Tradizioni


Le tradizioni

SIGNIFICATO DI “TRADIZIONE” Il termine “tradizione” (dal latino traditio: consegna, per Cicerone, insegnamento per Quintiliano, relazione o racconto per Tacito) è, come testimoniano gli stessi autori latini, sia l’atto per cui qualcosa si trasmette che l’oggetto stesso. E’ la trasmissione attraverso il popolo e nel popolo. Di questa trasmissione, per lo più orale, sarebbe però sbagliato fermarsi al semplice aspetto meccanico, ma bisogna andare oltre e coglierne il carattere spirituale e dinamico, per giustificare e spiegare le innovazioni che all’interno di essa si attuano. La tradizione popolare può definirsi nel suo reale valore, come l’ha definita Toschi “la manifestazione di una forza spirituale delle collettività umane, la quale crea, conserva e tramanda quelle forme di vita pratica, etica ed estetica che sono a loro necessarie e congeniali, mentre elimina via via quelle che sono morte e superate”. Tale definizione include ogni manifestazione di questa forza spirituale, quindi anche il linguaggio, il dialetto come mezzo per intendersi tra i membri di una comunità. “Il modo con cui una parola diventa patrimonio espressivo comune per tutta la gente serve per comprendere il meccanismo con cui si forma la tradizione popolare in tutte le sue altre espressioni “(Toschi). All’origine vi è sempre un individuo che crea una data forma vitale, sia essa parola, canto, mito, credenza, poi di quella forma si appropria la comunità che se ne serve secondo le proprie esigenze e ne dispone come cosa personale. Insomma, un canto, una poesia, un racconto, nasce veramente quando si fa collettivo, quando diviene popolare. La tradizione, ha dunque l’attributo di popolare perché è una forza spirituale delle collettività umane. (Dr. Maria Grazia Manna Pignataro)

 



San Valentino tradizioni che parlano d’amore


Arriva la festa più dolce dell’anno

 

Sabato mattina, in un supermercato cittadino, un signore alla cassa chiede il prezzo di una scatola a forma di cuore di una nota marca di cioccolatini … , poi ci pensa un po’ (i tempi odierni richiamano un po’ tutti a ristrettezze economiche) ed infine cede e la compra, commentando “Su pi mugghierjma … pi la festa di li nnamurati!” Come dire? Uno strappo alla regola, in nome dell’amore!

Un’altra storia ci parla di Rosetta e Salvatore Manna: sono una coppia di sposi che a dicembre hanno fatto 50 anni di matrimonio, un lungo percorso di vita insieme che li ha uniti poco più che ragazzini e li rivede oggi attempati nonnini, ma ancora innamorati. Rosetta e Salvatore hanno vissuto trent’anni a Brindisi, alla pensione, poi si sono trasferiti in provincia di Lecce.

Il 23 dicembre, dunque, alla presenza di figli, fratelli, sorelle, e nipoti hanno festeggiato le Nozze d’oro. Il segreto di una così lunga unione? ”Tanto tanto amore, comprensione, affetto e pazienza!” dice Rosetta. Salvatore a San Valentino, per tradizione, ha sempre regalato una rosa rossa a Rosetta. Il significato simbolico di questo regalo? Lo vedremo fra un po’!

In questi giorni un po’ dappertutto si respira aria romantica: in giro per Brindisi, s’incontrano, ragazzini che comprano peluches per le fidanzatine, signori quarantenni che prenotano torte per le proprie mogli , c’è chi prenota ristoranti per una romantica cena a lume di candela… e così via! Insomma, come dire? L’amore non ha età ed il 14 febbraio in molti, anche i più critici nei confronti di questa festa, porteranno qualcosa alla propria o al proprio compagno di vita, o perlomeno in qualche modo festeggeranno questo romantico giorno!

Le tradizioni legate alla festa più romantica dell’anno sono moltissime! Pensate che un tempo non era raro, e, diciamocela tutta, era anche divertente, vedere nel giorno di San Valentino tante signorine in cerca di marito, guardare insistentemente verso il cielo! Si credeva infatti che se una ragazza vedeva un pettirosso volare, avrebbe sposato un marinaio. Più fortunata chi vedeva un cardellino: avrebbe sposato un uomo molto ricco. Chi invece vedeva volare un passero, ahimè avrebbe sposato un uomo molto povero, però sarebbe stata molto felice accanto a lui.

C’è poi chi a San Valentino si accanisce a tagliare a metà le mele! Si crede infatti, che tagliando a metà una mela e contando i semini che ci sono dentro, il numero risultante sarà quello dei figli che si avranno. Ma la tradizione principale per San Valentino, tanto diffusa anche qui a Brindisi, è quella di regalare, nel giorno della Festa degli Innamorati, rose rosse alla propria amata, proprio come fa nonno Salvatore con la sua Rosetta, perché la rosa era il fiore preferito dalla dea dell’amore, Venere. Il rosso poi, è il simbolo dei sentimenti profondi, forti, incorruttibili, quindi di un sincero e profondo amore!

Insomma San Valentino è la festa più dolce e più romantica dell’anno e se proprio non sapete cosa scrivere sui bigliettini di auguri, c’è una bellissima poesia di Jacques Prevert, che non lascerà nessuno insensibile:

"Tre fiammiferi accesi uno per uno nella notte
il primo per vederti tutto il viso
il secondo per vederti gli occhi
l ’ultimo per vedere la tua bocca.
E tutto il buio per ricordarmi di tutte queste cose
mentre ti stringo tra le braccia!”

Auguri a tutti gli innamorati, cuori e rose rosse per tutti! (Dr. Maria Grazia Manna Pignataro)


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Un tempo i bambini brindisini giocavano a Stacchia Tuddi e Ramicchie

I giochi semplici di una volta quando la tecnologia era solo un miraggio

 

I nostri nonni di “Nintendo”, “Playstation” e Computer ne capiscono veramente poco, anzi spesso si dicono infastiditi dalle ore ed ore passate dai nipotini con quelle macchinette in mano e Super Mario Bros per loro potrebbe essere un qualsiasi ricco signore americano …

Spesso, così scuotono il capo e ripensano nostalgicamente agli antichi giochi, quelli del passato, un passato in cui bastava veramente poco per divertirsi, per giocare e dove, a loro dire, sicuramente si avevano occasioni per socializzare molto più di oggi, grazie proprio alla semplicità di questi giochi, un tempo in cui nessuno aveva tanto ed allora ci si accontentava del niente, ci si adattava e per giocare bastavano delle pietre, oppure dei tappi di bottiglia o un semplice gessetto …


Chi, infatti non rammenta il gioco della “stacchia”? Di solito erano le femminucce a giocarci: si disegnava uno schema per terra con caselle numerate e si saltava a turno dentro, seguendo delle semplici regole. E così qua e là per la città si scorgevano a terra questi schemi, disegnati con il gesso e si capiva che da lì erano passati gruppetti di bambini a giocare.

C’era poi chi faceva le gare di “Curro”, una trottolina di legno che, attorcigliata con una corda, la si lanciava sul pavimento e, incantati, la si vedeva ruotare velocemente fino a che piano piano si fermava. Si facevano delle vere e proprie gare e chi riusciva a farla roteare più velocemente e più a lungo, vinceva.

Un altro passatempo amato dai bambini di diversi anni fa era “il gioco delle rammicchie”. Guai a buttare i tappi di rame delle bottiglie: erano dei veri e propri strumenti di gioco! I bambini si riunivano in gruppo e ramicche alla mano, le facevano avanzare in un percorso prestabilito. Come? Davano degli “Tippiti” alle ramicche, cioè schioccavano il pollice contro l’indice, andando a colpire i tappi che avanzavano. Un gioco semplice, ma quante generazioni di ragazzini si sono divertiti così …

C’era poi, sempre predilezione dei maschietti, il “Gioco delle biglie”. Un tempo i ragazzini brindisini, nelle proprie case, avevano i fustoni dei detersivi, pieni di queste biglie. Di giorno correvano per strada e insieme giocavano colpendo con la mano, posta a cavalletto, la propria biglia che doveva andare a colpire quella degli avversari. Ogni biglia aveva uno specifico valore, per cui, alla fine della gara, si contavano le bilie vinte. Era un gioco in cui erano importanti la mira, la concentrazione e l’abilità.

Gioco, invece, universalmente conosciuto e praticato da maschietti e femminucce era quello dei “Tuddi”. Si andava alla ricerca di cinque pietre tondeggianti. Queste pietre erano dette appunto “Tuddi”. Si raggruppavano le pietre nel palmo della mano, le si lasciava poi cadere spargendole per terra, lanciando in aria il “tuddo dispari” rimasto in mano, gli si raccoglieva poi, uno alla volta, sbattendo la mano sul terreno. Così fino ad esaurimento delle pietre che, una volta in mano, dovevano essere posate con una giravolta sul dorso. Un ultimo lancio per aria e, sempre colpendo il terreno, si cercava di riportarne il più possibile nel palmo. Era un gioco di vera e propria abilità e ogni gara durava tante ore e gli schiamazzi e i gridolini di gioia per qualche particolare abilità di qualcuno in questo gioco risuonavano festosi tra le vie cittadine.

I bambini erano soliti giocare all’aperto, vicino l’uscio di casa o nelle piazze, quando la vita cittadina era più tranquilla, lo smog delle auto non esisteva ed i giochi erano umili e semplici! Ricordi, vecchie usanze del passato che progresso e tecnologia sta seppellendo sempre di più!
(Dr. Maria Grazia Manna Pignataro)


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La leggenda del presepe dal luogo di Greccio fino a noi


Così è nata la più bella tradizione del Natale

 

Fra pochi giorni sarà inaugurato a Bozzano “Il Presepe Vivente”, nella sua seconda edizione, che ci proietterà in una bellissima e suggestiva rappresentazione della Natività del Cristo.

In ogni casa, poi, ognuno preparerà il suo presepe, chi piccolo, chi grande, chi con pochi, chi con tanti personaggi, ma ognuno tenderà a rispettare questa bellissima tradizione. Ma da dove nasce quest’usanza? L’usanza di fare il presepe è da attribuire originariamente a San Francesco. Narra una leggenda, infatti, che si stava avvicinando il Santo Natale e Francesco non faceva altro che pensare al fatto che stava per nascere Gesù.

Voleva in qualche modo celebrare quest’evento e chiesta udienza al Papa, chiese se poteva rappresentare la Natività. Infatti, dopo un viaggio in Palestina, Egli era rimasto molto impressionato da Betlemme ed ora il luogo del Greccio gli ricordava tanto la città dove Gesù nacque. Ottenuto il permesso dal Pontefice, Francesco fece ricercare una bella grotta nel luogo del Greccio dove ardeva dal desiderio di “vedere almeno una volta con i miei occhi la nascita del Divino Infante!” Il “giorno di grande letizia” arrivò e San Francesco convocò vicino alla grotta i frati e la popolazione di Greccio. Molta gente si mosse verso la grotta, con ceri accesi e le mani ricolme di doni. San Francesco stava fermo innanzi la grotta con le lacrime agli occhi ed il cuore ricolmo di gioia. Si narra che Egli vide realmente Gesù Cristo nella mangiatoia e che Gli accarezzò le guance. Un signore di Greccio, affermò che quella notte nella mangiatoia vi era realmente un bambino nella mangiatoia e che più volte San Francesco quella notte lo cullò con le sue braccia. Si narra che da quel momento si compirono vari miracoli, come ad esempio che la paglia di quel presepe riuscì a guarire molti animali e ad allontanare le pestilenze.

Così è nato il Presepe, e da allora è divenuto tradizione in ogni parte del mondo …
(Dr. Maria Grazia Manna Pignataro)


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La vera storia del vischio


Com’è nato secondo la leggenda uno dei più significativi simboli del Natale

 

A Natale sotto il vischio “ci si bacia!” … così vuole la tradizione, perchè baciarsi sotto il vischio rinforza il legame ed aiuta a tenerlo saldo fino al Natale successivo, quando si potrà rinnovare questo bellissimo gesto d’amore. Ma non molti conoscono il motivo per cui “il vischio” è considerato uno dei simboli del Natale.

Narra un’antica leggenda che in uno sperduto paese di montagna, viveva un vecchio mercante in completa solitudine, non essendosi mai sposato e non avendo mai avuto amici, a causa anche della sua avidità di denaro. Accadde una notte, che, non riuscendo a prendere sonno, uscì fuori dalla sua abitazione. Allora iniziò a vedere tanta gente dirigersi verso la stessa direzione. Un uomo si fermò e lo chiamò: “Fratello, non vieni con noi? Dai, unisciti a noi!”

Il vecchio mercante rimase perplesso, innanzitutto perché non “aveva fratelli” e poi perché nessuno gli aveva mai parlato così amichevolmente. La sua avarizia, non gli aveva mai permesso di parlare amichevolmente con qualcuno. Ma perché tutti andavano per quella strada? Decise di seguirli! Cominciò a camminare al fianco di quella povera gente, tutte persone che lui, per denaro, aveva ingannato e di cui non gli era mai interessato nulla. Lui non aveva mai aiutato nessuno, non era mai riuscito a fare del bene, anzi … Camminando, camminando giunsero innanzi alla Grotta di Betlemme, dove era venuto alla luce Gesù Bambino. Tutta quella povera gente entrava nella grotta e , nonostante la povertà, ognuno aveva in mano qualcosa da donare. Solo lui, che era il più ricco di tutti, era a mani vuote! Allora si rese conto, in quel momento, di quanto era stato egoista, avaro ed arido di animo. Entrò nella grotta e iniziò a piangere innanzi al Bambin Gesù, appoggiandosi ad un albero ed implorando il perdono. In quella notte il cuore del vecchio mercante cambiò e scoprì “la bontà!” Quando la notte passò, le lacrime del vecchio mercante si erano trasformate in bellissime perle che splendevano fra due foglioline! Nacque, così, il vischio, uno dei simboli più belli del Natale! Il vischio è simbolo di amore, di bontà e di fratellanza, tutti doni di Nostro Signore Gesù! (Dr. Maria Grazia Manna Pignataro)


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A Brindisi un mercatino pieno di tradizione


A Piazza Vittoria tanta tradizione e tanta atmosfera natalizia

 

Per il periodo natalizio, a Brindisi, nella centrale Piazza Vittoria 20 casette e tanti artigiani hanno allestito, come ormai da tradizione, un bellissimo e caratteristico mercatino di Natale.

Tanti colori, tanta atmosfera, ma soprattutto tanta tradizione. Oltre ai prodotti venduti, come(novità dell’anno) i bellissimi presepi inseriti in una lanterna, o le gustosissime “pittule brindisine”, preparate da esperte massaie brindisine, e da gustare subito, calde calde, tantissimi altri oggetti della tradizione natalizia e brindisina. Strano a dirsi, ma i bambini, spesso presi da videogames e computer, si fermano incantati ad osservare degli anziani artigiani che, seduti vicino alla fontana della piazza, con materiale povero e con la maestria delle mani creano oggetti, giocattoli davvero semplici ed originali.

Così c’è chi con le ghiande crea degli animaletti, o delle trottoline azionate da stecchini o ancora semplici bamboline. C’è poi chi crea giocattoli in legno, come delle “cariole”, fucili o “rustici monopattini” con cui giocavano da bambini i nostri genitori o i nostri nonni. All’epoca bastava veramente poco per essere felici a Natale, appunto un giocattolo creato con le proprie mani e, spesso, per le vie cittadine, si vedevano “scorazzare” rustici monopattini o bambini seduti sui marciapiedi a far girare trottoline create con le ghiande. I nostri nonni animavano le vie con questi oggetti semplici che conservavano come un piccolo tesoro.

Ora la tradizione di questi giocattoli è ricordata e ricreata lì, nella piazza brindisina e c’è qualche anziano che si ferma lasciandosi andare ai ricordi e qualche bambino che abbandona per qualche minuto “il nintendo”, con cui ormai è anche solito passeggiare, per lanciare un’occhiata a quegli strani oggetti. Poi c’è chi vende il “vischio”, chi oggettini natalizi, chi prodotti casarecci. Anche i tradizionali confetti o le tanto ricercate “mendule ricce” che non passano mai di moda! C’è anche l’associazione dei pasticcieri e si possono trovare tipici e tradizionali dolci brindisini.

Insomma guardandola nell’insieme, Piazza Vittoria appare come un piccolo paesaggio natalizio, e in un angolino un enorme pupazzo di Babbo Natale ballando saluta tutti, mentre tanti piccini si fanno la foto appoggiando il visetto nel foro di un’enorme stella cometa! E’ proprio vero … la festa più bella dell’anno è ormai iniziata: Buon Natale a tutti i Brindisini, e … anche agli altri!
(Dr. Maria Grazia Manna Pignataro)


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I mestieri di una volta


Il Palombaro o “Lu Palumbaru”

 

Ci sarà sicuramente capitato di sentire qualche brindisino che, vedendo una persona troppo vestita, ha pronunciato queste parole in tono scherzoso. “E NUN TE MINTI LU SCAFANDRU?” e a qualcuno sarà capitato di chiedersi cosa sia “lu scafandru”. Ebbene, esso altro non era che una robusta tuta in gomma in cui si calava “lu palumbaru” prima delle sue immersioni in mare aperto.

Ma: chi era “lu palumbaru?” : Brindisi, città di mare, ha una girandola di lavori legati alla pesca, mestieri dignitosi, alcuni più pericolosi di altri che però servivano “a campare”, soprattutto nei periodi di crisi più nera, quando era la povertà a far da padrona e a casa c’erano bocche da sfamare. Il brindisino, soprattutto il pescatore brindisino, non di rado sfidava ed affrontava le insidie del mare, pur di portare a casa la sicurezza di un pasto da consumare.

