gli emblemi dei casati di cui la fontana ne rimanda il ricordo e dall’altra la parte terminale del seno di ponente. (Marika Del Zotti)


I Normanni nell'Italia meridionale. Essi erano un misto di popolazioni della Scandinavia; di origine germanica, erano dotati di una propria cultura ed abituati a navigare nel mar Baltico e nel mare del Nord. Furono culturalmente una popolazione versatile e aperta al nuovo. Questa particolare caratteristica li portò ad occupare territori europei tra loro eterogenei. Dopo l’insediamento in Normandia si riversarono infatti in Inghilterra, Francia, Italia meridionale e Regno di Sicilia. Nel 1072 Ruggero Bosso d’Altavilla arrivò a Palermo e creò lo stato più grande e longevo d’Italia: il Regno normanno di Sicilia. Gli succedette Ruggero II che estese il dominio in tutta l’Italia meridionale con l’aggiunta del Ducato di Napoli. Quando Ruggero II morì, gli seguirono Guglielmo I e Guglielmo II (il Buono). Alla morte di Guglielmo il Buono vi fu un problema di successione; in punto di morte Guglielmo avrebbe indicato come discendente la zia Costanza d’Altavilla ma una parte della corte, sperando nell’appoggio papale, fece salire al trono nel 1189 Tancredi. Nello stesso anno l’imperatore Enrico VI di Svevia, dopo aver sposato Costanza volle conquistare il regno. Ci riuscì solo dopo la morte di Tancredi nel 1194. Il Regno di Sicilia comunque, nato nel 1130 sopravvisse per oltre sette secoli fino al 1860 quando, venne annesso al Regno di Sardegna. Brindisi fu annessa al regno solo nel 1170; la città sotto il dominio normanno recuperò lo splendore che la caduta dell’Impero romano, le varie dominazioni(goti, longobardi, bizantini) e i ripetuti saccheggi da parte dei saraceni avevano logorato. Dal porto cominciarono a salpare le navi dei crociati e i pellegrini per la Terra Santa oltre alla folla di mercanti e avventurieri diretti in Oriente. Inoltre furono costruiti molti monumenti, alcuni dei quali è possibile ammirare ancora oggi come: la Chiesa di San Benedetto, la Chiesa della SS. Trinità e la Cattedrale.


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San Benedetto: la bellezza della semplicità

Un tesoro culturale da valorizzare

 

La chiesa di San Benedetto è la più antica tra quelle Brindisine, esisteva già nel 1089 ed era dedicata a Santa Maria Veterana.

La prima attestazione risale infatti all’atto di donazione della stessa da parte del conte Goffredo, signore di Brindisi, che beneficò il monastero delle Benedettine (annesso alla chiesa).

Quando nel 1866 le Benedettine lasciarono il monastero, la chiesa con l’antico chiostro fu consegnata all’arcivescovo di Brindisi così da diventare poi nel 1877 sede della parrocchia vicariale.



La struttura da parallelepipedo ha una modesta mole ed è accompagnata dalla sovrastante sagoma del campanile. La torre, di stile romanico, (XI sec) è a base quadrata e ha pilastri angolari e lesene mediane; la cella campanaria è costituita da trifore falcate e colonne cilindriche, l’ultima parte in alto invece è più recente e risale al XVIII. Ultimamente sono state rinvenute delle incisioni in latino sulle travi che reggono le campane. Vi si accede attraverso una ripida botola nella parte retrostante la chiesa dove anticamente viveva il sagrestano con la famiglia. Nel fianco vi è il portale incorniciato da una fascia intagliata a intrecci viminei; sull’architrave sono riprodotte scene di caccia: uomini con tuniche trafiggono leoni e un drago alato; in realtà originariamente la chiesa aveva un prospetto diverso, infatti, quando nel 1700 fu abbandonato il vecchio monastero per la costruzione del nuovo fu occlusa l’originaria facciata da cui fu smontato il portale e ricostruito poi sulla facciata destra.



All’interno, la chiesa è divisa in tre navate e in quattro campate da colonne di marmo grigio e da rocchi puntellati da muratura in tufo. Il capitello della prima colonna a sinistra (navata centrale) rappresenta un leone, un bue e due arieti con un’unica testa dalle grandi corna arcuate in comune.