Così il mestiere del palombaro, era uno dei più pericolosi, ma non importava … lo si faceva lo stesso affrontando ansia, paure e attese insopportabili per chi restava a casa e sapeva che quello non era un mestiere facile.

“Lu palumbaru” s’immergeva nelle profondità del mare, sfidando l’ignoto, vestito di “scafandro”, con un grosso elmo sulla testa ed un grande tubo, collegato al mondo esterno, che gli consentiva la respirazione, s’intenda, niente a che vedere con i moderni equipaggiamenti dei sub, molto più sicuri, senz’altro più moderni e che offrono condizioni senza dubbio più tranquille e sicure. La vita del palombaro era veramente in pericolo quando si immergeva nelle profondità del mare, perché bastava che una valvola non funzionasse bene o una minima distrazione perché si accadesse il peggio. Il palombaro s’immergeva nel mare per controllare ed individuare zone più prolifiche per la pesca, per indicare i luoghi in cui più conveniva gettare le reti, poi scuoteva la fune che lo legava all’esterno e si faceva tirare su, tra i sospiri di sollievo dei compagni.

Molti brindisini hanno esercitato il mestiere del palombaro in passato, come i fratelli Tedesco o “il Cicciotto”, soprannome di Francesco Spada, o ancora Arturo Guadalupi. Qualche brindisino, un po’ più sfortunato, ha perso la vita nelle profondità del mare. I palombari brindisini, come d’altronde succedeva con tutti i mestieri del passato, vivevano alla giornata. Altri palombari, più che per la pesca, s’immergevano per recuperare vecchi relitti, ferri o altro depositato sul fondo del mare. A Brindisi, ciò che si recuperava lo si portava in Via Lauro, dove vi era la Bottega di Maria Cannone, una signora che comprava questi pezzi vecchi e li rivendeva a sua volta.

Tra questi palombari che praticano il mestiere di “palumbaru all’arrembaggio” (così veniva detto il mestiere di chi si immergeva per recuperare ferri vecchi) va ricordato il brindisino Antonio Barretta che piano piano ingrandì la sua attività fino a realizzare quell’importante impresa di attività portuale ancor oggi tanto attiva nel porto di Brindisi, con i famosi “rimorchiatori di Barretta”.

Oggi “lu palumbaru”, non esiste più, è uno di quei mestieri che è scomparso, grazie soprattutto al progresso e alla tecnologia che consente metodi ed attrezzature più sicure per l’immersione … però a volte bisogna ricordare “quanto era amaro” il pane una volta, soprattutto quando ci si sente insoddisfatti di quello che si ha e si desidera avere di più!
(Dr. Maria Grazia Manna Pignataro)


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Il linguaggio dei pescatori brindisini


Termini del passato legati al mondo della pesca e del mare

 

Brindisi, con il meraviglioso porto che si ritrova è sempre stata una città di mare e la pesca è sempre stata una delle sue risorse economiche più influenti.

Certo, un tempo i pescatori erano molti di più: quello del pescatore era un mestiere che ci si tramandava da padre in figlio ed esistevano interi nuclei familiari che si dedicavano al mare: gli uomini andavano a pesca e le donne provvedevano a sistemare le reti, a ripararle quando si rompevano, a tingerle quando ce n’era bisogno. D’altronde Brindisi aveva due grandi quartieri abitati quasi esclusivamente da pescatori: le “Sciabbiche”, antico rione marinario molto noto ai più anziani, ma anche ai più giovani per averlo sentito più volte nominare. Le “Sciabbiche” ebbero vita a Brindisi fino al 1952, quando fu abbattuto perché le costruzioni furono giudicate pericolanti. Gli “Sciabbicoti” erano i pescatori che abitavano quel rione.

La parola “Sciabbica” indicava una lunga rete usata per la pesca; e poi c’è il Villaggio Pescatori, progettato nel 1939 su suoli espropriati ad Anna Profilo Montenegro. Oggi il Villaggio c’è ancora, ma mentre un tempo gli abitanti erano tutti pescatori, ora vi è un gruppo piuttosto eterogeneo di abitanti, la maggior parte dei quali, comunque, anziani.

Essendoci dunque, due grandi rioni marinari, vi era anche un linguaggio tutto appartenente al mare e così molti sono i termini, alcuni in disuso riguardanti questo mestiere. Così ricordiamo termini dialettali come Schifarieddu , che era una piccola imbarcazione per la pesca nel porto; lampara, barca provvista illuminazione per la pesca notturna. Ma la barca veniva indicata anche con il termine Paranza, che però indicava anche la rete e la frittura di pesce. Per la pesca veniva usato la virmara o virmaredda, cioè il verme o lombrico che facevano da esca. Con lu stramazzu, si allevavano, invece le cozze nere. Era una lunga corda, molto robusta.

Poi c’erano tanti altri termini dialettali: la culumba, che era la chiglia della barca; il parascosci, cioè le costole della barca; li crucìeri, che erano le corde intrecciate usate sulla barca; lu cuenzu, cioè una lenza di nylon molto lunga a cui erano attaccati molti ami; lu pruvesi che era il cavo dell’ormeggio; lu palieddu, un piccolo remo; la ntramagghiatà un tipo particolare di rete da pesca con tre ordini di maglie.

E poi c’erano i termini dialettali che indicavano le tecniche di pesca, come quella del “trumbiscìari”, uno dei pescatori batteva dalla poppa con violenza sulla superficie marina uno strano attrezzo. I pesci si spaventavano e scappavano, rimanendo intrappolati nella rete posta a un metro di distanza. Lu capumoddi era il pescatore che aveva il compito di buttare le reti in mare. La rete, era cucita dalle donne dei pescatori con la cucedda, ago apposito. Il pesce, poi veniva venduto al “canzieddu”, cioè il banco di vendita dei pescatori. I pesci poi, avevano una serie infinita di termini dialettali, ma questa è tutta un’altra storia …
(Dr. Maria Grazia Manna Pignataro)

Si ringrazia la Compagnia “A. De Sanctis" per la concessione di materiale attinente l’argomento trattato


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Lu Grattachecca a Brindisi


Famoso nella nostra città era "Sciardinu" gratta checca e gelataio

 

Si è molto parlato negli ultimi tempi dei “gratta checca”, non fosse altro che nei test di ammissione a medicina, all’Università “La Sapienza”, di Roma tra i tanti ce ne era uno riguardante il chiosco romano di “Sora Maria”, dove si fa la “grattachecca”.

Il tutto ha chiaramente suscitato tante polemiche, per la nozione bizzarra e piuttosto strana di “cultura generale” su cui si son dovuti cimentare gli studenti impegnati nei quiz. Ma vista da un’altra angolazione ha fatto anche un po’ sorridere.
Un tempo “ i grattachecca” erano molto diffusi, soprattutto a Roma, anzi la “grattachecca” è una specie di “granita”(ma molto meno raffinata e, comunque più genuina) tipica proprio della città di Roma.

Il suo nome deriva dal verbo “grattare” e da “checca”, dove per “checca” si indicava un grande blocco di ghiaccio che un tempo, quando non esistevano i frigoriferi, si usava per rinfrescare gli alimenti.
La “grattachecca” era formata da un po’ di questo blocco di ghiaccio grattato con un raschietto e a cui poi si aggiungeva dello sciroppo, tipo menta, amarena, limone e a volte succo di frutta.
Anche a Brindisi esistevano molti “gratta checca”, anzi durante la festa patronale o nei caldi giovedì mattina, al mercato settimanale di Sant’Elia, se ne scorge ancora qualcun che con il suo carrettino vende l’antico e tradizionale composto.
Famoso a Brindisi, tanti anni fa era un gelataio, soprannominato “Sciardinu lu gelataio” che girava per le vie della città con il suo carrettino bianco e marrone, caratterizzato da due grandi ruote laterali e da strani e caratteristici decori . “Lu Sciardinu”, così chiamato per la grande quantità di gusti che offriva sia di gelati che di “gratta checca” andava urlando a gran voce "Gilatiii!!!!! Grattacheccaaaaaaaaa … Gilatiiiiiiii! Pi doi sordi, na grattataaaaa!!!!" e al suo passare tutti accorrevano, grandi e piccini desiderosi di rinfrescarsi un po’.

C’è una poesia dedicata a questo “storico personaggio brindisino, poesia brindisina tramandata nelle generazioni e, in questo caso testimonianza raccolta dal libro “Pani e Pumbitoru” di Loredana Vecchio.
Ecco la bella testimonianza.

Lu … e la…”
Ci è ca m’è chiamatu? Spetta nu mumentu…!/ Sta carosa mò ccuntentu po’ la crattu puru a ttè!/ Ci a mmanu tu la zzicchi, poi la sienti ‘nziddicari/ Ci a mbocca ti la ficchi, uh cce custu lu sucari…!/Ci mbucciatu iu lu tegnu, si cunzuma chianu chianu;/ci lu crattu no li proti, cu lu rascu no nci coti./ Ci a mmanu lu zziccati tuestu tuestu si riduci/ nu sullievu vu’ sintiti, nu ddifriscu vù pruvati./ Cu pascienza mò spittati; la stà crattu a sta carosa,/ po’ li fazzu nà schizzata: “Pi ddo sordi na crattata…!/”Granite… Granite! : grido di Sciardinu Padre (Sciardinu= soprannome)

Un peccato pensare che “i gratta checca”, come tanti bei mestieri del passato, stanno via via scomparendo, però c’è una cosa che può mantenerli sempre in vita ed è senz’altro il “folcklore popolare”, il ricordarli nelle nostre tradizioni popolari, perché le tradizioni popolari possono mantenere il ricordo del passato sempre vivo anche nelle menti delle generazioni più giovani. (Dr. Maria Grazia Manna Pignataro)


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Tradizione dei soprannomi brindisini


Chi si ricorda di “Settegiacchiette” o di “Uccio lu vasciu”? Soprannomi di popolani del passato

 

Sentire raccontare avvenimenti del passato o fare riferimento a qualche famiglia brindisina, per bocca degli anziani, è veramente uno spasso, dal momento che si scopre che quasi ogni famiglia ha un soprannome, derivante generalmente dalla principale attività lavorativa che questa o quella famiglia svolgeva nel passato, o spesso, da qualche caratteristica fisica marcatamente visibile che questo o quel membro della famiglia aveva. A volte il soprannome deriva anche da qualche atteggiamento strano o modo di vestire controcorrente. Questi soprannomi erano molto in voga nel passato, cioè quando i nostri nonni erano ragazzi e li si usava per meglio identificare nell’immediato le persone a cui si faceva riferimento. E’ una divertente tradizione, o meglio, una tradizione “giocosa”, molto diffusa nel dopoguerra nostrano che, però, purtroppo, generalmente le nuove generazioni non usano, a volte perché a molti suona come “un’ingiuria”, ma in realtà così non è e più spesso vi è un volontario distacco da quel passato in cui la maggior parte delle persone viveva in umili condizioni di vita ed i soprannomi, spesso, ricalcavano questa condizione sociale. Gli anziani del Villaggio Pescatori, così come quelli delle “Sciabbiche” o del “Perrino”, comunque hanno ben presenti quei soprannomi e questi li fanno sorridere, non perché a loro sembra un insulto, ma perché rammentano che all’epoca usare questo o quel soprannome, faceva subito capire di chi si stesse parlando senza fare, come oggi, tanti giri di parole, del tipo “il figlio di quello che teneva la bottega… etc etc”.

Insomma, per esempio, bastava dire “Lu figghiu de la tintora”, per capire che si parlava di quella famiglia che per mestiere tingeva le reti, o “li pesci frittu”, per individuare subito quel nucleo famigliare che aveva una friggitoria per il pesce. Ma tanti e vari sono gli antichi soprannomi brindisini, come la “Cicuriddhara”, cioè chi vendeva le cicorie e le verdure, “Sciabbicotu”, che abitava alle Sciabbiche, un tempo uno dei quartieri più umili di Brindisi, “Scuppittoni”, che era colui che per mestiere faceva il pittore nelle case, e poi c’era la “Mostazzuta”, cioè la donna con i baffi. Famoso, poi, a Brindisi era un “personaggio “che si vestiva sempre con tanti stracci, uno sopra l’altro e da tutti era soprannominato “Trapulanella”. Molti anziani brindisini lo ricordano perché sia d’estate che d’inverno andava vestito così. Un altro barbone che nel passato si aggirava tra le vie brindisine e secondo testimonianze raccolte, più precisamente nei pressi della difesa era”Capurussu”, che secondo i ricordi popolari si aggirava sempre con un “botto” (barattolo) in mano per raccogliere qualche moneta per sopravvivere. C’è chi ricorda poi “Settegiacchette”, un altro mendicante a cui tutto ciò che veniva donato, indossava, a volte anche più giacche messe insieme. Poi c’era un venditore di mozzarelle, soprannominato “La Petra”, anche lui famoso tra il popolo brindisino. C’è chi ricorda, poi, “Ucciu lu vasciu”, un brindisino dalla statura molto bassa. ; e ancora “Brucia pagghiara”, che era un contadino brindisino che andava nei campi per bruciare le sterpaglie in cambio di qualche spicciolo. Un altro soprannome legato ad un “mestiere”, era “Acqualuru” e stava ad indicare un uomo del posto che prendeva l’acqua dalle fontane e la portava casa per casa alle famiglie che in casa non avevano acqua.

Tanti altri sono ancora i soprannomi brindisini, come “Peppa la tiavvula”, o “Ucciu lu Llauru”, o ancora “Mangiapurpette” e così via.

Insomma era un modo, questo dei soprannomi, utile per poter subito far capire a chi ci si riferiva ed era molto usato non solo a Brindisi, ma ancor di più nella provincia e in tutto il Salento.

Oggi di questi soprannomi rimangono poche testimonianze, anzi tantissimi non se ne ricordano neppure più! Eppure sarebbe bello poterne individuare altri, patrimonio di una generazione al tramonto, ma che, anche in questo modo e in tempi piuttosto difficili, aiutava a sentirsi amici e solidali, quasi una grande famiglia, ognuna con la sua “peculiare caratteristica!” in un mondo, quello di allora, difficile da vivere e in cui ognuno s’inventava “un’arte” diversa per tirare a campare!
(Dr. Maria Grazia Manna Pignataro)


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Nella tradizione della pizzica c’e “la danza delle spade”


Tipo di danza tradizionalmente eseguita solo dagli uomini

 

La musica e la danza più diffusa nel periodo estivo, ma non solo, è, come già si è ampiamente scritto, “la Pizzica”, e quasi ogni sera nelle piazze della Grecìa salentina, ma anche di quelle di Brindisi e Taranto, si può assistere a qualche rappresentazione di questa tradizionale usanza.

Un capitolo di queste rappresentazioni varie e molteplici, è spesso dedicato alla cosiddetta “Danza delle Spade”, o “pizzica de spade”, come dir si voglia, un tipo di danza che risale ad epoche veramente remote.

Questa è proprio tipica del sud Italia, più propriamente della Puglia, ed in particolare delle province di Brindisi, Lecce e Taranto.

Ad eseguirla sono solitamente e tradizionalmente uomini che mimano, un combattimento con i coltelli, usando, però, a posto di questi, la nuda mano e destreggiandosi con le dita, in particolare pollice ed indice protesi.. E’ un modo per rappresentare in maniera giocosa il tema della sfida, e gli anziani narrano che in tempi remoti questa danza era eseguita con i coltelli veri.

Questa pizzica è molto antica e si racconta che in passato la si eseguiva in ambienti legati alla malavita, spesso addirittura in carcere. Una sua imitazione pare sia stata individuata a Reggio Calabria, in ambienti legati soprattutto all’Ndrangheta. Qui, però, viene chiamata “tarantella schermata”.

E’ una danza ricca di gestualità spesso coadiuvata da significative espressioni del viso che fanno da coreografia al tema stesso della sfida, caratterizzata da simulazioni di provocazione, attacco, difesa, finte e colpi proibiti.

Accompagnamento tipico è quello dei tamburelli che suonano a ritmo sempre più frenetico e spasmodico. Ai tamburelli si aggiungono, poi, le armoniche a bocca.

Questo tipo di “pizzica” ha delle regole precise, come non voltare mai le spalle all’avversario, stare sempre attenti ai movimenti dell’altro e tenere bene le distanze.

I ballerini sono sempre due e via via vengono sostituiti, uno alla volta, da qualcuno del pubblico. Ruolo fondamentale ha lo stesso pubblico che di solito si sistema in cerchio intorno ai due ballerini, formano così, la tradizionale “ronda” e accompagnando musica e danza con il battito delle mani, e non di rado, con urla di incitamento.

Una danza bella e caratteristica che ci svela ancora una volta i segreti più nascosti della tradizione del mezzogiorno d'Italia.
(Dr. Maria Grazia Manna Pignataro)


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Parte a Melpignano “La Notte Della Taranta”con grandi artisti da ogni dove


Storia della più antica danza della Grecìa Salentina

 

Il 27 agosto 2011 a Melpignano, in provincia di Lecce, torna la grande manifestazione “la Notte della Taranta”, in cui si canta e si balla a ritmo della “pizzica salentina”, il tipico ballo della “Grecìa salentina”, che ricorderemo è formata da nove comuni: Calimera, Castrignano dei Greci, Corigliano, Martano, Melpignano, Soleto, Sternatia e Zollino. Il ritmo di questo ballo, infatti, non solo a Melpignano, ma un po’ in tutto il Salento è spesso riproposto nelle piazze e, a volte bastano dei tamburelli, per invitare tutti a solcare le note di questa magica musica. Rimane comunque Melpignano, il paese in cui se ne ha la più ampia rappresentazione e dove sul palco si alternano grandi personaggi della musica italiana e internazionale per lasciarsi trasportare ed influenzare dalla “pizzica”.

La “pizzica” è un ballo che si muove nel mistero della taranta, cioè un ballo generato “dal morso del ragno”, che secondo la tradizione porta a ballare freneticamente e sempre più ritmicamente chi ne è vittima, fino allo svenimento.

Più precisamente, la “Pizzica”è’ una danza terapeutica che ha origine dal rito di guarigione delle tarantate, durante una rappresentazione religiosa di esorcismo che si svolgeva a fine giugno nella cappella (oggi sconsacrata) di San Paolo a Galatina. San Paolo è considerato il protettore dai morsi di animali velenosi.

Per la pratica dell’esorcismo erano necessari tamburelli, fisarmoniche e violini. La donna tarantata, morsa dal ragno, ballava per ore in preda agli effetti del veleno, fino a quando, non stramazzava al suolo, svenuta per la stanchezza, ma comunque guarita dal ritmo della “pizzica”.

Oggi il tarantismo, considerato in passato un grande segno di “ignoranza popolare”, di arretratezza culturale ed i relativi riti di esorcismo, non ci sono più, ma a noi sono rimaste tante leggende, musiche, canti che affollano le piazze salentine, soprattutto durante le calde serate d’estate. Non solo, questo ritmo ha varcato i confini pugliesi, italiani ed è approdata in varie parti del mondo conquistando l’approvazione di molti paesi.

La pizzica salentina più famosa è quella “de core”, una musica sfrenata che rappresenta sentimenti d’amore, erotismo e passione, nel rito di corteggiamento tra un uomo ed una donna.

Nella “pizzica de core”, la donna balla al ritmo frenetico dei tamburelli sventolando un fazzoletto rosso, rosso come la passione, fazzoletto con cui invita un primo uomo, poi un altro e così via, finchè dona il fazzoletto a chi la farà innamorare.
La Notte della Taranta a Melpignano è il più grande Festival musicale della musica folkloristica e che vede la fusione con altri linguaggi musicali come, ad esempio, la musica jazz. La manifestazione nacque nel 1998 per iniziativa dei Comuni della Grecìa Salentina ed è diventata una manifestazione sempre più grande, fino a varcare i confini dell’Italia stessa.
Anche quest’anno si prevedono piacevoli sorprese, con artisti da ogni dove. Allora, tutti in piazza a ballare “la pizzica salentina”, in uno spettacolo senz’altro difficile da dimenticare.
(Dr. Maria Grazia Manna Pignataro)


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La tradizione delle sagre


Estate: stagione di sagre e tradizioni popolari

 

Prodotti della terra, musica popolare, pietanze tradizionali, prodotti artigianali, vestiti tradizionali: tutte queste sono le caratteristiche principali delle sagre di paese che nella stagione estiva proliferano un po’ dappertutto, anche nella provincia brindisina (Mesagne, Ostuni, Cellino San Marco, Erchie, Latiano …) e nella provincia leccese (Melendugno, Calimera, Vernole, Caprarica …), richiamando un nutrito numero di visitatori desiderosi, in qualche modo di ritrovare quei sapori, quegli odori, quelle musiche tradizionali che spesso sembrano cadute nel dimenticatoio e che invece, è davvero bello poter riassaporare e rivivere. Dal latino “dies sacra” la sagra è una festa che celebra una ricorrenza religiosa con usi e costumi popolari, ma anche di fede, con solenne processioni e riti religiosi.

Questa estate 2011, d’altronde come negli anni precedenti, nella nostra regione sono in programma numerose sagre che senz’altro, come sempre, saranno affollatissime!

D’altronde, si sa che da sempre la terra salentina prolifera di tradizioni ed odori della propria terra così generosa e prolifera.
Così si vedono in programma diverse sagre, come la “sagra de lu purpu” a Melendugno o la “sagra se lu ranu” a Merine, sagre in cui oltre al polpo e al pane, si possono gustare friselle al pomodoro, “pittule” “brasciole”, “purpette” e, caratteristica anche questa, si può gustare il tutto in mezzo alla piazza, senza necessariamente sedersi al tavolo di un ristorante. Tutti insieme, come una grande famiglia! Chiaramente ci sarà anche tanto buon vino, rigidamente prodotto da viticoltori locali. Chiaramente la musica sarà, nella maggior parte dei casi, la tradizionale “pizzica”, l’universalmente riconosciuta musica salentina.

Ma ricordiamo anche la “sagra della frisella”, a Taranto, quella della “birra” ad Ostunil la “sagra di la purpetta”, a Latiano, la “sagra di la puccia” ad Erchie, la grande “festa de la Taranta”, a Melpignano, considerata quest’ultima, addirittura un evento nazionale che richiama tanta gente da tutta Italia e a cui partecipa un nutrito numero di artisti famosi.

Insomma l’estate pugliese è un arcobaleno di musica e tradizione, che infonde anche tanta allegria e, perché no? Un pizzico di nostalgia per profumi e odori che si possono riassaporare solo in determinati periodi ed occasioni dell’anno. Pazienza, noi ci accontentiamo comunque! Buon’estate a tutti nel nome della tradizione di questo nostro profondo Sud!
(Dr. Maria Grazia Manna Pignataro)


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La “Locanda ti li Spilusi”:
quando la tradizione incontra l’arte culinaria

Vivere le pietanze e i sapori di un tempo!



Già il termine “Locanda”, lascia intendere che qui si possono mangiare prodotti tipici e tradizionali del luogo; perché tempi addietro, le locande erano proprio quei luoghi in cui, così come nelle trattorie, si potevano gustare in un ambiente piccolo e familiare, prodotti tipici locali, facenti parte della più antica tradizione culinaria. Quindi, chi vuole riassaporare i cibi tradizionali della nostra Brindisi, può tranquillamente recarsi in questo locale e tornare indietro nel tempo. Infatti Gianfranco e Fabrizio, senza comunque trascurare la clientela un po’ più giovane, offrendo pizze o cibi “più moderni” a quanti ne fanno richiesta e con grandi varietà di scelta, hanno come punto di forza pietanze tipicamente brindisine, che affondano radici nelle tradizioni culinarie delle nostre nonne e bisnonne.
Così si possono gustare “purpette e brascioli”, la “taiedda risu, patani e cozzi”, “troccoli ai cauri”, orecchiette, trippa, pesce verdure, antipasti tutti cucinati con i principi della tradizione locale dal mitico "Chef Ciro".





Insomma la "Locanda" appare come un connubio tra la tradizione contadina e culinaria pugliese, famosa in tutto il mondo per la sua genuinità e squisitezza e sapori moderni della tipica cucina brindisina. Ingredienti semplici e genuini, e prodotti tipici locali, come l’olio, il vino, le cozze, il pesce, tutti prodotti tipici locali. L’arte culinaria, nella tradizione, riveste una grande importanza e lì dove questa, viene conservata, tramandata e, ancora, proposta, vi è il merito di contribuire alla conservazione di usi e costumi che altrimenti andrebbero persi. Anche il locale, ha in sé qualcosa di tradizionale, caldo, comodo e accogliente. Si ha come la sensazione di entrare in una di quelle antiche locande, appunto, in cui ci si sentiva tutti come in una grande famiglia. Essa è immersa in un bello e rustico giardino a pochi chilometri dal centro abitato brindisino. Chi ha voglia di tradizione e sapore, dunque, può provare, per credere … (Dr.ssa Maria Grazia Manna Pignataro)




La Locanda ti li Spilusi - C.da Restinco, 4 - Brindisi
Telefono: 0831.555481 - Cellulare: 328.0898063
E-mail: lalocandatilispilusi@libero.it

www.locandatilispilusi.it - Le ricette della "Locanda"

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Esami alle porte quasi ogni maturando porterà con se un portafortuna


Ci vuole preparazione, serenità e un “pizzico di fortuna”

 

E’ inutile negarlo: in ognuno di noi c’è un po’ di “superstizione”, a volte palese, a volte inconscia e che alberga tranquilla nel nostro animo, anche se spesso neghiamo o pensiamo “Io a queste cose non ci credo!”

Così succede che arriva il mese di giugno, le scuole chiudono, ma non per tutti, perché per molti è tempo di esami! Ma come affrontano gli esami i nostri maturandi? In primo luogo (e ciò è fondamentale!) con una serrata preparazione … montagne di libri sulla scrivania, giornate a studiare, a ripetere, a confrontarsi con i compagni e a “sclerare” con mamma e papà che “disturbano”, magari solo per dire che la cena è pronta. E poi, c’è un aspetto che quasi nessun studente può negare: c’è un oggetto, sia esso una penna, un orsetto, un indumento, un fermaglio o una gomma colorata “promosso” a “portafortuna”! Guai a non averlo il giorno degli esami, perché quel piccolo, insignificante, strano oggetto è il “portafortuna”, quel “qualcosa” che aiuta ognuno a sentirsi un po’ più sicuri, ad avere un pizzico di fiducia in più in ciò che si va ad affrontare, un modo per sentirsi un po’ più tranquilli!

Avere un “portafortuna” è essere un po’ superstiziosi. Molti studenti puntano sul “braccialetto della fortuna”, quello fattosi regalare da qualcuno (perché si dice che affinchè funzioni, lo si deve ricevere in regalo), tutto colorato, e comprato da qualche bancarella al mercato. Se si osservano i polsi dei ragazzi brindisini, ma non solo, si noterà che quasi tutti ce l’hanno! Non è superstizione, questa?

Ma ci sono anche altre superstizioni “degli studenti”, soprattutto nei maturandi. Gli studenti leccesi che devono sostenere un esame, o gli esami, ad esempio, evitano di calpestare la lupa disegnata a terra a Piazza Sant’Oronzo, perché se lo si fa, l’esame sarà un fiasco! Guai, poi, prima di un esame, a guardare la statua di Sant’Oronzo posta sulla colonna, e questo vale sia per gli studenti leccesi che per i brindisini, perché guardarla prima degli esami, significherebbe avere un voto molto basso come esito finale.

Insomma, gira e volta, sono piccole “credenze”, che però ci sono e sopravvivono, da generazione in generazione!
Comunque, gli esami sono alle porte, e questa rubrica vuole dire a tutti “In bocca al lupo!”, perché dire “auguri”, prima di un esame, si dice che porti male, e voi dovete tutti rispondere “Crepi il lupo!”, perché dire “Grazie!” … ohimè si dice che non si può!!!
(Dr. Maria Grazia Manna Pignataro)


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Ma quanto siamo superstiziosi noi italiani


Un po’ di “superstizione” è in ognuno di noi

 

Al supermercato, questa mattina, un’anziana signora piagnucolava perché, in casa aveva rotto una bottiglia di olio. A chi le domandava se le sue lamentele dipendessero dal fatto che oggi un litro di olio “costa”( e quanto costa …!) rispondeva piagnucolando “none, figghia, lu problema eti ca l’oliu ci ti cati, porta scucchia!!!”, cioè porta sfortuna. Ed infatti, è molto diffusa, soprattutto fra gli anziani, la superstizione secondo cui versare l’olio è un segno di cattivo auspicio e c’è chi, per ovviare il pericolo, vi butta sopra un chilo di sale, unico rimedio alla “probabile” disgrazia.
La cosa fa sorridere e riflettere, perché ci si chiede: ma quanto siamo superstiziosi noi Italiani? Tempo fa in TV hanno parlato di un altro episodio legato al “credere popolare”: un tizio stava al volante della sua auto, quando, d’improvviso un gatto nero gli ha attraversato la strada. Lui, allora, si è fermato di colpo per far passare avanti la vettura che gli stava dietro ed evitare, così, la probabile “disgrazia”! Risultato? Un tamponamento a catena! Da ricordare che la credenza che il gatto nero porti sfortuna, nasce nel Medioevo, quando si diceva che questi felini fossero fedeli compagni delle streghe, a causa della loro abitudine di uscire di notte. Non essendo molto visibili al buio, questi gatti facevano spaventare ed imbizzarrire i cavalli che, scaraventavano a terra i cavalieri con grande violenza. Pare che nel mondo, a causa di questa credenza, ogni anno vengano uccisi sessantamila gatti neri.

La cosa fa sorridere e riflettere, perché ci si chiede: ma quanto siamo superstiziosi noi Italiani? Tempo fa in TV hanno parlato di un altro episodio legato al “credere popolare”: un tizio stava al volante della sua auto, quando, d’improvviso un gatto nero gli ha attraversato la strada. Lui, allora, si è fermato di colpo per far passare avanti la vettura che gli stava dietro ed evitare, così, la probabile “disgrazia”! Risultato? Un tamponamento a catena! Da ricordare che la credenza che il gatto nero porti sfortuna, nasce nel Medioevo, quando si diceva che questi felini fossero fedeli compagni delle streghe, a causa della loro abitudine di uscire di notte. Non essendo molto visibili al buio, questi gatti facevano spaventare ed imbizzarrire i cavalli che, scaraventavano a terra i cavalieri con grande violenza. Pare che nel mondo, a causa di questa credenza, ogni anno vengano uccisi sessantamila gatti neri.

Insomma la superstizione, in fondo è innata in ognuno di noi! Un detto popolare molto conosciuto e diffuso recita “Nun critiri, ma ‘uardati!”, cioè, “non credere, ma fa attenzione!”

Alzi la mano, poi chi vedendo una scala, ci passa sotto senza crearsi problemi … molti dicono “non ci credo”, ma evitano di passarci! Si pensa che se una “nubile” passa sotto ad una scala, non si sposerà più.

Ma senza andare troppo lontano, molti studenti universitari, tra cui anche tanti brindisini, iscritti all’Università degli Studi di Lecce, credono che passare sotto l’arco posto vicino all’ateneo leccese, sul Viale degli Studenti, “non faccia portare a compimento il corso di Laurea”, ma che anzi porti sfortuna agli esami … ed è divertente vedere come tutti preferiscano fare il giro dell’arco, piuttosto che attraversarlo, perché va bene non crederci, ma meglio non rischiare!

Ma tantissime altre sono le superstizioni diffuse fra la gente e ci sarebbe da scrivere un libro intero … le più comuni? :porta male poggiare il cappello sul letto (perché una volta i sacerdoti, quando andavano a dare l’estrema unzione ai moribondi, poggiavano il loro cappello sul letto); “porta male aprile l’ombrello in casa”( perché l’ombrello aperto in casa può significare che il tetto sia rotto e che quindi la casa è povera, insomma l’ombrello aperto in casa, porterebbe miseria!), di contro trovare un ferro di cavallo, porta fortuna e bisogna appenderlo in casa (porta fortuna per la sua somiglianza alla mezzaluna, simbolo di Iside). Poggiare il pane al rovescio sulla tavola, porta carestia, se con la scopa si toccano i piedi di una nubile, questa non si sposerà, … e tante altre superstizioni che si potrebbero riempire pagine e pagine.
Le superstizioni, lo si voglia o no, ed è inutile negarlo, in qualche modo influiscono sul pensiero di ognuno di noi, a volte in modo molto marginale, altre volte in maniera molto più marcata e profonda. La superstizione è sempre esistita tra i popoli, ha scavalcato millenni, secoli, anni, ma è ancora viva in tutto il mondo. D’altronde, anche leggere l’oroscopo “per curiosità”, rivela un minimo di credenza “magica” in ognuno di noi. Anche giocare i numeri al lotto, associandoli a qualche sogno o a qualche evento è una forma di superstizione.

Quindi, alzi la mano chi, si ritiene totalmente “immune” da tutto ciò … penso che in fondo in fondo, nessuno di noi lo sia.
(Dr. Maria Grazia Manna Pignataro)


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Le “orecchiette”, tipica tradizione brindisina e pugliese


Una bontà amata e apprezzata in tutto il mondo

 

Chiunque in Italia senta parlare della Puglia, non può fare a meno di pensare al più tipico e tradizionale piatto di questa regione “le orecchiette con le cime di rapa”! Tutti ne sono pazzi, tutti ne vanno ghiotti. Una volta Raffaella Carrà, in una sua trasmissione, ne vantò la squisitezza e la bontà!

Ma cosa sono le orecchiette? E’ un tipo di pasta, tipica della nostra regione, a forma di piccole orecchie, da qui il nome di “orecchiette”, anche se qualcuno le chiama “ricchitelle” o “chiancarelle”. Si fanno con farina di grano duro, acqua e sale. Sono grandi quanto un mezzo pollice, dito che, nella preparazione, viene usato per creare la gobbetta, caratteristica principale di questa pasta. Sicuramente, ogni brindisino, le avrà viste creare dalle abili mani delle nostre nonne, che con maestria ne riempivano tavoli interi.


D’altronde, nel periodo natalizio, solitamente nei Presepi Viventi, c’è sempre qualche anziana figurante che ne produce in gran quantità. Pur essendo un tipico prodotto pugliese, le orecchiette, comunque, non nascono in Puglia, ma sembra abbiano avuto origine nel sud della Francia, nel lontano Medioevo. Qui, infatti si creava un tipo di pasta a forma di piccoli dischetti, con una piccola incavatura al centro, che ne favoriva l’essiccazione e che, così, tornava utile nei periodi di carestia. Siccome le navi che affrontavano lunghi viaggi, imbarcavano grandi quantità di questa pasta, pare che giunse in Puglia, anche se la sua diffusione la si attribuisce più che altro alla dinastia degli Angioini. Primo centro propulsore delle orecchiette fu Sannicandro di Bari, fra XII e XIII secolo.

Le orecchiette si preparano in vari modi e non c’è paese, in Puglia che non abbia personalizzato il piatto. A Tricase, per esempio, fanno “Orecchiette alla tricassese”, dove la variante è rappresentata da un’abbondante aggiunta di ricotta forte. C’è poi, in provincia di Bari, chi le fa con i frutti di mare. C’è chi le fa semplicemente al sugo, ghiottoneria per molti bambini che così le preferiscono. Comunque il piatto più diffuso è “orecchiette alle cime di rapa”. Ognuno le fa a modo suo. Permettetemi di scrivere qui la ricetta fatta così come la faceva mia nonna, calimerese, ricetta che quindi ha più di ottant’anni ed è alla “leccese”, ma comunque tanto squisita!