Nei lavori di restauro del 1948/1958 furono sottratti alla chiesa: due altari barocchi, gli stucchi in finto marmo e l’antico organo di cui oggi possiamo vedere solo pochi resti sulla parete e una ripida scala che veniva usata per accedervi.
Attraverso il locale adiacente, nel quale vi è esposto un reliquiario, si accede al famoso chiostro circondato dall’antico monastero che oggi purtroppo è abbandonato. Da una scala che collegava il monastero al chiostro infatti le Benedettine accedevano alla chiesa. Questo cortile è cinto da un ambulacro a quadrifore con colonnine in marmo greco sfaccettate e capitelli a stampella; alcuni rappresentano motivi zoomorfi, altri invece sono palmiformi.

Ancora oggi, nonostante il caos urbano, è il luogo perfetto per la lettura e la meditazione poiché immerso nel silenzio, concedendo un forte senso di tranquillità.


Durante i vari lavori di ristrutturazione sono stati scoperti resti di colonne e tombe romane che oggi sono tranquillamente visibili anche all’interno dell’edificio. Dei bellissimi affreschi che ornavano la Chiesa e il Chiostro rimangono solo pochi resti tra i quali l’annunciazione e la crocifissione.

Oggi la chiesa, è aperta al pubblico; il sig. Gustavo che da ben 11 anni ormai si dedica con passione alla cura di questo “santuario” di bellezza ci racconta con rammarico che in molte guide turistiche “San Benedetto” non viene riportata escludendo un importante pezzo della storia brindisina.

Un vero peccato poiché, pur non essendo ricca a livello architettonico (perché nata come chiesa annessa ad un monastero), la sua vera bellezza sta nella semplicità di cui è ricoperta.


“La soluzione potrebbe essere quella di mettere a disposizione dei turisti una guida fissa; molti infatti entrano, guardano la chiesa e vanno via senza conoscere nulla di essa; il chiostro e la parte retrostante, vengono aperti solo per le visite precedentemente prenotate per non rischiare di lasciarli incustoditi e quindi di rovinarli” ci dice Gustavo che pur non essendo una guida di professione racconta ai turisti la particolare storia di questo monumento.. Un particolare ringraziamento al parroco don Massimo. (Marika Del Zotti)

Visualizza la chiesa di San Bendetto nell'itinerario turistico della città
proposto dalla redazione di Brindisi & Italia News

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Brindisi, il castello Alfonsino o "Forte a mare"

Il castello dei sogni.....

 

Nel 1481 Alfonso II d’Aragona, sotto ordine del padre Ferdinando, costruì sull’isola di Sant'Andrea una fortezza in grado di poter difendere il porto e la città con un minor dispendio di soldati.
Il castello Alfonsino nasce dunque come una semplice rocca (dove vi era la stanza del re). Quattro anni dopo, Ferdinando I fece iniziare l’opera di ampliamento della fortezza che assunse l’aspetto di un vero e proprio castello fortificato. Il vecchio castello fu poi implementato con un bastione triangolare verso il mare aperto e con un bastione circolare verso l’interno del porto (questa conformazione era legata alla strategia militare; infatti, al tiro di artiglieria da mare opponeva con i suoi lati sfuggenti una maggiore resistenza e la sua sagoma riduceva i danni provocati dalle mareggiate).


Filippo II d’Austria nel 1583, ritenendo imprudente lasciare parte dell’isolotto alla mercé di chiunque volesse sbarcarvi, progettò un secondo ampliamento, quello del forte. Inizialmente il collegamento tra il forte e il castello fu costruito da un ponte in pietra; con il tempo gli ingegneri si resero conto che era troppo pericoloso e decisero di creare un ponte levatoio in legno. Il nuovo forte assunse la forma triangolare. Il caratteristico porto interno si formò solo con la successiva costruzione dell’antemurale. L’esame dei rilievi mostra tre piani; il primo livello è costituito da ampie gallerie coperte a botte che rivelano una complessità di spazi, nascosta dal tozzo volume esterno. Al primo piano vi è un ampio salone, adibito forse alle grandi riunioni, circondato da altri locali che attraverso spazi più piccoli hanno lo stesso andamento curvilineo del piano terra. Il terzo livello è sempre costituito da un ampio spazio corrispondente a quello inferiore e rastremandosi forma una grande terrazza di copertura della torre.


Nel 1753 Carlo III di Borbone divenne re delle due Sicilie; dopo di lui il trono passò a Ferdinando IV di Napoli, Francesco I, Ferdinando II e infine a Francesco II poco prima dell’Unità d’Italia.

Nel secolo successivo castelli e fortezze persero il loro ruolo difensivo, Forte a Mare divenne un lazzaretto e il castello, la sede di un faro e durante la I Guerra Mondiale deposito di mine per conto della Regia Marina italiana.

Nel 1984 la Marina Militare abbandonò la struttura che venne affidata alla Soprintendenza regionale ai Beni Ambientali, Culturali e Storici.
(Marika Del Zotti)



Oggi il castello si trova in stato di decadimento, nonostante poco tempo fa sia stato aperto al pubblico. Già dall’entrata regnano sovrani la spazzatura e il pericolo; una strettoia ai cui lati vi è il mare ci conduce all’ingresso; è il giorno di apertura eppure all’entrata non c’è nessuno. Tutto l’edificio sembra essere un cantiere, non ci sono indicazioni, né guide che spieghino la sua storia; subito sulla sinistra una chiesetta abbandonata, con delle iscrizioni oramai rese quasi illeggibili dal tempo e dall’umido. Il forte dove sono state costruite delle stanze qualche anno fa, è invaso dalla sterpaglia. Una traballante passerella in legno ci fa attraversare il porto interno per entrare nell’atrio del castello vero e proprio; le enormi stanze sono nude e buie e ancor peggio vi sono: vetri rotti, polvere e cavi elettrici in mostra. Il tutto dunque molto pericolante e…aperto al pubblico! Intanto per visitare il castello bisogna munirsi dello spirito di "Indiana Jones” e lanciarsi all’avventura; per di più il prossimo 22 giugno ospiterà il convegno “Solis Statio. Miti e leggende”; come può quell’edificio essere visitabile e per di più ospitare un evento del genere? L’incuria in cui verte rispecchia l’indifferenza delle istituzioni per il turismo; come si può pretendere che questo incrementi se ci adagiamo solo sulle grandi bellezze che abbiamo senza preoccuparci di valorizzarle e renderle presentabili?
Il Castello Alfonsino è uno dei più belli, affascinanti e antichi castelli che esistano; entrandovi oggi, si vede una bellezza logorata dal degrado. Solo un occhio innamorato e sognatore può vedere quello splendore che ha sempre avuto e che può ancora avere. Tocca a noi ora, prendere coscienza di ciò che abbiamo, amare la nostra storia e i nostri monumenti; solo così possono cambiare le cose.
(Marika Del Zotti)

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Il tempio di San Giovanni al Sepolcro, tra mistero e realtà

Pietra miliare della storia brindisina è il tempio di San Giovanni al Sepolcro,
oggi una delle principali fonti di turismo della città

 

L’edificio, ubicato nel centro urbano, tra le caratteristiche stradine, originariamente fu edificato dai Normanni, che si interessarono molto a questo insediamento già dalla conquista avvenuta nel 1071.

Il tempio risalente all’anno 1112 o 1128 (in cui si ha la prima attestazione scritta) è la più fedele replica dell’Anastasis del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Come quest’ultimo, infatti, è a pianta circolare.
L’anello centrale, formato da otto colonne, è raccordato alle corrispondenti semicolonne dei muri perimetrali tramite archi a tutto sesto. Colonne e semicolonne poi, reggono capitelli di vario genere, da quelli corinzi a quelli cubici a quelli di ascendenza nordica e uno bizantino con foglie d’acanto.


Originariamente vi erano 3 entrate, delle quali una oggi è stata murata mentre quella principale è diventata la secondaria pur essendo la più preziosa in quanto le figure sono intagliate direttamente nella pietra di costruzione.

Il portale che oggi accoglie il pubblico ha un architrave in marmo decorato con fogliami d’acanto e sormontato da un protiro sostenuto da leoni stilofori che si guardano.