Orecchiette alla cima di rapa:
1kg di rape da pulire
Orecchiette
1 spicchio di aglio
Un pizzico di peperoncino
Olio
Qualche acciuga e qualche oliva nera


Pulire le rape e lessarle in abbondante acqua salata. Togliere le rape dall’acqua e qui lessare le orecchiette. In una casseruola, intanto, rosolare l’aglio in un po’ di olio, aggiungere il peperoncino, quando l’olio è ben caldo, qualche acciuga e qualche oliva nera. Scolare la pasta e mescolare nel soffritto. Servire calda!

E’ una squisitezza! Buon appetito a tutti coloro che ancora trovano il gusto di mangiare i nostri tipici, tradizionali e antichi piatti pugliesi. Viva i “fast food”, ma possono competere con i piatti delle nostre care vecchie nonne?
(Dr. Maria Grazia Manna Pignataro)

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Tradizione pasquale: "Lu Pupu cu L’ovu"


Ogni brindisino, sicuramente, nell’arco della sua vita ne ha avuto uno

 

Sta arrivando Pasqua e la TV non fa altro che “bombardarci” con uova di cioccolato di tutti i tipi, di tutte le dimensioni, di tutte le marche e di tutti i colori. I bambini rimangono incantati davanti allo schermo e, probabilmente, li vorrebbero tutti! L’era del consumismo, d’altronde, è così capace, grazie alle pubblicità, di far sorgere in ogni piccolo spettatore un forte sentimento e desiderio di possesso dell’oggetto pubblicizzato. Si gioca con musica, colori e parole ed il piccolo … è conquistato! Ma questa è tutta un’altra storia!
In passato, invece, quando arrivava pasqua, le nostre nonne erano tutte indaffarate a preparare per i propri nipotini un dolce che ha origini siciliane, ma che è sempre stato molto diffuso anche a Brindisi e a Lecce: “Lu Pupu Cu L’Ovu”, cioè un dolce fatto con la pasta per i biscotti e che al centro ha un uovo sodo! Basta chiedere ad ogni brindisino un po’ attempato: sicuramente tutti ne hanno ricevuto almeno uno nell’arco della loro vita.

Ed allora erano davvero felici i bimbi che ricevevano questo dolce tipico, anche perché poteva avere le forme più varie: poteva essere a forma di gallinella, o di pupazzetto, o di una bella femminuccia con le trecce, di cestino e così via. Ogni nonna brindisina ne preparava uno per ogni nipote, lavorando per ore su “lu tavoliere” per poter dare la forma più bella e, presumibilmente, più gradita dal proprio nipotino. … e come era bello sentire il profumo di biscotti espandersi per tutta casa; anzi capitava che nel periodo pasquale, intere vie odorassero di biscotti, visto che l’usanza era molto diffusa e quindi molte donne erano intente negli stessi giorni a preparare il tradizionale dolce. Una volta ricevuto, il nipotino, toglieva l’uovo sodo e mangiava il biscotto, inzuppandolo nel latte. In quel dolce c’era tutto l’amore e l’affetto che una nonna poteva metterci, mentre immaginava gli occhi del proprio piccolo brillare di gioia per quel piccolo dono. Un dono semplice, genuino, tradizionale, ma tanto, tanto apprezzato in un’epoca in cui ci si accontentava veramente di cose semplici. Oggi il dolce non è più tanto in uso, dal momento che i nipotini fanno precise richieste su quel che vogliono a Pasqua e i nonnini, pur di accontentarli, girano per negozi ed ipermercati, anche se in cuor loro vorrebbero fare un bel “pupo”! … eppure a chiederlo a tanti brindisini, molti ne hanno nostalgia, tanto che alcuni panifici, nel brindisino, quest’anno ne hanno confezionato qualcuno! Ma non ha lo stesso effetto di quello fatto dalle nostre nonne! Come sarebbe bello se quella tradizione tornasse … A chi ne ha nostalgia, questa è la ricetta:

500 gr. di farina, 100 gr. di latte, 100 gr. di olio, 2 tuorli d’uovo, 2 uova intere, 150 g di zucchero, un pizzico di sale.

Intiepidire i 100 grammi di latte. Unire i tuorli, le uova e l’olio. Mescolare tutto bene fino ad ottenere una miscuglio omogeneo. Unire la farina un pochino per volta ed impastare. Si otterrà un impasto morbido e vellutato. Stendere l’impasto, tagliarlo e dare ai vari pezzi le forme desiderate, incastonando poi l’uovo sodo. Spennellare con un uovo sbattuto e decorare con codette colorate. Infornare per 15 minuti a 180°.

Dolce semplice e profumato e … viva le nostre care, vecchie e indimenticabili nonne!
(Dr. Maria Grazia Manna Pignataro)


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Grande successo di pubblico per “Figghiu ti mamma giusta”


Rispolverati nella commedia termini brindisini
quasi dimenticati

E chi si ricordava più cos’era la “nicatedda”? … Comare Lucietta, in “Figghu Ti mamma giusta”, cita il vocabolo dialettale riferendosi alla nipotina che non sta bene! E così “riscopriamo” che la nicatedda è la “pertosse” e che in passato i brindisini accompagnavano i bambini che ne erano affetti alla stazione ferroviaria perché erano convinti che, in alternativa ai farmaci, il fumo dei treni, allora al vapore, era la giusta cura. Vecchie usanze, vecchi termini dialettali che la compagnia “De Santis” ha proposto in questa nuova commedia, che, andata in scena al Teatro Impero il 7 e l’8 aprile, ha riscosso grande successo e grande consenso di pubblico. E’ una storia bella, che ha una morale che alla fine fa scappare anche la lacrimuccia nella visione dell’abbraccio fra due fratelli che, dopo litigi e battibecchi, si ritrovano uno fra le braccia dell’altro in un momento di difficoltà che, invece avrebbe potuto separarli. Traspare quel senso della famiglia che è tipico di tutta la mentalità brindisina, abituata a fare barriera intorno a chi, in famiglia, è in un momento difficile Una commedia che non trascende mai nel volgare, ma che punta su scene di vita quotidiana per far ridere il pubblico. Il vernacolo è perfettamente usato ee tornano modi di dire come”acqua scioscia” (brodaglia), “frattisciari” (manipolare) “strulicare (borbottare), “tamagghiuta” (donna prosperosa). Grandi applausi e molte risate fra il pubblico che ha subito preso a cuore il personaggio di “nonno Vicienzi” interpretato da Virgilio Guadalupi, perché tanto ricordava i nostri cari vecchi nonni brindisini. Insomma … non ha deluso proprio nessuno questa nuova rappresentazione della compagnia e tutti sono uscita dal teatro allegri e rilassati.
Da ricordare, infine, che la rappresentazione è stata preceduta da una rappresentazione di alcuni “allievi attori” della Scuola d’Arte Drammatica della Puglia Talia, la più grande struttura formativa della Puglia con sede a Brindisi. Gli allievi hanno recitato in lingua italiana, proponendo scene che avevano come tema dominante “la suocera” e i conflitti tra generi e nuore con la mamma del compagno/a.
Tutto bene, insomma e … cccome è stato detto sul palco dagli attori della Compagnia De Sanctis, è importante non dimenticare le nostre radici, come il dialetto perché “è come guidare una macchina, non si può andare avanti … se non si tiene sotto controllo lo specchietto retrovisore!” … Per vivere meglio il nostro presente, non dobbiamo dimenticare il nostro passato.
(Dr. Maria Grazia Manna Pignataro)


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Un bel pesce di carta sulla schiena? … Colpa del “pesce d’aprile”

Con l’arrivo del primo aprile al via scherzi e burla

 

“Aprile dolce dormire”…, ma spesso il primo di questo mese “sonnacchioso” è un po’ impossibile seguire il secolare proverbio, visto che spesso si è “vittime” o “carnefici” di burla e scherzi, così come vuole la tradizione da ormai tanti, tantissimi secoli. E’ colpa del “pesce d’aprile”, diffuso in molte parti del mondo,infatti è il Poisson d’Avril, in Francia, l’April fool’s day, negli Stati Uniti, l’Aprilscherz in Germania e così via. Esso ha origini molto antiche, anche se non si sa il periodo preciso in cui ebbe origine e chi fu l’artefice che diede inizio a questa tradizione. La storia del folklore popolare dà più versioni per spiegarne l’origine e ci parla comunque, di un’epoca storica antecedente alla venuta di Cristo, quando l’inizio dell’anno era fissato al primo aprile. In seguito la chiesa stabilì che l’anno doveva iniziare il primo di gennaio, ma i pagani continuavano, invece a considerare il primo aprile come “capodanno” e per questo venivano presi in giro. Da qui si pensa abbia avuto origine la tradizione di fare “burla e scherzi” con il cosiddetto “Pesce d’aprile”. In Italia, comunque esso ebbe origine intorno al 1840-1860, importato dalla Francia.

Lo scherzo più diffuso, in Italia, è quello di attaccare un pesce di carta alle spalle di una persona ignara, che poi, chiaramente viene derisa da tutti e quindi si ritrova in una situazione di grande imbarazzo. Lo scopo principale, è quello di divertirsi con gli amici a spese di un povero malcapitato. Spesso vengono mandati, per posta, alla “vittima prescelta” lunghe lettere colorate, disegnate e in rima, da amici che, però, rimangono anonimi e se la spassano a raccontare quanto scritto e a ridere con gli altri. Ma non solo, spesso anche giornali e televisioni diffondono in questo giorno notizie paradossali, inverosimili, dandole per vere. Burla e scherzi invadono il mondo della comunicazione in tutti i paesi del mondo.
Anche a Brindisi è spesso successo che giornali locali dessero notizie strane, come, ad esempio, l’improvvisa e inspiegabile sparizione di monumenti ed è successo anche che masse di “creduloni” andassero a controllare o, altre volte, si è parlato di personaggi famosi che passeggiavano tranquillamente a Piazza Vittoria. Chiaramente tra ragazzi , a scuola, ci sono le vittime più diffuse, ma c’è da aspettarsi qualcosa anche su Internet. Insomma, bisogna stare tutti un po’ attenti e all’erta perché, chissà … potremmo anche ritrovarci a passeggiare con un bel pesce sulla schiena e, dato il giorno goliardico e divertente, è proibito anche arrabbiarsi.
(Dr.ssa Maria Grazia Manna Pignataro)

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La compagnia De Sanctis presenta: “Figghiu ti mamma giusta”


Il 7 e l’8 Aprile presso il Cineteatro “Impero” di Brindisi

Promette davvero tanto divertimento e la prospettiva di riassaporare tradizionali e vecchi sapori brindisini la nuova commedia della compagnia Alfredo De Sanctis di Brindisi. Ambientata, infatti agli inizi degli anni ’70, l’opera “Figghiu ti mamma giusta” ripropone temi e usanze tipiche dell’epoca, dove tanto andava in voga, il “gioco del lotto”, che sarà il pepe propulsore delle vicende tra due fratelli: Mimino (interpretato da Tonino Faita) e Lino (Doretto Faita) che con le loro rispettive mogli, Iolanda (Patrizia Cafueri) e Rosanna (Silvia Taveri) daranno vita a scenette veramente divertenti ed esilaranti.
Negli anni ’70, infatti, il gioco del lotto era molto diffuso anche a Brindisi ed il popolo brindisino tendeva ad associare ai numeri della fortunata ruota ogni minimo evento, senza parlare poi della speranza di ognuno di sognare qualche parente defunto che desse i numeri giusti e vincenti. E’ ciò che succede nella storia dei protagonisti della commedia, poiché la loro mamma, defunta, compare sempre in sogno dando i numeri vincenti sempre e solo allo stesso figlio, provocando, così, la gelosia dell’altro. Da qui l’avvicendarsi di scene di vita familiare molto divertenti e l’intrecciarsi di personaggi che contribuiscono con la squisitezza del loro proliferare parole in dialetto brindisino a fare di questa commedia una divertentissima opera popolare che certamente divertirà grandi e piccini e quanti amano la squisitezza e la genuinità dello stesso popolo brindisino, e che sorprenderà tutti con un finale imprevedibile. Tra gli altri personaggi ricordiamo Giorgia Faita, Virgilio Guadalupi, Rita Rocoli, Francesco Settembrini, Vanessa Troisi, Angela Antelmi, Mino Minelli e Ronzino Costantini. La commedia andrà in scena il 7 e l’8 aprile presso il cineteatro Impero di Brindisi, con spettacoli che avranno inizio alle ore 21.00.
La compagnia De Sanctis, (volta sempre a valorizzare quella cultura locale che ogni popolo dovrebbe gelosamente custodire, perché parte integrante della propria storia familiare e sociale), non ha mai deluso nessuno con i suoi spettacoli che in passato hanno sempre riscosso un ottimo successo non solo a Brindisi, ma anche nelle province limitrofe. Anche questa nuova commedia promette tanto divertimento ed è rivolta a quanti vogliono comunque passare una serata goliardica e in allegria. Dunque, buon divertimento a tutti!
(Dr. Maria Grazia Manna Pignataro)


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19 Marzo: ricordiamoci dei nostri papà

Fonte e radice inscindibile della nostra vita

 

C’è un modo di dire molto diffuso: “La mamma è sempre la mamma!...” e il papà? Anche il papà è una figura molto importante nella nostra vita e tanto di ciò che il nostro papà ci insegna o ci ha insegnato, è nel nostro essere individuo nella società! Lui, caposaldo indissolubile della famiglia, tronco robusto su cui poggiare il capo quando si cerca sicurezza, oltre che amore e conforto. Questo papà, che da piccolini, ricordiamo spesso a lavoro, ma sempre pronto, una volta tornato a casa, a giocare con noi, a portarci in palestra, a portarci a comprare un gelato o a farci fare un giro in bicicletta. Sono grandi i papà, forti, coraggiosi, ma anche teneri quando si commuovono alla nostra prima recita, o alla nostra Comunione o, per chi è più grandicello, al nostro matrimonio! Sono buoni i papà e meritano rispetto e amore … Questo dovrebbe rappresentare il 19 marzo, aldilà del regalo, una ulteriore conferma di tutto il nostro amore per loro che ci hanno guidato per mano lungo il cammino della vita!

Li festeggiamo il 19 marzo, perché in questo giorno si festeggia San Giuseppe, padre putativo di Gesù, oltre che il protettore degli orfani. In alcune zone dell’Italia meridionale, in questo giorno si usa invitare i poveri a pranzo, in altre accendere dei grandi falò. Ma tradizione universalmente diffusa è “la zeppola” il dolce tipico che si consuma in questo giorno, dolce la cui base può essere fritta o al forno, mentre la parte superiore è fatta tutta di crema e cioccolato. Se ne consumano tantissime e bar e pasticcerie ne offrono a volontà illimitata. Altra tradizione èzs fare un regalo al proprio papà, come segno e simbolo di amore, affetto e riconoscimento. Ma è inutile dirlo o ribadirlo: per fare felice un papà non è necessario un oggetto … : basta tutto il nostro amore! E se il nostro papà è anche un nonno, a farlo felice bastano gioie e schiamazzi dei nipotini. (Dr.ssa Maria Grazia Manna Pignataro)

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Marzo: Il mese più bizzarro dell’anno

Il terzo mese dell’anno in cui si ha un accenno di primavera

 

Ed eccoci a marzo … : che strano mese marzo! Veramente un po’ pazzerello! D’altronde lo dice anche lo “storico” proverbio, universalmente conosciuto dalla massa: .”Marzo pazzerello, con il sole prende l’ombrello!”, riferendosi alle bizzarrie del tempo meteorologico di questo mese … e a proposito di “ombrello”, sapete cosa dicevano gli antichi contadini? Affermavano che la pioggerellina di marzo, bella, fresca, pura, faceva bene per curare la tosse, quindi, spesso veniva raccolta in bacinelle, per curare la tosse; ma si badi bene, doveva essere una pioggerellina tranquilla, perché quella di un temporale, accompagnata da tuoni e lampi, non aveva lo stesso effetto, anzi … Comunque, tornando alle “bizzarrie” del mese, si pensi a quante volte si è associato il carattere variabile e facilmente mutevole di una persona a marzo.