I leoni, nella simbologia antica sorvegliavano la purezza delle persone che entravano nei templi e, il fatto che questi due siano l’uno rivolto verso l’altro, rafforza il senso del loro compito.




Il capitello di destra rappresenta dei volti umani i cui orecchi vengono morsi da uccelli mentre quello di sinistra ha le rappresentazioni di alcune danze che testimoniano con l’altro il contrasto tra bene e male (presente in tutto il portale).
Sul fronte degli stipiti marmorei invece, a sinistra vi è un guerriero con uno scudo ovale e appuntito verso il basso (tipico dei guerrieri normanni) , la lotta tra il toro e il leone e il leone e il cervo che riprendono il tema della contrapposizione bene/male.
A destra invece vi è rappresentato Sansone che spezza le fauci al leone con la sola forza delle braccia.
Come tutti sanno, il tempio è stato costruito sopra i resti di una domus romana, della quale oggi si può ammirare solo parte dell’atrio, a testimonianza della storia passata tra quelle mura.



Una leggenda vuole che il normanno Boemondo ordinò la costruzione della chiesa prima di partire con i Crociati da Brindisi e che questa sia a pianta circolare proprio come quella che di Santa Maria Maggiore di Lucera e quella di Santa Lucia a Perugia.

Non tutti sanno però che il tempio è avvolto nel velo di mistero che la storia dei cavalieri Templari porta con sé. Sono infatti presenti numerosi simboli templari come la croce di Lorena o il cerchio con il centro; l’ultimo ritrovato su una colonna è il “nodo di Salomone”.

Sicuramente il tempio è uno dei più amati beni monumentali a livello cittadino e non solo.


Nel 2010 sono stati registrati 10.000 visitatori e in questi primi mesi del 2011 siamo già a 3.000. Dati importanti che vengono confermati dal responsabile che ci accoglie con squisita cortesia e vera professionalità, Angelo De Luca (nostra guida durante la visita n.d.r.). Numeri che soddisfano chi svolge questa attività per passione e per amore del proprio territorio e che tende ad accogliere i tanti visitatori con scrupolo professionale. E così ci si discute sulle numerose scuole elementari, medie e spesso anche superiori che puntualmente visitano il sepolcro; molti turisti, specialmente americani, rimangono incantati da questo capolavoro di storia. Mentre parliamo, già tre coppie di turisti entrano a visitarlo (di lingua inglese e francese n.d.r.); una di queste proveniente dal Belgio, in un italiano un po’ maccheronico ci dice che l’edificio è qualcosa di meraviglioso. (Marika Del Zotti)



I Cavalieri Templari

I Cavalieri Templari furono un ordine cavalleresco monastico che influenzando la società e lasciando segni indelebili segnò le sorti del Medioevo; nascono con lo scopo di difendere i pellegrini in Terra Santa e perciò si collocano nel periodo delle Crociate, quando una volta conquistata Gerusalemme, l’esercito Crociato la lasciò senza protezione. Nell’anno 1119 nove cavalieri si presentarono al Re di Gerusalemme Badolvino II per giurare protezione per i pellegrini. Con il passare del tempo i cavalieri crebbero di numero e formarono un vero e proprio codice che vietava qualsiasi contatto con le donne, la caccia e ogni forma di divertimento.
Essi, si assicurarono fama e approvazione da parte del popolo e delle autorità fino al XIV secolo, quando Filippo IV il Bello fece arrestare migliaia di Cavalieri Templari e ne fece torturare la stragrande maggioranza; alla fine di questo processo l’ordine fu considerato fuorilegge.
Negli “anni d’oro” della loro storia comunque, i Templari si insediarono in tutto il mondo; in Puglia non abbiamo molte testimonianze dell’Ordine forse per la poca mancanza di risorse idriche e la scarsa possibilità di sviluppo agricolo.
Uno dei centri preferiti dai Templari nel meridione Italiano rimane comunque la città di Brindisi, dove si insediarono in età Normanna.
Sicuramente di notevole importanza era considerato il porto della città dove svernavano le Navi templari e dove venivano fatte le riparazioni.
L’attuale Casa del Turista, potrebbe essere stata eretta proprio da loro allo scopo di arsenale (ipotesi sostenuta dalla croce potenziata visibile nella chiave di volta dell'arco all’ingresso).
Alcuni documenti testimoniano la presenza della domus templare ubicata nella chiesa di San Giorgio del Tempio, dove oggi si trova la stazione ferroviaria e dove appunto vi è un bastione denominato San Giorgio.
Per molti anni è stato ritenuto, erroneamente, edificio templare il Portico dei Templari sito in piazza Duomo, che in realtà appartiene al palazzo signorile della nobile famiglia De Cateniano.
A Brindisi infine il 15 maggio 1310 nella chiesa di Santa Maria del Casale, si tenne il processo ai Templari del Regno di Sicilia.
Nel 1312 i beni Templari passarono ai cavalieri di San Giovanni.