Quando infatti qualcuno ti chiede “Ma sei nato a marzo?”, non è un proprio un complimento, ma è un modo per dirti che sei un po’ strano, come dire … “lunatico”, con un umore variabile da un momento all’altro. Insomma si pensa che chi è nato a marzo è di natura volubile, mutevole e bislacca.
Questo è il terzo mese dell’anno e il suo nome deriva dal latino MARTIUS, cioè Marte, che era il dio della guerra e questo perché in tempi ormai lontani, era proprio nel mese di marzo che iniziavano le guerre.
Spesso nei dipinti Marzo è stato rappresentato come una bella signora, dai lunghi capelli e dai lineamenti delicati, e questo per celebrare la rinascita della natura che inizia in questo mese con l’arrivo della primavera.
Marzo è poi il mese delle donne; infatti l’8 marzo è “la festa della donna”, festa che affonda le sue radici all’inizio del ventesimo secolo, e precisamente l’8 marzo 1908 quando un gruppo di donne operaie in un’industria tessile di New York scioperarono per protestare contro le dure condizioni di lavoro in cui erano costrette a lavorare. Il fiore che contraddistingue questa festa è la mimosa, che fiorisce proprio in questo mese. Tradizionalmente, poi, molte donne l’8 marzo, vanno in gruppo a festeggiare la ricorrenza senza figli e mariti al seguito!
Ma a marzo c’è anche la “festa del papà”, il 19, il giorno in cui si ricorda San Giuseppe, padre putativo di Gesù. E’ una festa dalle origini molto antiche e di origine pagana. Alimento tradizionale di questa festa e, perché no? Davvero gustoso, sono “le Zeppole”, dolce nato a Napoli, ma molto diffuso anche qui da noi. La prima ricetta delle zeppole appartiene ad un famoso gastronomo napoletano del passato e cioè Ippolito Cavalcanti, ed è del 1837. E’ un dolce molto gustoso la cui base può essere fritta o al forno e in cima vi è una montagna di crema tradizionale e, ancor più su, al cioccolato. Solo a pensarci, viene “l’acquolina in bocca”! Quindi il 19 marzo, oltre a ricordarci dei nostri papà, radice inscindibile della nostra famiglia, facciamoci una scorpacciata di zeppole … ogni tanto, si può!
(Dr.ssa Maria Grazia Manna Pignataro)

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La festa degli innamorati fra leggenda, regali e tradizione

Il 14 febbraio San Valentino, la festa più romantica dell’anno

 

Il 14 febbraio è San Valentino, la festa degli innamorati, pronti in questo giorno a scambiarsi regalini, effusioni e inviti a cena, talvolta a lume di candela per chi vuole quel pizzico di romanticismo in più! Ma sapete perché a San Valentino si regalano soprattutto fiori? Pare che il Santo, San Valentino, appunto, vescovo morto martire nel 273, possedeva un grande giardino pieno di magnifici fiori. In questo giardino egli amava far giocare i bambini. Quando questi dovevano andar via, il vescovo dava loro dei fiori da regalare alle loro mamme. Da qui la tradizione di regalare fiori a chi si vuole bene, in questo “romantico” giorno. Ma narra anche una leggenda che un giorno, San Valentino udì una coppia di innamorati litigare. Allora colse una rosa e la donò alla coppia, invitandola a stringere insieme con le mani il bellissimo fiore.

I due smisero di litigare e il vescovo pregò per il loro amore. Dopo qualche tempo i due tornarono da lui come sposi e chiesero la sua benedizione.
Un altro miracolo a lui attribuito dice che ridiede la vista ad una ragazza per cui provava una profonda tenerezza.
Queste storie hanno fatto di San Valentino il Santo degli innamorati, festa che cade il 14 febbraio, giorno della sua morte e che fu istituita due secoli dopo il suo martirio.

Ma a San Valentino non si regalano solo fiori, anche cioccolatini, come simbolo di dolcezza, e poi altri oggetti che più che alla tradizione, fanno capo al consumismo che purtroppo il progresso ha incentivato, a volte togliendo quel pizzico di genuinità e spontaneità che le feste avevano come caratteristica principale nel passato. Perché in passato le feste erano all’insegna della semplicità, magari bastava anche una serenata sotto la finestra dell’innamorata, per fare di questa una fidanzata felice. Perché non è tanto l’oggetto o il regalo che conta, l’importante, come voleva far capire San Valentino, era volersi bene ed andare d’accordo. Buon San Valentino a tutti e, soprattutto, ricordiamoci di volerci bene in ogni singolo giorno dell’anno, anche quando la vita ci pone di fronte ad ostacoli o fatiche che sembrano allontanarci, ma che in realtà dovrebbero rafforzare il nostro amore nei confronti del coniuge e soprattutto dei nostri figli!
(Dr.ssa Maria Grazia Manna Pignataro)

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Dopo i Giorni della Merla, “A Madonna Candelora (2 febbraio) dall’inverno siamo fora”

Febbraio: un mese ricco di proverbi e tradizioni

 

“A Madonna Candelora. dall’inverno siamo fora, ma se piove e tira vento, dall’inverno siamo dentro” … Perciò, attenzione al 2 febbraio, giorno della Madonna Candelora, che cade esattamente quaranta giorni dopo il Natale, ed è il giorno in cui le giornate iniziano piano piano ad allungarsi: se sarà bel tempo, l’inverno inizia ad arretrare, ma se tira pioggia e vento, ci saranno molte altre fredde e rigide giornate invernali. Come sarà, dunque, questo secondo mese dell’anno? Se si spolverano i ricordi degli anziani, riguardo al tempo (meteorologico) attinente a febbraio, vengono fuori una miriade di proverbi e detti volti a prevedere se ci sarà più o meno freddo rispetto a gennaio.Uno tipico proverbio salentino, ad esempio, dice “Ci scinnaru no scinnarescia, febbraru la malapensa” e cioè “se non ci pensa gennaio a fare freddo, ci pensa febbraio”.

Secondo le tradizioni popolari salentine, gli ultimi giorni di febbraio ed i primi di marzo, sono molto freddi.
Dicono gli anziani che un giorno febbraio disse a marzo: “ Frate Marzu, mprestame doi giurni, ca te ne dau quattru, ca se li tenìa facìa cu scela lu mieru inta le botti”: questo modo di dire in dialetto leccese, significa “Fratello Marzo prestami due giorni che te ne do quattro, perché se li avessi farei gelare il vino nelle botti”. Mentre i brindisini dicono “Febbraru mienzu duce e mienzu maru”, cioè mese famoso per la sua asprezza, ma che comunque, ha sempre in serbo qualche bella giornata che favorisce il fiorire dei mandorli. Allargando poi la ricerca in tutta Italia, tanti altri sono i proverbi legati al tempo e ai raccolti nel mese più breve dell’anno, come “Se nevica il 10 febbraio, l’inverno si accorcia di quaranta”, oppure “Febbraio corto, primavera calda” o ancora “Chi vuole un bel granaio, lo semina in febbraio”, e così via.
Febbraio, dunque, è un mese ricco di tradizioni, è il mese più allegro e bizzarro dell’anno in cui imperversa il Carnevale, la festa più divertente dell’anno e in cui l’elemento dominante della tradizione è “il mascheramento”, che affonda radici in usanze popolari veramente remote, Ed è il mese in cui si celebra( il 14) la festa degli innamorati, cioè San Valentino. In realtà in passato il 14 febbraio si festeggiava San Febronia, poi spostata al 25 Giugno e “spodestata”, dal Santo degli innamorati. San Febronia era la corrispondente nel culto cristiano di Febris. Il nome “febbraio” deriva, infatti dal termine “februare”, vocabolo latino che vuol dire “purificare” e questo perché, in passato febbraio era il mese dei rituali della “purificazione”, rituali tenuti in onore del dio etrusco Februus e della dea romana Febris. Il giorno in cui si celebravano maggiori rituali era il 14 febbraio.
Comunque, la tradizione ci restituisce Febbraio come un mese un po’ dispettoso, ma simpatico, anche perché “febbraio viene con le tempeste, ma se ne va col sole”, o almeno così dice qualche anziano contadino …, e allora noi, stiamo qui ad aspettare un po’ di caldo e rassicurante sole!
(Dr.ssa Maria Grazia Manna Pignataro)

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L’antica tradizione di dare ai nuovi nati i nomi dei nonni

Antonio, Teodoro, Vincenzo … qui a Brindisi questa tradizione, in parte sopravvive

 

Qualche settimana fa, il Papa invitava gli Italiani a dare ai figli nomi “cristiani” ed abbandonare, dunque, la nuova moda di nomi stranieri e un po’ “strani”. Agli effetti un po’ in tutta Italia, Puglia e Brindisi compresa, se si consulta l’Anagrafe, si nota con un po’ di meraviglia, che i nomi per i nuovi nati sono cambiati e, come dire, “modernizzati e così compaiono nomi come Chantal, Swami, Ric, Rubben e così via. Ma che fine ha fatto l’antica usanza di dare ai nuovi nati il nome dei nonni? A dire il vero qui a Brindisi un po’ tutti i nonni sperano che i propri nipotini abbiano il proprio nome, perché lo considerano un segno di rispetto. Ed infatti, questa tradizione è nata proprio come forma di rispetto nei confronti dei più anziani, e fino a non molto tempo fa si considerava quasi obbligatorio dare il nome del nonno al primo nato maschio e quello della nonna al prima femminuccia e non importava se il nome non era bello, ma si doveva!

Era un vero e proprio dovere, soprattutto dare per prima il nome del nonno paterno per dare più legittimità alla continuazione della stirpe. In origine la tradizione nasceva dal fatto che si credeva che dando il nome del nonno al nascituro, le buone qualità del primo passassero nel secondo. Si tendeva anche per questo a dare, spesso, il nome di una persona defunta, ma che in vita aveva dimostrato grandi qualità umane. Quindi, in passato, la scelta del nome del nascituro, non era affidata al caso o alla moda, ma rispondeva a precisi obblighi e criteri. Con il passare degli anni, questa tradizione è andata un po’ tramontando, sebbene in alcuni paesini ancora sopravviva. Ma anche qui a Brindisi, accanto alla moda di tante famiglie più aperte al “nuovo”, nelle famiglie più legate alla tradizione, questo costume sopravvive con forza per dimostrare affetto, gratitudine, amore nei confronti dei propri cari. Così, qualcuno continua ancora a chiamare i propri figli Teodoro o Roberto o Maria o Giuseppe, perché certe tradizioni possono offuscarsi, diradarsi, ma mai scomparire del tutto.
(Dr.ssa Maria Grazia Manna Pignataro)

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Gennaio ed “i giorni della merla”…

Ma che freddo fa … ma è proprio colpa del povero merlo?

 

L’anno è ricominciato: siamo nel 2011 e già questo ha portato molta gente a fantasticare, pronosticare, ipotizzare soprattutto nel giorno di Capodanno quando si aveva come data la strana combinazione “1/1/11” a cui sono stati associati vari significati: “fortuna” per molti, “ambiguità”, per tanti, “strani presagi” per alcuni. Torna, quindi, quella secolare tendenza ad associare numeri o combinazioni di essi a eventi o fatti strani … ma questa è un’altra storia!...

L’unica certezza, comunque, è che siamo di nuovo a gennaio, primo mese dell’anno e che prende il nome dal dio Giano (Ianuarus), divinità dalla doppia faccia , preposta ai ponti e alle porte (simboleggia quindi il ponte tra vecchio e nuovo anno, e l’apertura, appunto al nuovo)

Giano, infatti era una divinità romana che controllava, con la sua doppia faccia, il passato ed il futuro degli uomini e che quindi chiudeva il vecchio ed apriva il nuovo.

Per questo, la tradizione ci restituisce tante usanze, riti, tradizioni relative a questo mese. La società contadina, soprattutto, è la più ricca di tradizione, anche perché si sa che lì dove vi è semplicità ed umiltà, attecchisce meglio il mondo delle credenze popolari.

Un tempo, ad esempio, i contadini, ed anche qui in Puglia, nel primo mese dell’anno, usavano mettere all’aperto, vicino le proprie terre, dodici mezzi gusci di noce ricolmi di sale. I gusci erano sistemati in fila ed ognuno di essi, dal primo all’ultimo, rappresentavano, nell’ordine, i mesi dell’anno. I gusci venivano sistemati la sera del 25 gennaio, nella notte della festa di San Paolo. Il giorno dopo si andava a controllare e il guscio in cui il sale si era sciolto, rappresentava il mese che durante l’anno sarebbe stato più piovoso. E … a proposito del giorno di San Paolo, si diceva che “Se per San Paolo è sereno, abbondanza avremo”. Si credeva, cioè, che se nel giorno della festa della conversione di San Paolo, il tempo era sereno, ci sarebbero stati raccolti abbondanti.

Sempre nel mese di Gennaio, è di uso, a Brindisi e a Lecce, mangiare l’ultimo “purcedduzzu” (dolce tipico locale), il 17 di questo mese, giorno di Sant’Antonio Abate, come augurio di un anno proficuo e fortunato.
Ma la caratteristica principale di Gennaio è rappresentata dai cosiddetti “Giorni della Merla”, corrispondenti al 29, 30 e 31, cioè gli ultimi tre giorni del mese e conosciuti come i giorni più freddi dell’anno. Anche questa “credenza” affonda le sue radici nella tradizione e se, talvolta c’è un riscontro meteorologico, è pura casualità. Narra, infatti, una leggenda che un tempo la merla era un bellissimo uccello dalle piume grandi e bianche. Memorabile era, però, il fatto che era in conflitto da sempre con Gennaio che aspettava sempre che l’uccello uscisse dalla sua tana per strapazzarlo con freddo, vento, gelo. Stanca di queste continue ed insopportabili persecuzioni, la merla, un anno decise di farsi in anticipo la scorta di cibo per tutto il mese di gennaio e si rinchiuse nella sua tana in attesa che esso finisse, Gennaio di allora contava 28 giorni. L’ultimo del mese la merla, uscì felice dal suo nascondiglio e iniziò a beffeggiare il mese che, ormai finito, non poteva più strapazzarla. Gennaio, indispettito, chiese 3 giorni in prestito a febbraio. Così scatenò bufere di vento e gelo. La merla, colta di sorpresa, si rifugiò in un comignolo ed attese che la bufera finisse. Quando uscì da lì, dopo tre giorni, era scampata alle intemperie, però le sue bellissime piume bianche erano diventate nere a causa della fuliggine.

Da allora il merlo è nero e gli ultimi tre giorni di gennaio sono freddissimi.

Insomma, nel credo popolare, gennaio è un mese lungo, freddo e un po’ dispettoso.

Pensieri, parole, leggende, tradizioni che vivono a cavallo dei secoli e giungono fino a noi, sicuramente modificate dal passaggio di generazione in generazione, ma senz’altro affascinanti perché frutto di una fantasia poliedrica, variopinta e soprattutto, popolare.
(Dr.ssa Maria Grazia Manna Pignataro)

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Aspettando la Befana …

Ma la calza sulla porta, sullo zerbino o sul camino?

 



La Befana del SAR arriva in elicottero

“La Befana vien di notte, con le scarpe tutte rotte …”… quante volte abbiamo sentito questo ritornello e quante volte ci siamo immaginati questa vecchina, un po’ fata un po’ strega, che a cavallo di una scopa entra nelle nostre case lasciando dolciumi, giocattoli e, qualche volta un po’ di carbone! Certo, è fantasia popolare, ma un po’ a tutti piace sognare, no? E finchè i bambini ne hanno voglia, lasciamoglielo credere, perché sognare non ha mai fatto male a nessuno! Ma quante storie e quante tradizioni intorno a questo bel giorno, l’Epifania “che tutte le feste si porta via”. Alcuni anziani brindisini, rammentano che da piccoli lasciavano la calza sull’uscio di casa ed immaginavano che la vecchia Befana entrasse da sotto la porta e riempisse le calze di caramelle, dolcetti e frutta, come mandarini ed arance. Se poi qualcuno si era comportato male durante l’anno, riceveva il carbone, ma non quello dolce e saporito, il carbone vero e proprio!

... Gli anni son passati, ma la tradizione è rimasta più o meno quella! La calza, i bambini di oggi, la mettono sul camino o sulla cappa della cucina o, i più pigroni, ai piedi del letto e si addormentano nella speranza di ritrovarla il giorno dopo piena di caramelle, cioccolate e, magari, un bel giocattolo.

Nell’immaginario popolare, la Befana è descritta come una vecchia signora, ultracentenaria, un po’ bruttina, a dir la verità, con stracci per vestiti e scarpe rotte. Per questo, molte nonnine, consigliano ai propri nipoti di lasciare, oltre alla calza vuota, qualche mandarino, che la Befana mangerà ed un vecchio paio di scarpe per la vecchietta che senz’altro prenderà per sostituire le sue. Qualcuno racconta che prima di andar di nuovo via a cavallo della sua scopa magica, una vecchia scopa di saggina, ma “volante”, dia un bacino sul naso di ogni bimbo. Così la notte i genitori si divertono a vedere i propri figli coperti fino alla punta del naso, perché … un po’ di paura intorno a questa figura così misteriosa i bimbi ce l’hanno!
Ma come è nata la leggenda della Befana?

Si racconta che i Re Magi, partiti dall’Oriente, attraversarono molti paesi per poter raggiungere la capanna di Gesù Bambino a Betlemme. Una cometa luminosa indicava loro il tragitto da seguire e ovunque essi passavano, molta gente si univa al loro cammino. Soltanto una vecchina non li seguì con la scusa che era indaffarata. L’indomani, però, pentita, cercò di raggiungerli, ma oramai i Re Magi erano troppo lontano. Per questo la vecchina, non vide Gesù né quella volta, né mai. Da allora, ogni anno nella notte fra il 5 ed il 6 gennaio, si carica un pesante sacco sulle spalle e, cavallo di una scopa, vola sopra le case distribuendo doni ai bambini, doni che rappresentano simbolicamente quelli che non ha potuto dare a Gesù.

Tutti pronti, dunque che fra pochi giorni arriva la Befana, che “mette dolci ai bimbi buoni, dentro calze e calzettoni…”!
(Dr.ssa Maria Grazia Manna Pignataro)

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Riti e tradizioni popolari legati al Capodanno


Dal bacio sotto al vischio alle lenticchie, dalle mutandine rosse ai botti…

 

Al mercatino natalizio di Piazza Vittoria, a Brindisi, c’è una casetta sempre affollata e frequentata da acquirenti impazienti di comprare un ramoscello di vischio. Ma perché tanta brama di possederne uno?... E’ tradizione, per Capodanno, appendere il vischio sull’uscio della porta e, allo scoccare della mezzanotte dell’ultimo dell’anno “baciarsi sotto al vischio”! Ma qual è il significato di questa usanza? In realtà è un usanza importata da Nord Europa ed in particolare dalla mitologia scandinava. Il vischio, infatti, è la pianta sacra della dea dell’amore Frigg. Accadde un giorno che suo figlio venne ucciso trafitto da una freccia di vischio. La dea per il dolore pianse tante lacrime che si trasformarono in tante perle che toccando il figlio lo riportarono in vita. Frigg, allora per la felicità baciava chiunque passasse sotto l’albero in cui cresceva il vischio in modo che non capitasse nulla di male a tutti coloro che erano stati baciati.


E questo è il significato simbolico anche qui da noi … quindi non dimentichiamoci il “prezioso” bacio! … Altra usanza tipica della notte di San Silvestro è il “dover mangiare” almeno un cucchiaio di lenticchie. Questo perché è tradizione popolare che le lenticchie vadano mangiate alla fine dell’anno perché considerate portatrici di fortuna e prosperità.

Il significato è da attribuire alla forma rotondeggiante delle lenticchie che assomigliano a delle monete … e non importa se i bambini si lamentano di non volerle mangiare, le “nonne” per forza riescono a fargliele assaggiare … ne va tutto a vantaggio di una buona dose di fortuna durante il nuovo anno. Anche per questo molti anziani brindisini, durante il banchetto, usano mettere delle monetine sulla tavola. Le monete, sicuramente si moltiplicheranno a dismisura nel corso del nuovo anno … o almeno si crede e si spera. Più o meno lo stesso significato ha la tradizione di mangiare dodici chicchi d’uva dopo la mezzanotte, dodici quanto i rintocchi dell’orologio. . Il tutto è augurio di ricchezza e prosperità.. Molti anziani, poi, soprattutto contadini, usano riempirsi le tasche di grano: ciò per augurarsi raccolti più ricchi . Se si facesse un sondaggio, poi chiedendo il colore della biancheria intima , si noterebbe che la maggior parte dei commensali indossa in questa magica notte, mutandine, calze o reggiseno di colore rosso. Indossare qualcosa di rosso, infatti, porta fortuna. L’uso di questo colore per l’ultimo dell’anno, alcuni lo fanno risalire ad un’antica usanza cinese; molti altri, invece, lo ricollegano al colore rosso del vestito di Babbo Natale o di Santa Claus, che dir si voglia. Lo stesso indumento rosso, poi, non deve essere usato nel Capodanno dell’anno successivo, perché se no l’auspicio di fortuna non vale più. Molti, anzi, il giorno dopo, quel capo lo buttano. Infine rimane l’usanza più pericolosa: quella di sparare botti quando arriva la mezzanotte. Tale tradizione risale a molti anni or sono, quando si credeva che il fracasso ed il fuoco a mezzanotte potesse allontanare gli spiriti maligni del vecchio anno dal nuovo. Purtroppo, però, quest’usanza, nel corso degli anni ha conosciuto una certa esagerazione e, non di rado, causato pericolosi incidenti, a volte anche a costo di vite umane. Questo quando l’imbecillità di alcuni supera il buon senso! Non bisogna mai perdere di vista, infatti, seppur nell’euforia della festa, l’importanza della vita umana che, seppur fra riti e tradizioni, deve essere sempre tutelata e difesa. Buon anno a tutti, dunque, e tanto buon senso e responsabilità con l’uso dei “botti di Capodanno”!
(Dr. Maria Grazia Manna)

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Giochi tradizionali sotto l’albero


In famiglia vince di gran lunga “la tombola”, amata da grandi e piccini

 

Tempo di vacanze natalizie e tempo di “tavolate”, non solo per le grandi abbuffate, ma anche per giocare con parenti e amici con i tipici e tradizionali “giochi di Natale” con le carte o con la tombola! A Brindisi si usa riunirsi a turno a casa delle persone care, cominciando solitamente da casa della nonna, allestire un lungo tavolo con una lunga tovaglia natalizia ornamentale, metterci sopra dolcetti, solitamente “purcedduzzi e bocconotti”, i “ subratavula” (quali finocchio, sedano, cicoria), frutta secca, mandarini e dare il via ai giochi. I più giovani amano giocare con le carte e il gioco più conosciuto a Brindisi è “Nonna Checca”, che quando esce dal mazzo, fa vincere tutto, ma vanno anche alla grande “ruba mazzetto, sette e mezzo e la rete”, I bambini in particolare amano il “ruba mazzetto” perché più facile da capire e da giocare. Si sa che i più grandi, invece, ormai da qualche anno sono appassionati di “burraco” e così le partite diventano lunghe, appassionanti per alcuni, noiose per gli altri, soprattutto per chi fa da spettatore, come i bambini.

Ma anziani e bambini poco sanno di “Burraco” (“sciochi moderni”, afferma qualcuno) ed è per questo che queste due fasce d’età, all’unanimità amano uno dei giochi più antichi nella storia: La Tombola! Non c’è che dire, la tombola conserva sempre il suo fascino e, si badi bene, basta chiedere in giro ai più anziani per capire che loro amano la classica e semplice tombola, cioè non quella automatica con cartelle di plastica in cui si abbassa la casellina… mai sia a proporla … loro vogliono la tombola di cartone, con le cartelle e il tabellone di cartone, con i numeretti di legno contenuti in un sacchetto cucito dalla nonna e con le bucce di mandarino fatte a pezzetti per coprire le caselle, o, in alternativa i fagioli. C’è chi ricorda che tanti anni fa, quando si coprivano le cartelle con i fagioli, poi questi li si riutilizzava cucinandoli, tanto “l’acqua ca bullìa li disinfettava!”... E poi ogni numero ha il suo significato e così quando esce il “33” il nonno urla “L’anni de Cristo”, oppure al “25”, “Natali!” o ancora al “77”, “l’anchi di li femmini”, “16”… ‘mbè, questo non si può scrivere, ma s’intuisce!, tra risatine divertite dei nipotini. Oppure si fa rima per divertirsi e sempre il nonno all’uscita, ad esempio dell’8, urla “pontà, pontì biscotto”, che in realtà non significa nulla, però sono anni che questa cosa diverte tutti! Ma la cosa più bella, all’inizio di ogni tombolata, è il classico augurio del più anziano della compagnia che dice “ Sciucamu… e cu rrivamu all’annu ci vene”, l’augurio, cioè di ritrovarsi, ancora una volta, nell’anno successivo a giocare tutti insieme alla vecchia, cara e intramontabile tombola! (Dr. Maria Grazia Manna)

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Tradizioni culinarie brindisine: I Purcedduzzi


Il tipico dolce natalizio

 

Sfido chiunque a trovare in giro un piatto di “purcedduzi” in un periodo diverso da quello natalizio …! Infatti “i Purcedduzzi” sono i tipici dolci che parlano del Natale, perché si fanno solo a Natale! Così, in questi giorni, molte mamme e nonne brindisine sono intente a fare piatti e piatti di questo tipico dolce pugliese da consumare con parenti e amici durante le feste o da regalare al dottore, alla vicina, ai nipotini. Ma non solo nelle case, anche nei forni, nelle panetterie, nei piccoli alimentari si possono osservare piatti decorati a festa e riempiti con “purcedduzzi” da vendere ai clienti che, purtroppo, non hanno nessuno che glieli sappia preparare. I purcedduzzi sono piccoli gnocchetti fritti, assemblati con il miele o con lo zucchero e decorati con pinoli, confettini e a volte anche noci. Li si aromatizza poi con l’anice e la cannella.


C’è chi si diletta a fare con l’impasto piccole roselline e poi attorno tanti piccoli gnocchetti creando piatti che sembrano vere e proprie opere d’arte. Questo è un dolce molto amato dai pugliesi e, quindi anche dai brindisini. Solitamente si mette sulla tavola durante le lunghe “tombolate” natalizie e va mangiato rigorosamente con le mani … inutile fare gli schizzinosi, ma è proprio così! E’ il più classico dolce della nostra tradizione culinaria natalizia, il più colorato, il più gustoso e che piace a grandi e piccini.

Secondo la tradizione “l’ultimo purcedduzzu” va consumato il giorno di Sant’Antonio Abate, protettore degli animali, il 17 gennaio. Questo come augurio di un anno ricco e fortunato. Buon appetito e felice Natale a tutti!
(Dr. Maria Grazia Manna)

In coda alla rubrica “Le Tradizioni del territorio” la ricetta dei “PURCEDDUZI DI NONNA RINA.”,
testimonianza raccolta da Irene e Silvia Martucci

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Credenze popolari: gli animali e il presepe


Gli animali che animarono la Notte Santa

 

Secondo credenze popolari, radicate più profondamente negli anziani, nella Notte Santa, gli animali parlano con noi e partecipano attivamente anche essi al lieto evento. Questa credenza popolare affonda le sue radici nella storia cristiana secondo cui, nella notte in cui nacque Gesù, molti animali festeggiarono e parteciparono alla sua Venuta e ognuno, a modo proprio, diede il suo contributo. Si parla, infatti, oltre che del bue e dell’asinello, anche di lucciole, di tortore, di pecorelle, di galline, di mule, di api. Per quanto riguarda il bue e l’asinello, si deve ad Origene, importante erudito dell’antichità cristiana ed interprete delle profezie di Abacuc ed Isaia, l’aver aggiunto nella grotta questi due animali. E poi sono divenuti gli animali più importanti nella rappresentazione del presepe, in quanto contribuirono a scaldare il Bambin Gesù nella notte gelida della sua nascita.

Si narra che il bue non mangiò la paglia fresca della mangiatoia, per rendere più confortevole la culla di Gesù e anche l’asinello, che con la sua umiltà nulla poteva donare, contribuì con il suo fiato a scaldare il Bambinello. Secondo la tradizione l’alito del bue è il più dolce e profumato fra tutti gli animali, proprio perché scaldò Nostro Signore. Si narra poi, che nella Stalla fosse presente anche una mula, che non gradì molto l’arrivo degli ospiti. Si riempì di ira poi, quando parte della sua paglia, fu tolta per metterne ancora nella mangiatoia. Era fortemente adirata, ma non reagì perché aveva visto gli altri animali calmi e tranquilli portare conforto a Gesù. Cercò ipocritamente di contribuire anche lei e con il cuore colmo di ira si avvicinò per scaldare il Bambino anche lei con il suo fiato. Ma a causa della rabbia, il suo alito era freddo tanto che Gesù pianse. Allora la Madonna che se ne accorse, la mandò via e, poiché ricordasse che aveva fatto piangere Gesù per rabbia, la rese sterile.
Si racconta che anche le tortore fossero presenti nella grotta. Esse cantarono per Gesù Bambino con un cinguettìo dolce e melodioso, tanto che, nonostante il freddo pungente lo fecero addormentare.
Una lucciola, invece seguì i pastori fino alla stalla, ma se ne accorse solo Gesù che la sfiorò con un dito e la fece diventare luminosa.
Le api intonarono un dolce ronzìo per Nostro Signore dedicandoGli un’intera ode.
Le pecore offrirono la loro lana affinchè la Madonna potesse fare una calda coperta per suo Figlio.
Insomma ci fu un’unanime partecipazione da tutti gli animali ed è per questo che, tornando a quanto detto all’inizio, anche essi la Notte di Natale si pensa che festeggino e partecipino alla festa più bella dell’anno.
(Dr. Maria Grazia Manna)

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Brindisi per due giorni “Capitale del FOLKLORE”


Grande Manifestazione folkloristica al quartiere Bozzano di Brindisi

 

Si è svolta venerdì 12 e sabato 13 novembre nel rione Bozzano a Brindisi un grande evento attinente usi e costumi popolari di tutta la nostra nazione, includendo chiaramente anche quelli brindisini, che hanno dimostrato ancora una volta la loro importanza, non solo tradizionale, ma sovente, anche storica! L’evento, la cui riuscita la si deve soprattutto al gruppo folkloristico brindisino “Lu Scattusu”, cui presidente, ricorderemo, il signor Franco Zurlo e alla Federazione Italiana Tradizioni Popolari nella persona del presidente Benito Ripoli, ha messo in risalto la nostra città, Brindisi, quale centro d’attenzione a livello nazionale di tutto il movimento folkloristico italiano. Il tutto si è avvalso della collaborazione del Patrocinio del Ministero per i beni e le attività culturali della regione Puglia e del Comune di Brindisi.


E’ stata occasione di incontro e confronto di varie culture e tradizioni italiane. Nella prima serata del 12 novembre, si è voluto premiare i 10 personaggi che si sono distinti nel campo nazionale delle Tradizioni e che hanno contribuito con il loro studio e le loro ricerche antropologiche a valorizzare la cultura popolare della nostra nazione, che è parte integrante del vivere comune di ogni popolo e che si manifesta in varie forme, dai dialetti, alla cucina, ad alcuni tradizionali mestieri, a musiche, canti, balli, e a qualsiasi manifestazione popolare che affonda le proprie radici nel passato, spesso, molto remoto. Nella seconda serata del 13 Novembre, si è svolta la seconda edizione del Festival Nazionale della Musica Popolare con riti, canti e musiche di tutto il territorio nazionale.
Da segnalare anche i numerosi stand allestiti nell’ampio piazzale predisposto per l’occasione e in cui erano in mostra prodotti enogastronomici tipici locali e pugliesi.
L’evento, a cui chiunque poteva partecipare, perché ad ingresso gratuito, ha visto l’affluenza di un folto pubblico che ha gradito l’atmosfera di due serate trascorse in allegria e che ha potuto anche abbandonarsi a ricordi del passato, con un pizzico di nostalgia riscoperta in canti e musiche tipici.
(Dr. Maria Grazia Manna)

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Tradizione e matrimonio: perchè si lancia il riso agli sposi


Qual è il significato simbolico di questo gesto?

 

Narra un’antica leggenda cinese che un genio buono vegliava su un villaggio e ne era felice per la rigogliosità e per la serenità in cui vivevano i suoi abitanti. Accadde però, che all’improvviso, il villaggio fu attraversato da una grave crisi economica a causa di avverse condizioni atmosferiche. Così iniziò un duro periodo di profonda carestia e tutti gli abitanti iniziarono ad avere seri problemi a procurarsi il cibo quotidiano. Il genio, per questo, si impietosì fino alle lacrime e decise di aiutare i poveri abitanti. Sacrificò, così, i suoi denti in segno di solidarietà e li disperse nella palude. Erano i denti di un genio e perciò denti magici; così l’acqua della palude li trasformò in semi, dai quali germogliarono molte piante di riso. Ben presto il villaggio, così ebbe abbondanza di cibo per tutti. Da qui il famoso detto, d’origine cinese “Dove c’è riso c’è abbondanza”… Molti fanno risalire l’usanza di gettare il riso sugli sposi che escono sul sagrato della Chiesa dopo la cerimonia nuziale, a quest’antica storiella cinese.


Tanti, invece, insistono nel far risalire questa tradizione al fatto che antiche tribù, in epoche storiche remote, usavano consumare soprattutto riso nei banchetti nuziali. Il riso, comunque, è sinonimo di prosperità ed amore, ed è questo che il gesto di buttarlo sugli sposi, simboleggia. A Brindisi, non c’è matrimonio in cui non si riproduca il “lancio” del riso; anzi alcuni sposi, insieme alle bomboniere e ai fiori, fanno preparare appositamente sacchettini decorati , solitamente a forma di cono, pieni di riso che poi vengono dati agli invitati prima della fine della cerimonia religiosa, affinchè poi venga gettato in abbondanza sugli sposi all’uscita dalla chiesa. In alcuni matrimoni, poi, sempre a Brindisi, ma anche in molte altre province pugliesi, si usa gettare oltre al riso, cuoricini colorati, petali di rosa, confetti e soldi. Caratteristico è poi, vedere i bambini tutti accovacciati a cercare di raccogliere “il bottino”!... Non di rado si lasciano anche andare palloncini colorati in alto nel cielo e, quando proprio si vuole esagerare, si liberano due colombe bianche che, immediatamente spiccano il volo, simbolo, questo della nuova vita di coppia che gli sposi hanno intrapreso. I confetti devono essere rigorosamente bianchi e con una mandorla all’interno. Infatti, le due unità della mandorla, tenute insieme da un velo di zucchero, simboleggiano l’unità della coppia. I soldi, invece, sono augurio di ricchezza. A volte (quando proprio si vuole esagerare) si fanno scoppiare i fuochi d’artificio. Il lancio del riso, comunque, rimare il gesto tradizionale per eccellenza e che risale alla notte dei tempi. Basta guardare, infatti le fotografie dei nostri genitori o nonni per trovare sempre qualcuna in cui è immortalato il momento del “lancio del riso”!... e a guardarci bene, in quelle foto, si scorge sempre qualche anziana signora con una spazzola in mano, pronta a “spolverare” il vestito scuro dello sposo che, con tutto quel riso “S’è ‘mbucatu!!!”.
(Dr. Maria Grazia Manna)

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Tradizione e matrimonio: il bouquet della sposa


Perché si lancia il bouquet a fine cerimonia?

 

Uno degli accessori più importanti nel giorno del matrimonio è senza dubbio il bouquet della sposa, scelto giorni prima dalla sposa stessa, perché deve essere in armonia con l’abito da cerimonia, ma regalato, a secondo dei paesi ,e delle usanze, o dalla suocera o dal futuro marito. A Brindisi, generalmente è la futura suocera che regala il bouquet, portandolo a casa della sposa la mattina prima della cerimonia, omaggiando così la futura nuora di fiori generalmente bianchi e delicati, spesso roselline o fiori d’arancio e come augurio di fertilità. Per tradizione, comunque, dovrebbe essere lo sposo a regalare il bouquet che, in tal caso, rappresenterebbe l’ultimo omaggio di questi come fidanzato e che chiuderebbe così il ciclo del fidanzamento. Generalmente lo sposo dovrebbe far recapitare il bouquet, la mattina del matrimonio, alla futura moglie.