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Speciale Regata Brindisi - Corfù. Un percorso tra le bellezze di Brindisi

Concedersi qualche ora in più per ammirare la città

 

Anche quest’anno le banchine del porto di Brindisi ospiteranno più di cento imbarcazioni per la regata Brindisi-Corfù. Un evento assolutamente da seguire, che porterà in città anche un gran numero di turisti. Cosa fare nei giorni precedenti la regata?

Già dalle barche ci si può soffermare a guardare lo scenario che si presenta: con le spalle al molo, a sinistra il Seno di Ponente del porto, di fronte, in lontananza e in mezzo al mare, il magnifico Castello Alfonsino (detto anche forte a mare) e a destra il Seno di Levante.

Guardando la banchina, invece, osserveremo la meravigliosa Scalinata Virgilio che porta all’omonima piazza a destra della quale si troverebbe la casa del poeta e le famosissime Colonne Romane; in realtà oggi ve n’è solo una, superstite del crollo del 1528. Sulla sommità della colonna vi è una copia del capitello originale che è custodito e ammirabile presso Palazzo Granafei-Nervegna.


Percorrendo via Colonne si attraversa l’arco della torre campanaria, risalente al XVIII secolo con stemma dell’arcivescovo G.B. Rivellino e si sbuca in Piazza Duomo che, ricca com’è di numerosi monumenti, concede l’illusione di tornare indietro nei secoli per rivivere le passeggiate, le conversazioni e le faccende svoltesi lì nei tempi addietro. Prima fra tutti salta all’occhio la Cattedrale che conserva le spoglie di San Teodoro, patrono della città. Cattedrale di cui oggi “guardiamo” solo alcuni resti di quella originale crollata nel 1743 a seguito di un terremoto e che il clero decise poi di ristrutturare secondo il gusto dell’epoca.

Nella stessa piazza, troviamo a sinistra il Palazzo Arcivescovile e il Palazzo del Seminario, che sono sedi dell'arcidiocesi di Brindisi-Ostuni retta in questi anni da Monsignor Rocco Talucci. A destra dopo l’imponente campanile vi è il Museo Provinciale istituito nel 1956 e dedicato a Francesco Ribezzo, studioso della civiltà messapica. Il Museo, al suo interno ha numerosissimi reperti che aiutano i visitatori a meglio comprendere la storia della città di Brindisi. Adiacente al Museo vi è il cosiddetto Portico dei Templari dell’XI secolo.

Da piazza Duomo, avremo occasione per scegliere due percorsi: il primo, attraverso via Duomo ci porterà nella piazza del “Teatro Verdi” unico teatro al mondo a essere costruito “sospeso” su antichi reperti archeologici visitabili ogni mattina. Nella stessa piazza, trovasi Palazzo Granafei-Nervegna che, oltre ad essere il palazzo di rappresentanza del governo della città, ospita grandi mostre ed è il sito della versione originale del “capitello della colonna romana”. A poca distanza, in via Casimiro, altro sito archelogico testimonia un passato di diffuse presenze romaniche e messapiche.

Ritornando a piazza Duomo, via Tarantini ci condurrà al secondo percorso e ci accompagnerà allo straordinario “Tempio di San Giovanni al Sepolcro” e nella medioevale Chiesa di San Benedetto, nelle cui vicinanze si trova anche Piazza Santa Teresa al centro della quale si trova il Monumento ai Caduti, opera dello scultore brindisino E. Simone, sul quale si legge: “Brindisi ai suoi figli caduti per la Patria 1915-1918”. A sinistra della Piazza c’è la Chiesa di Santa Teresa edificata nella seconda metà del XVII secolo ed esempio di architettura barocca.