L’usanza di regalare fiori alla Promessa Sposa ha origini antichissime e probabilmente affonda le proprie radici nel mondo arabo dove i “fiori d’arancio” erano simbolo, appunto di fertilità. Nel mondo egizio, invece, si donavano fiori alla sposa per allontanare gli spiriti maligni. Comunque, poi, l’usanza si è diffusa in tutto il mondo ed il bouquet, negli anni si è venuto via via modificando. Mentre prima era costituito nella maggior parte delle volte da fiori d’arancio, oggi si possono scegliere varietà infinite di fiori, fino alle semplice margherite di campo, a gusto e discrezione della sposa! Certo è che spesso si cerca di farlo in qualche modo conciliare sia con l’abito che con gli addobbi floreali scelti per decorare la Chiesa. Il Bouquet è tenuto dalla sposa per tutta la cerimonia religiosa e spesso, verso la fine del pranzo nuziale, se ne decide il destino. La tradizione vuole che si raggruppino tutte le invitate nubili e che la sposa, voltata di spalle, lo lanci verso il gruppetto di donne in attesa di maritarsi. Sarà così, la sorte a designare colei che si sposerà entro l’anno e cioè colei che riuscirà a prendere il bouquet. Ultimamente, però, succede che sia la sposa a decidere a chi donare i fiori, scegliendo l’amica nubile più cara, o una sorella o una parente in attesa di maritarsi. Più spesso, poi, avviene che la sposa decida di tenere per sé il bouquet, congelandolo nel freezer, come ricordo (ma per quanto tempo, poi?). C’è chi decide di farlo essiccare e conservarlo così! Alcune spose, poi, decidono, invece di portarlo al Cimitero e di depositarlo sulla tomba di qualche persona cara. Questo avviene soprattutto nei paesi di provincia dove certi gesti sono più un dovere che un’usanza, per evitare di dar adito alla gente di “parlare”!
Certo è che l’usanza di lanciarlo tra le amiche che se lo contendono una con l’altra a volte dando vita a scene esilaranti e degne di essere mandate a “Paperissima”, rimane la scelta più tradizionale e divertente e che dona tanta speranza a chi ha proprio tanta, ma tanta voglia di sposarsi entro l’anno!
(Dr. Maria Grazia Manna)

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Matrimonio tra tradizione e superstizione!

Ecco cosa, secondo la credenza popolare, si deve fare e cosa no!

 

“Di Venere e di Marte né si sposa né si parte!”… così recita un famoso proverbio riguardo ai giorni in cui è preferibile non sposarsi, e cioè il venerdì ed il martedì, perché pregiudicherebbero la riuscita del matrimonio stesso! Eppure in Norvegia è proprio il venerdì il giorno prescelto da molti sposi! Ma guai a proporlo qui in Italia, soprattutto al sud, dove questa mentalità è molto e profondamente radicata! Provate a chiedere, ad esempio, a qualche “attempata brindisina” se ci si può sposare di venerdì o di martedì…la risposta sarebbe un secco e immutabile “NO!”… Sposarsi di Venerdì, in particolare “porta disgrazia!”. Per quanto riguarda i mesi, tutti sono buoni, meno che Maggio e Novembre, mentre sposarsi a Settembre porta “ricchezza ed allegria” e, invece, la neve di Dicembre “porta alle coppie amore eterno!”. Se quando ci si sposa, poi, piove, questo è segno di grande fortuna, perché “Sposa bagnata, sposa fortunata!”. Ma tanti altri piccoli riti riguardano il matrimonio! E’ tradizione, infatti che la sposa debba indossare il giorno fatidico cinque cose immancabili: “una cosa vecchia”, che simboleggia il suo distacco dal passato, la sua vecchia vita che lascia alle spalle, vita che non deve dimenticare o rimuovere, ma semplicemente cambiare; “una cosa regalata”, spesso gli orecchini o una collana, che simboleggia il bene delle persone care; “una cosa blu”, e questo perché anticamente le spose si vestivano di blu perché il blu indicava la purezza ed infine, “una cosa prestata” che simboleggia l’affetto delle persone care che accompagnano la sposa durante questo passaggio fra vita vecchia e vita nuova!


In alcune zone d’Italia, poi, si usa anche che la sposa indossi una cosa nuova, simbolo di nuovi traguardi da raggiungere. Altre tradizioni riguardano poi la “fede nuziale”. Innanzitutto sapete perché la si porta all’anulare sinistro? Gli antichi egizi credevano che dall’anulare sinistro partisse una vena che andava direttamente fino al cuore e che su questa vena correvano i sentimenti. Quindi “legavano” questa vena con un anello per garantirsi la fedeltà. Anche gli antichi Romani solevano indossare la fede, all’epoca fatta di ferro. Solo nel Medioevo la fede venne fatta con materiali preziosi e spesso l’uomo ne donava tre alla moglie. Ai nostri giorni la fede è solitamente di oro giallo. La indossano sia lo sposo che la sposa e ce la si scambia in chiesa. All’interno di esse si incide la data di matrimonio ed il nome del consorte e della consorte, come simbolo di amore eterno.

La tradizione vuole che sia lo sposo a pagarle, ma spesso capita che la regalino i testimoni! Agli sposi si regala poi, una spiga di grano, come augurio di figli futuri! All’uscita della chiesa si usa gettare il riso. Ma sapete perché?...perchè il riso simboleggia ricchezza e gioia. Anzi in alcuni matrimoni si lanciano anche confetti e monete.
Un’ultima curiosità? Vi ricordate la famosa frase “Prendo te…come mia legittima sposa!”?...ebbene da qualche anno è cambiata in “Accolgo te…”! Comunque, sposarsi resta sempre una cosa meravigliosa, un giorno da non dimenticare e aldilà di riti, superstizioni, tradizioni, ci si augura sempre che sia un matrimonio lungo e felice e che gli sposi vadano sempre d’accordo anche perché, in fondo “Chi si somiglia si piglia!”!!! (Dr. Maria Grazia Manna)

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“La Mellonata”

Una tradizione che risale agli anni ’30

 

Ogni anno a Brindisi, da oltre settant’anni , in tutte le spiagge , il 15 di Agosto (FERRAGOSTO), si rinnova la tradizionale usanza della “mellonata a mare”: le famiglie brindisine, cioè, sono solite portare grosse angurie (ma proprio grosse), da aprire e mangiare con parenti e amici vicino al mare. Si instaura quasi una gara per vedere chi porta l’anguria dal peso maggiore e chi si aggiudica il primato si riempie di orgoglio. La “mellonata a mare” è una tradizione tipicamente brindisina e moltissimi sono gli anziani che ricordano quando giovinetti si recavano alla spiaggia di Sant’Apollinare per mangiare “lu sarginiscu” il giorno di Ferragosto. Ed infatti, già sul finire degli anni ’30, questa tradizione aveva preso piede. Moltissimi brindisini, il 15 agosto si recavano a Sant’Apollinare, che era la spiaggia più frequentata, famosa e affollata dell’epoca, raggiungendola con imbarcazioni di ogni tipo e portando con sé, oltre alle grosse angurie, “sarginischi”, appunto, a volte del peso anche di 18-20 chilogrammi (e per questo peso eccezionale famosi in tutta la Puglia), anche cibarie locali come “la fucazza cu la cipoddha” e “brascioli e purpette”. Si mangiava, infatti vicino al mare e da qui anche la famosa canzone “Sciamu sciamu beddha mia, sciamu a Sant’Apullinare…”

Alla fine della giornata si apriva e si gustava l’anguria, tutti insieme, mentre orchestrine o giovani con la fisarmonica intonavano allegre canzoncine e trascinavano tutti nel ballo e nel divertimento. Era una festa semplice, ma gioiosa, in cui ogni brindisino trovava conforto e spensieratezza dopo le lunghe e faticose giornate di lavoro che l’avevano preceduta. All’epoca, infatti, il lavoro era soprattutto nelle campagne ed era duro e faticoso. Di solito erano i contadini a portare le angurie e per questo facevano il confronto fra loro per vedere chi era riuscito a raccogliere dal proprio campo l’anguria più grossa.

Questa festa, allo scoppio della seconda guerra mondiale, finì. I tempi erano duri, la fame imperversava, molti uomini erano al fronte e nessuno aveva voglia di festeggiare. Quando la città iniziò a riprendersi dal conflitto, e iniziò l’industrializzazione, Sant’Apollinare scomparve lasciando il posto alle industrie locali. Erano gli anni ’60, Sant’Apollinare diventava solo un gelosissimo ricordo da custodire nel cuore, ricordo di un tempo in cui bastava poco per divertirsi: un po’ di sole, di mare e tanta semplicità! Con questo lido se ne andava tanta storia e tradizione brindisina. La “Mellonata a mare” è sopravvissuta nel tempo in forma più ridotta, nei nostri lidi anche se i “sarginischi” di un tempo neppure si trovano più.

Oggi il giorno di Ferragosto si pranza al mare, spesso ancora “brascioli e purpette”, la musica c’è, ma non quella delle orchestrine, bensì quella di radio o impianti stereo, … anche i balli sono diversi…Ma è rimasta l’idea che da ferragosto in poi inizia il tramonto dell’estate e spesso qua e là si sente qualche anziano citare un famoso proverbio brindisino: Quandu essi l’uva e la fica, lu muloni si va ‘mpica”, come per dire che dopo il 15 agosto anche le angurie non sono più buone, perché viene il tempo dell’uva e dei fichi, frutti che significano che l’autunno è ormai alle porte!
(Dr. Maria Grazia Manna)

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La rosa: il fiore della primavera

Il mito collega i suoi colori alla dea Afrodite


Maggio è il mese delle rose e così, tanto nei giardini, quanto nei fiorai sparsi qua e là per la città si vede un magnifico spettacolo di colori e si percepisce il delicato profumo che questo meraviglioso fiore emana. Anche nelle chiese e vicino alle edicole sacre dei vari quartieri si notano meravigliose rose dall’aspetto superbo, indice della loro ineguagliabile bellezza. Le rose, infatti, sono i fiori con cui più si omaggia la Madonna; ma sono anche i fiori più regalati alle mamme, alle fidanzate, alle amiche.
Tante sono le storie ed i miti sorti intorno a questo meraviglioso dono della natura, ed …attenzione a quando si regala una rosa perché la tradizione ha attribuito ad ogni colore, un significato diverso, spesso positivo, ma, talvolta, negativo. Si scopre così che la rosa rossa, indica “passione, amore” ed è la più indicata da regalare alla propria compagna; la rosa gialla indica gelosia e, nonostante la sua bellezza, non sempre è opportuno regalarla, soprattutto se chi la riceve è superstizioso. La rosa bianca indica amicizia ed è anche il simbolo di purezza ed innocenza, ed è il tipo di rosa più spesso offerto alla Madonna.
Quando si decide di regalare delle rose, quindi, è bene ricordare queste attribuzioni di significato, perché se chi le riceve è superstizioso o, comunque, pignolo, si rischia di creare un “discutibile” equivoco.
A proposito dei colori delle rose, si narra che in origine le rose fossero tutte bianche, sempre bellissime e profumate, ma indiscutibilmente bianche. Accadde un giorno, però, che Afrodite, dea della bellezza e dell’amore, mentre stava inseguendo uno dei suoi innamorati, inciampò in un cespuglio di rose e, cadendo, si punse alle spine. La dea urlò di dolore ed il suo sangue cadde sulle rose. Da allora nacquero le rose rosse (anche per questa leggenda indicate come simbolo di passione ed amore) e da esse, poi le rose di altre tonalità e colori. Ecco anche perché presso i Greci dell’antichità la rosa era consacrata alla dea Afrodite.
Oggi abbiamo tanti colori di rose, anche la rosa blu, come ci ricorda il cantante Michele Zarrillo in una delle sue più celebri canzoni.
(Dr. Maria Grazia Manna)



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La compagnia teatrale “De Sanctis” pronta a mettere in scena la nuova commedia


La Compagnia teatrale De Sanctis in scena con “HA CCAPATU ALL’AMU?”


La compagnia brindisina “DE SANCTIS”, che ricorderemo ha come presidente Tonino Faita, e come attori, brindisini che sanno riprodurre al meglio il dialetto brindisino, permettendone così la sopravvivenza e la conoscenza anche alle giovani generazioni, spesso desiderose di conoscere l’idioma originale della loro terra, quello, per capirci, parlato dai loro nonni, torna in scena con una nuova commedia, tutta da gustare per le scene divertenti ed il linguaggio, appunto, dialettale che saprà offrire, incantando e divertento grandi e piccini. Questo, infatti, il “Comunicato Stampa” divulgato dalla compagnia:

La compagnia “De Sanctis”porta in scena un nuovo lavoro scritto da Annarita Lonoce intitolato “HA CCAPATU ALL’AMU?”. Il gruppo che lavora da 12 anni per la valorizzazione della cultura locale attraverso il teatro ha iniziato il proprio percorso con il compianto Francesco Sebastio, già insegnante presso la scuola media statale “Marco Pacuvio”di Brindisi e amante della ricerca storica e linguistica, oggi proseguito con Tonino Faita. Molteplice le produzioni di spettacoli di diverso genere che hanno negli anni affollato il teatro di migliaia di spettatori, molti fedeli amanti del teatro in vernacolo ma anche della compagnia. La “De Sanctis” fin dalle volontà di Sebastio ha voluto intraprendere un percorso di ricerca seria che si contrapponesse allo stile solo allusivo e colorito con cui si è soliti spesso intendere o sentire il dialetto, in particolare in Teatro. Convinti che a Brindi esista una cultura popolare forte e dominante che ha segnato la storia fin dalle origini e che mai si è istituzionalizzata, ma che nonostante questo deve e può sollevarsi dal retroterra volgare e pregiudiziale nel quale è stata da sempre confinata, la compagnia si è avvalsa di amanti della cultura locale per realizzare i suoi progetti e con sempre grande disponibilità ha accolto suggerimenti da parte degli studiosi locali. In quest’ottica è ormai da un triennio che le regie degli spettacoli sono affidati ad uno dei registri più quotati del territorio, Maurizio Ciccolella, che ha saputo mantenere vive le tradizioni del gruppo e allo stesso tempo dettare nuove metodologie di lavoro fino ad allora inimmaginabili. Con questi sapienti regie gli spettacoli e a detta di molti sono diventati più di un’occasione per divertirsi ma anche un momento importante di valorizzazione e suggello della nostra cultura. La nuova produzione parla di uno spaccato fondamentale della città: il Casale in particolare nel “Villaggio Pescatori”, popolato da persone comuni e rivisto negli anni 70 anche dagli occhi di un emigrato che torna con progetti di gloria per il suo villaggio, ma poi ritroverà semplicemente l’amore. Lo spettacolo andrà in scena al Teatro Impero nel mese di Marzo il 25 e il 26.

Questo il comunicato della Compagnia che lascia intendere uno spettacolo di puro divertimento, ma anche ricco di cultura e tradizione, visto che abbraccia uno dei quartieri più antichi e più amati di Brindisi: il Villaggio Pescatori dove da sempre, dialetto e tradizioni, sono stati profondamente radicati nel cuore della gente che lo popola. Considerando i precedenti della Compagnia che ha saputo sempre divertire gli spettatori, gli argomenti trattati e la genuinità pura del dialetto sempre usato, lo spettacolo promette proprio bene e già sono tantissimi i desiderosi di vederlo per passare una serata divertente e goliardica, ricca di cultura e tradizione popolare. Tutti ansiosi di riscoprire quella vecchia Brindisi, umile e sincera, e quel modo di parlare sempre custodito con orgoglio e amore nel cuore di ogni “Brindisino verace”. Non dimentichiamoci, dunque, il 25 e il 26 marzo tutti all’Impero con i nostri amici della Compagnia De Sanctis!!! (Dr. Maria Grazia Manna)



Abboccare, si sa, significa afferrare con la bocca. Ad abboccare all’amo, ovviamente, è il pesce, attratto dall’esca, ma usiamo la stessa espressione, in senso metaforico, quando una persona cede incautamente alle lusinghe altrui. Attingendo al nostro dialetto, in una situazione del genere, più che a “bbuccàri”, noi brindisini ci affidiamo al verbo “’ccappàri” che, per uno dei suoi vari significati (capitare,incappare, lasciarsi abbindolare, restare intrappolati…), se vogliamo, dà l’idea completa della situazione, perché chi “’ccappa” all’amo non ha soltanto abboccato ma vi è rimasto irrimediabilmente impigliato. è il caso, nella commedia di stasera, di uno dei protagonisti che, malgrado la sua apparente superficialità e la sua … ritrosia all’amore, finisce per arrendersi alla forza di questo grande sentimento. Ed ecco il motivo del titolo “Ha ’ccappatu all’amu?!”, una scelta che riteniamo ancor più appropriata se si considera che la storia si svolge nel “Villaggio Pescatori”, un nostro rione - com’è noto - tipicamente marinaro. è una storia che si snoda intorno agli anni ‘60/70 in una location che ci fa piacere evocare e considerare ed è vista nella complessità di usanze, tradizioni e modi di interpretare la vita, che scopriamo essere lontani dal giorno d’oggi. Il villaggio si offre per una storia d’amore semplice, pulita, quella tra Pascalinu ed Elenuccia che scemerà quando, dopo un distacco di vari anni, vengono al pettine situazioni ed intrecci familiari che mettono in risalto i lati negativi di molti caratteri. I personaggi si rapportano tra di loro con le tipiche ed evocate espressioni dialettali che ci fanno ritrovare e rivivere i sapori, gli odori e le tradizioni della nostra infanzia e adolescenza. Ciò che si propone, in chiave teatrale, viene sempre visto in virtù di un acculturamento da proporre ai giovani perché, con più facilità possano risalire al significato di alcune espressioni per ritenersi eredi del patrimonio dei loro predecessori. Il personaggio di Coca, invadente, curiosa e pettegola, dà vita ad equivoci e a situazioni di contrasto tra le famiglie dei due innamorati. La figura occasionale di un frate è, senza dubbio, propedeutica ad una rappacificazione familiare ma non basta ad evitare colpi di scena e di dissensi che solo l’amore, da sempre collante d’eccezione, riuscirà a ridimensionare, placando gli animi e razionalizzando gli eventi per regalarvi una felice conclusione.