Suggestivo, affacciandoci dalle possenti mura, lo spettacolo del Seno di Ponente del porto e del Castello Svevo che attualmente ospita un reparto della Marina Militare. Continuando a percorrere via De Leo incontriamo Via de’ Vavotici alla fine della quale c’è la Chiesa di San Paolo, che apparentemente spoglia è forse la più bella della città. A destra una lunga discesa ci porta a costeggiare le scalinate di Piazza Santa Teresa. Volgiamo lo sguardo a sinistra, siamo di nuovo al porto!

Ecco, in breve tempo siamo riusciti ad osservare alcune bellezze della città, ma Brindisi è madre di tanti altri “reperti storici” per cui vale la pena perdere qualche ora in più e citiamo la pluri osannata chiesa medioevale di Santa Maria del Casale che insieme al Castello Alfonsino e al Monumento al Marinaio d’Italia, si trova sull’altra sponda del porto raggiungibile attraverso il servizio navetta “motobarca” effettuato di continuo via mare. E' altresì raggiungibile con lo stesso mezzo, il porticciolo turistico della città che in un incantevole scenario marino, offre assistenza ai tanti appassionati di barche. (Marika Del Zotti)


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Brindisi: le colonne romane,
un'origine misteriosa..

 

Punto di partenza perfetto per questo percorso, sono le Colonne Romane che ci danno lo spunto per iniziare a parlare del grande passato di Brindisi…

Le colonne inizialmente due, divennero come noi le conosciamo solo nel 1528 quando inspiegabilmente una delle due franò. I rocchi della colonna crollata furono donati ai leccesi perché erigessero la colonna di S. Oronzo, sperando di far cessare così la peste.

Sul basamento della colonna rimasta a Brindisi vi è inciso: «Lupo Protospata, illustre pio e splendido per le azioni benefiche, ricostruì dalle fondamenta questa città, che gli Imperatori magnifici e benigni... ». Il resto della frase si trovava probabilmente sull’altra colonna.

L’origine di questo monumento è però avvolto nel mistero. Per i caratteri stilistici del capitello raffigurante i busti di Giove, Nettuno, Pallade, Marte e i Tritoni, è presumibile datarne la nascita nel periodo imperiale romano ossia intorno al I-III sec. d.C.

La credenza comune vuole che le colonne fossero erette per segnare la fine della Via Appia. Non tutti sanno però che ci sono altre supposizioni, la prima è che le colonne nacquero in onore di Ercole padre di Brento (il leggendario fondatore della città). A testimonianza di ciò, le colonne in Africa e in Spagna che segnavano all’epoca la fine del mondo conosciuto.
Un’altra credenza vuole che le colonne trovandosi in un luogo elevato servissero come punto di riferimento per i naviganti che entravano nel porto.

Qualunque sia l’origine di questo monumento, le colonne sono sempre state il segno della grandezza di Brindisi e anche ora caratterizzano la città nell’ immaginario comune; ecco perché probabilmente “recuperare” la colonna mancante da Lecce, come spesso è stato detto, cancellerebbe parte della storia del monumento e l’immagine che da secoli contraddistingue la nostra Brindisi. (Marika Del Zotti)

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Il museo archeologico di Brindisi, un tuffo nella storia

Un percorso illustrato che trasporta nella magia della storia di Brindisi

 

Il Museo archeologico di Brindisi, intitolato a Francesco Ribezzo, archeologo e glottologo illustre (1875-1952), fu istituito nel 1884 nel Tempio di San Giovanni al Sepolcro per volontà dell’arcidiacono Giovanni Tarantini.
Quando però nel Novecento il Tempio divenne troppo piccolo per ospitare i numerosi reperti, l’Amministrazione Provinciale di Brindisi formulò la proposta di aprirne uno nuovo e così nel luogo del vecchio Ospedale civile nacque nel 1948 il museo che noi oggi conosciamo.

Il Museo Archeologico è sito in Piazza Duomo a Brindisi ed è possibile visitarlo gratuitamente nei giorni dal martedì al sabato dalle 9.30 alle 13.00 e dalle 15.30 alle 18.30 – Telefono 0831 - 565501


Ad accompagnare il team di Brindisi & Italia News in questo tour esclusivo è la dottoressa Angela Marinazzo, archeologa nonché ex direttrice dello stesso e attuale sovrintendente onorario della struttura.

Il percorso istituito dal museo prevede la visita di diverse sale, divise in settori, che partendo dall’età preistorica giungono a raccontarci la storia fino alla tarda età romana.


La visita ha inizio nel porticato e nell’atrio dove tra il verde dei rampicanti sono situati alcuni ceppi d’ancora in piombo, sculture e resti di sarcofagi; all’interno alcuni pannelli tradotti in inglese e in tedesco illustrano la storia del museo.
Sullo stesso piano si trova la prima sala, quella delle collezioni private, seguita da quella delle suggestive statue, bellissime e possenti. Un’altra zona, partendo dai reperti preistorici, arriva a mostrarci quelli di età messapica; una ricostruzione della Via Appia ci conduce nella sala dedicata al foro, arricchito dai busti di personaggi illustri e divinità. Lungo il percorso sono esposti pavimenti a mosaico ed elementi di arredo delle case romane.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




La successiva sala è quella dedicata alle necropoli dove vi è un grande plastico che riproduce fedelmente lo scavo di quella trovata al quartiere Cappuccini. Le ultime sale poi, sono quelle dedicate al mare, protagonista dello scenario brindisino che nasconde in sé numerosi reperti come i famosissimi bronzi e altri ritrovamenti provenienti da imbarcazioni che per ragioni economiche e per problemi di conservazione non possono essere estratte dal fondale.


Suggestiva è la ricostruzione in scala della prua di una nave che sembra essere attraccata ad una banchina, luogo perfetto per esporre le anfore e i resti delle navi.
Una gigantografia intitolata: “Le rotte del mediterraneo” sbalordisce chiunque la guardi perché mostra chiaramente il ruolo centrale svolto dal porto di Brindisi nell’antichità. Un percorso emozionante e ricco di beni che aiutano a ricostruire gli usi e i costumi della “brundisium” delle antiche civiltà..


Il tutto, attraverso funzionali pannelli descrittivi dei vari reperti. Si scoprono così, numerose curiosità come quella delle bambole costruite dai Messapi per le loro bambine che avevano già le gambe mobili, o i dadi e le monete usate per giocare. Seguono, poi, bellissime raffigurazioni sulle anfore e alcuni strumenti particolari come lo strigile, usato dagli atleti per togliere l’olio dal corpo, o ancora gli anelli che aprivano gli scrigni…Oggi il museo viene visitato da circa 20.000 persone l’anno ed è (purtroppo) più conosciuto dagli stranieri che dagli stessi Brindisini; questo è un problema non da poco poiché dimostra quanto poco si conosca e si apprezzi il territorio.


“Per ovviare al problema - ci dice la dr.ssa Marinazzo - è necessario intervenire sui giovani incentivando le attività culturali come quella de “Il museo a misura di ragazzo” che da dodici edizioni appassiona gli studenti della città; ma non basta, nelle scuole superiori non si parla del territorio, a meno che non ci sia un’insegnante particolarmente appassionata. Bisogna far entrare il territorio nella scuola – ribadisce il sovrintendente, e questa sarà la linea guida dei prossimi anni.”


Intanto, il museo prepara per la fine del prossimo mese di maggio alcune interessanti mostre: il 24 maggio ci sarà la presentazione della Brindisi subacquea e il giorno successivo, il 25 aprirà i battenti una mostra che attraverso alcuni documenti privati illustrerà le tappe fondamentali dell’Unità d’Italia a Brindisi. Per fine mese è prevista invece un’interessantissima mostra riguardante l’iconografia della figura femminile nell’antichità.

Un museo, il nostro, che non ha nulla da invidiare a quelli delle altre città se non l’amore e le attenzioni che gli stessi cittadini ripongono in loro. Ringraziamo la nostra interlocutrice dr.ssa Angela Marinazzo e i suoi collaboratori, per la validissima assistenza fornita, che ha permesso la realizzazione di questo esclusivo servizio. (Marika Del Zotti)

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“Brindisi: porto di pace.”

Cara amica mia, È un po’ di tempo che prosegue questa nostra corrispondenza, non sei mai venuta nella mia città eppure te l’ho descritta così nei minimi particolari che l’ho resa anche un po’ tua. L’altro giorno passeggiavo per il lungo mare quando mi sono soffermata a guardare il porto, bellissimo, quieto e illuminato dalle luci della luna e della città, ed ho pensato ai tanti uomini illustri che l’hanno attraversato, alle tante battaglie decisive che si sono tenute qui, alle tante storie che si sono intrecciate e non ho potuto far a meno di pensare che ancora non te ne ho parlato.

Un anonimo commerciante, immaginandosi morto, si è rivolto a coloro che transitavano per Brindisi dicendo: “Passeggero, se non ti reca molestia fermati e leggi. Io ho spesso traversato l’Oceano su navi a vela; mi sono recato in molte terre; qui è la mia ultima tappa, che già le Parche mi presagirono il giorno in cui io nacqui. Qui ho deposto tutti i miei affanni e le mie fatiche; qui non temo le stelle, i nembi, il mare insidioso, né temo se la spesa possa superare il guadagno. Rendo grazie a te, alma Fede, santissima Dea, perché sollevasti me, molto oppresso all’avversa fortuna; tu sei degna che ogni mortale ti desideri. Passeggero, vivi e sta sano; superi sempre a te ciò che non spendi, perché non hai disprezzato questa pietra e l’hai stimata degna di esser letta”. Credo che mai quest’uomo avrebbe potuto immaginare che quel porto, al quale aveva dedicato i suoi dolci pensieri, avrebbe avuto tanta importanza nei secoli.

Un porto che è sempre stato la maggiore risorsa della città e di cui forse avrai letto qualche riga nei libri di storia. Importante già con i messapi; durante l’impero romano era il percorso obbligato di quanti volessero recarsi in Oriente e sede d’importanti battaglie; fu attraversato dai più grandi personaggi dell’epoca, basti ricordare Giulio Cesare che nel 49 a.C. assediò la flotta di Pompeo, il grande Cicerone e come lui, tanti giovani romani diretti in Grecia per approfondire la propria cultura. E ti dico di più, proprio in questo contesto nasce un detto famoso in tutta Italia; questi giovani, infatti, prima di partire, pregavano insieme alle loro famiglie per un ritorno nella città di “Bacco”, recitando il seguente augurio: “Possano gli dei propizi farci tornare a Brindisi”. Tale augurio si modificò nel tempo e si divulgò nelle altre città diventando poi il famoso: “facciamo un brindisi”. Non mi meraviglio affatto che lo storico A. De Leo scriverà di questo porto che è stato: “..il più celebre che immaginar si possa in tutta l’antichità e che racchiudendo in se stesso più porti, oltremodo si rendette rinomato ne’ tempi della Romana republica”.
Così la sua fama è perdurata nei secoli ed è arrivata fino a noi. Oggi il nostro porto è fondamentale perché meta di tanti emigranti che cercano un posto più sereno in cui vivere e lavorare e perché una delle poche basi pronte a mandare numerosi aiuti umanitari. Tutto ciò ha permesso a questa città non solo di mantenere il titolo di “Porta d’Oriente”, ottenuto durante il periodo delle guerre religiose, ma anche di essere insignita di quello di “Porto di Pace”. Racchiudo la sua gloria e la sua bellezza in questi versi di eternatrice memoria. Ti abbraccio, Marika

“Forte guerriero, questo porto, che nel tempo
ha combattuto per una gloria solenne,
non chiede la nazionalità, ma
sa dare il “benvenuto” a chi in lui cerca asilo,
e a noi che, senza curarci di lui
gli passiamo dinanzi rapidamente,
sa regalare la sua dolcezza.
Il mio vanto e il mio lume in battaglia..
Guardalo di sera, quando permette alla luna
di specchiarsi, e di giorno,
quando il sole lo irradia di gioia
e imprime nei nostri cuori
la sua bellezza perenne.”


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