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Brindisi in 8000 cartoline d’epoca grazie a Pierluigi De Castro

Il suo collezionismo: “più che una passione iniziata 50 anni fa!”


 

Quante volte passeggiando per i corsi brindisini ci siamo chiesti quanto sia cambiata la nostra città dal tempo dei nostri bisnonni o nonni? Com’era il nostro porto, cosa c’era al posto di questo o quel negozio, questa o quella banca? Per trovare una risposta più che esauriente e fare un tuffo nel passato della nostra città basterebbe guardare la collezione di cartoline d’epoca che possiede il signor Pierluigi De Castro, rappresentante dell’Unesco, classe 1942 e che parla delle sue cartoline definendole, per lui, “più che una passione!”. Infatti, durante il nostro incontro mi dice che lui ama collezionare tante e diverse cose sulla nostra città., precisando: “Posseggo cartoline antiche, documenti epistolari del 1887-1882., del 1956, francobolli, automobiline, giocattoli e altro!”.


Vista la sua grande passione da cui traspare un grande amore per la città di Brindisi continuiamo a chiedergli di queste cartoline:

Quante sono in tutto le sue cartoline?

“Ne posseggo circa 8000, e ancora oggi ne cerco in giro perché il desiderio di ampliare è sempre presente!”

Ma quando è iniziata questa sua passione?

“E’ cominciata circa 50 anni fa, ai tempi del mio primo anno d’università…studiavo “Architettura” a Roma, e la lontananza da Brindisi, il desiderio di vedere sempre immagini della mia città che tanto amo, mi ha portato ad iniziare a chiedere cartoline usate ai miei parenti, ai vecchi amici…Sono stato uno dei primi a Brindisi ad iniziare questo tipo di collezione!”

Ne possiede anche della provincia, tipo San Pietro, Ostuni, San Vito?

“Ne avevo alcune, non molte, che però ho scambiato con collezionisti della provincia che ne avevano alcune di Brindisi!”

A quando risale la più antica cartolina?

“La più antica al 1897, ma ho anche documenti molto antichi, alcuni risalenti alla “Valigia delle Indie”, ho antiche stampe, antiche fotografie perché sono sempre stato attratto da tutto ciò che era ed è la storia di Brindisi!”

Descriviamo ai nostri lettori qualche sua cartolina?

“Ne ho alcune che sono state fatte dal Casale e quindi riprendono com’era tanti anni orsono, per esempio, Piazzale Lenio Flacco, altre riprendono il Villaggio Pescatori… e poi in 50 anni sono riuscito ad averne tante su tanti angoli della nostra città…”

Ha mai fatto delle mostre con queste cartoline?

“Sì, qualcuna e anche due pubblicazioni: una ne raccoglieva una decina in un libretto fatto in collaborazione con Antonio Celeste, ma era un libretto pubblicitario, invece l’altro era un libricino vero e proprio fatto in collaborazione con il signor Luca Augusto, libricino intitolato “BRINDISI: RICORDI DEL RECENTE PASSATO, UN VIAGGIO ATTRAVERSO LE IMMAGINI TRA ’40 E ‘60”pubblicato nel 2000. Fu una grande soddisfazione vedere moltissime cartoline della mia collezione pubblicate in quel volumetto!!!”.


Il signor De Castro, agli effetti, dimostra uno smisurato amore per Brindisi e mi spiega che lui in realtà è nato a San Pietro Vernotico dove ha fatto le scuole elementari, poi di aver studiato, nel periodo delle scuole medie, a Lecce, quindi a Campi Salentina, poi Brindisi, Roma. Ha sempre tanto girato nella sua giovinezza, ma portandosi sempre nel cuore Brindisi, dove si è anche sposato e messo su famiglia!

Oltre alle cartoline, colleziona automobiline antiche, francobolli, documenti e altra grande passione “giocattoli antichi”. Con i giocattoli ha fatto una mostra, insieme ad altri due collezionisti, nell’ex convento di Santa Chiara, nel marzo 2008 per l’Unesco, mostra che, oltre alle scolaresche, è stata visitata da 3500 persone. Possiede molti giocattoli antichi, tanti pugliesi, come ad esempio “Il Curro” o “Fuci fuci Manuele”, giocattoli che ripercorrono anni ormai dimenticati di storia e tradizione!
Inoltre ama costruire presepi… dice di aver iniziato con uno per casa sua, nel 1976, sposato da poco, quando iniziò a rappresentare la natività in una scatola di scarpe, scatola che oggi è diventata un presepe 80 x 80.
Ha anche esposto qualche suo presepe nella mostra tenutasi quest’anno a Brindisi presso Palazzo Granafei-Nervegna dal 10 dicembre 2009 al 10 gennaio 2010. Il suo era esposto al primo piano, ed era di minuscole dimensioni ed in questo era la sua bellezza ed originalità. Mi spiega, il signor De Castro che lo ha realizzato con scatole di medicinali.

Insomma persone come il signor Pierluigi De Castro sono molto importanti per il recupero della storia e della tradizione della nostra città, persone che contribuiscono a mantenere vivi il ricordo di “ciò che fu” e che se non fosse per le loro collezioni, passioni e amore smisurato per Brindisi, probabilmente andrebbero perdute. De Castro ha fatto della sua passione un piccolo tesoro per il nostro patrimonio culturale, ricordi di grande rilevanza storica, di cui spesso, invece, non se ne conserva traccia! Le sue iniziative, la sua creatività, la sua passione, i suoi ricordi storici e tradizionali andrebbero valutati nella giusta maniera per restituire anche un po’ di storia brindisina alle generazioni più giovani che spesso, palesemente, dimostrano la loro voglia di conoscere e sapere com’era nel passato la nostra amata città!
(Dr. Maria Grazia Manna)


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Ma perche’ nessun bambino si veste piu’ da arlecchino?

Che fine hanno fatto le maschere tradizionali del Carnevale? …Viaggio tra le più antiche mascherine d’Italia!



E’ Carnevale…tutto è allegria, feste e veglioni tra coriandoli svolazzanti e dispettose stelle filanti, tutti a preparare carri, sfilate, baldoria,… grandi e piccini! La festa del Carnevale ha origini molto antiche ed ha, tradizionalmente, sempre rappresentato la fine dell’inverno e l’imminente arrivo della primavera. Ora dalle previsioni meteorologiche, pare che quest’anno non sia così, perché sono previste altre ondate di freddo intenso, ma il Carnevale è comunque puntualmente arrivato. Così , soprattutto i bambini, si vestono in maschera e sfilano per i centri cittadini, anche la nostra Brindisi,( soprattutto il sabato sera e la domenica mattina) è piena di fanciulletti che si divertono a tirarsi fra di loro i coriandoli e che mostrano orgogliosi i loro vestiti. Ma come si vestono i bambini di oggi? Ormai si sa che da un po’ di anni non è più la tradizione a fare da padrona, bensì i personaggi televisivi, quelli dei cartoni animati, per intenderci. Così ci si guarda intorno e si scoprono bambini travestiti da Gormiti, o Ben 10, o Winx, o Witch, poche principesse, sopravvive qualche Zorro, qualche cow-boy e qualche piccola indiana! Ma…che fine ha fatto Arlecchino? E Pulcinella?...la tanto simpatica e civettuola Colombina, dov’è?
Quelle bellissime maschere, molte delle quali riprese dal teatro del 600 e del 700 e che venivano rappresentate in commedie allegre e scherzose, pare, soprattutto fra i bambini, siano scomparse! Sì perché nelle loro città d’origine, c’è qualche adulto che conserva la tradizione, ma la realtà è che (complice la TV), oggi i bambini preferiscono altro!
Ma vediamo nel dettaglio quali sono queste maschere in via di estinzione fra i Piccoli italiani:
Il “povero” Arlecchino che è una maschera che nasce a Bergamo. Il suo vestito è allegro e brillante, tanti rombi dai mille colori e una maschera nera sugli occhi. Rappresenta il serio lazzarone, un po’ truffaldino, che litiga sempre con il suo padrone e che è innamoratissimo di Colombina.
Colombina che è appunto, la compagna di Arlecchino. E’ una maschera veneziana. Nel suo vestito a balze dominano l’azzurro e il bianco. E’ la maschera femminile più famosa tra quelle tradizionali e rappresenta la ragazza un po’ civettuola, maliziosa, allegra e spensierata!
Poi c’è Pulcinella, maschera napoletana tanto famosa ed amata, soprattutto a Napoli! Vestito con un camicione ed un pantalone bianco un cappello a cono e porta una maschera nera sugli occhi. Rappresenta un servitore, avezzo però all’ozio, al mangiare e al bere. E’ molto furbo e impertinente.
Come dimenticare, poi, Dottor Balanzone? Viene da Bologna e rappresenta la “saggezza”, un po’ esagerata, però e quindi, spesso, ridicolizzata! Ha pantaloni e camicia nera, un cappello e…un grosso pancione! Ha sempre un libro sotto il braccio!
Brighella, ha anch’esso origini bergamasche. Pantalone verde, giacca marrone, cappello a tricorno, panciotto rosso, calze rosse. Indossa una parrucca con un codino all’insù. Ama il vino, tanto…(quindi naso rosso) e’ buono e molto galante.
Stenterello, viene, invece dalla Toscana. Indossa Giacca blu, panciotto giallo, pantaloni corti scuri e un paio di calze spaiate, di cui una a righe. Indossa un simpatico cappello sopra una parrucca con codino all’insù.
E queste sono solo alcune delle maschere un po’ dimenticate…ed è un gran peccato perché sarebbe bello che i nostri piccoli, oltre ai personaggi della TV, imparassero ad amare anche quelli della nostra tradizione, quelli, che hanno fatto parte del nostro patrimonio culturale, perché, aldilà della maschera, ognuno di quei personaggi rappresentava una figura sociale realmente esistita, con tutti i suoi problemi e difetti, oltre ad aver fatto parte della storia del nostro teatro. Non dobbiamo dimenticare la tradizione, che invece va rivalutata, perché capire le nostre tradizioni, vuol dire tener viva e capire la nostra cultura passata e quindi, perché no?...comprendere meglio anche quella presente!
(Dr. Maria Grazia Manna)

 


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“STELLA DI NATALE”, fra storia e leggenda.

La pianta tipica e più rappresentativa del Natale


Vi è una pianta tipica proprio del periodo natalizio e basta fare un giro fra mercatini, ipermercati, fiorai per capire qual è: “LA STELLA DI NATALE”. Le si trova nei colori rossi, bianchi e rosa. Per strada, percorrendo rione Commenda si trovano diversi camion che le vendono nei prezzi più vari. Vicino ai negozi del centro cittadino fanno da corona ad alberi di natale e altri addobbi natalizi. A rione Sant’Angelo, al mercato della frutta, ne vendono di tutti i tipi e dimensioni. Anche le chiese ne sono ampiamente addobbate e il più delle volte fanno da corona all’altare. Insomma è “la pianta del periodo” e quella più “gettonata” è quella di colore rosso. Ma qual è la storia di questa pianta e perché la si regala a Natale?
La storia ci porta in Messico, dove questa pianta ha la sua origine. Il suo nome scientifico è “POINSETTIA PULCHERRIMA” ed è nota a tutti, appunto, come “STELLA DI NATALE”. Fu l’ambasciatore americano Joel Robert Poinsett, che la notò in Messico nel 1829. Colpito dalla bellezza dei fiori così grandi e rossi, ne inviò alcuni esemplari negli Stati Uniti. Nelle sue serre, le piante si ambientarono benissimo e così, si diffusero dappertutto, prendendo il suo nome dello stesso ambasciatore: “Punsettia”, da Poinsett. Questa è la vera storia di questa bellissima pianta.
La tradizione, invece, ci tramanda una tenera leggenda. ..: una bimba poverissima messicana, voleva fare un dono a Gesù e portarGli qualcosa in chiesa nella Notte Santa . Non avendo nulla da offrirGli, raccolse in un campo delle fronde di arbusti. Poi, con grande cura le raccolse in un mazzo. Pensò, dunque, di abbellire il mazzetto con l’unica cosa che possedeva: un fiocco rosso per capelli. Quindi entrò in chiesa e, deposto il mazzo vicino all’altare avvenne una cosa stupenda: i rami si trasformarono in grandi e stupendi fiori scarlatti. Questo fece la felicità della povera bambina che pensò che a Gesù fosse piaciuto il suo dono perché lo aveva trasformato nel fiore più bello del Messico: “la stella di Natale”…
Storia e leggenda, dunque, s’intrecciano in questa bellissima pianta. Fatto sta che la tradizione vuole che ad ogni Natale, questa venga regalata e scambiata come augurio di “buone Feste” e come simbolo della festa più bella dell’anno.
(Dr. Maria Grazia Manna)




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TRADIZIONE DELLE LUCI DI NATALE AI BALCONI DELLE CASE


Basta farsi un giro con l’automobile per le vie di Brindisi, ma anche delle altre città italiane, per vedere un tripudio infinito di luci e colori che illuminano diverse strade e zone. Balconi, finestre, giardini con fili di palline, stelline, campanelle che si accendono e spengono illuminando ad intermittenza le vie. A rione Sant’angelo s’intravedono dai balconi disegni ed immagini create con queste luci, come una campana che da un balcone compare e scompare o scritte augurali. A rione Bozzano, in via Romania, come ormai da tradizione è comparso un albero di luci alto nove piani, mentre il palazzo”gemello” situato di fronte è sovrastato da un’enorme stella con la scritta “BUONE FESTE”. Al rione Casale, intere palazzine sono circondate e sovrastate da mille e mille luci colorate. Il Villaggio Pescatori, di sera, illuminato da tante e tante lucine colorate, sembra un presepe vicino al mare. E poi, Santa Chiara, Sant’Elia, il Perrino, dappertutto, insomma sono comparse queste luci dai mille colori che simboleggiano l’aria di gioia e di festa di questo periodo. Sul cavalcavia De Gasperi immensi fiori colorati e scintillanti lo illuminano tutto. E’ dicembre, l’Immacolata è già passata e il Santo Natale è vicino. Per le strade, grazie soprattutto a queste miriadi di luci, si respira, quindi, tutta la magia della festa più bella dell’anno. Molti bambini rimangono incantati innanzi a cascate luminose di luci bianche o agli alberi giganteschi e capita di sentire qualcuno chiedere “MA PERCHE’ A NATALE SI METTONO LE LUCI AI BALCONI?”…più di qualcuno risponde “PERCHE’ E’ FESTA!!!”… E’ una bella risposta, ma… in realtà questa tradizione, radicata da secoli, ha sì lo scopo di aumentare il significato festoso di questo periodo, ma queste luminarie (termine che nasce da “LUMEN”, “oggetto che diffonde la luce”) hanno lo scopo di rievocare le scintille dei falò che i pastori accesero nella Notte Santa a Betlemme vicino alla grotta della Natività. Si vuole, dunque ricreare la magica atmosfera e le meraviglie del cielo su Betlemme. Tutto, dunque, per recare onore e ricordare con gioia la nascita di Nostro Signore Gesù Cristo.

Quindi la prossima volta che il nostro bambino ci chiederà “PERCHE’ A NATALE SI METTONO LE LUCI AI BALCONI?”, noi potremo tranquillamente rispondergli “PERCHE’ LA NOTTE IN CUI E’ NATO GESU’ C’ERANO TANTE E TANTE STELLE E LE PIU’ BELLE SCINTILLE CHE SI FOSSERO MAI VISTE NEI FALO’ DEI PASTORELLI!”

(Dr. Maria Grazia Manna)




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COSA SUCCEDEVA 60-70 ANNI FA QUANDO STAVA PER NASCERE UN BAMBINO?

Viaggio fra le tradizioni che affiancavano uno degli eventi di vita più belli.

La nascita di un bambino è sempre una cosa molto bella perché è la vita che si rinnova, è quel meraviglioso miracolo, unico ogni volta nel suo essere, e che a sua volta completa la vita di ogni donna e ogni uomo che provano l’ineguagliabile gioia di diventare “mamma” e “papà”. Oggi, i genitori che aspettano la nascita di un bambino, affrontano tutto con molta cura e raziocinio: dispongono di avanzate tecniche di controllo, grazie ad “ecografie”, esami approfonditi, analisi del sangue, monitoraggio…Insomma si ha tanto per poter conoscere in anticipo lo stato di salute del nascituro, il suo sesso, il suo peso…addirittura la forma del suo naso!


Ma 60 – 70 anni fa, cosa succedeva?
Si comprende bene che all’epoca tutto il progresso di oggi era pura “utopia” , che i soldi erano pochi e di conseguenza anche i controlli medici e che molto, proprio tanto era affidato all’esperienza, alla cura e alle tradizioni dei più anziani, che, proprio per la loro età e per il numero spesso elevato di figli che avevano messo al mondo, gli si credeva i più preparati in materia.
Così, ad esempio il sesso del nascituro, le anziane lo prevedevano osservando la forma della pancia della donna gravida. Una pancia punta indicava l’arrivo di un maschietto, una pancia tonda l’arrivo di una femminuccia. Altre prevedevano il sesso osservando la luna e contando i giorni di luna piena che separavano il giorno del concepimento da quello previsto per il lieto evento. C’era chi osservava il segno lasciato sulla tazzina dal caffè bevuto dalla partoriente, chi faceva una specie di rituale con la collanina d’oro che veniva fatta ruotare più volte sopra un piatto il cui fondo era ricoperto da una patina di olio: il numero di cerchi che si sarebbero formati avrebbe indicato il sesso del nascituro. Se, sventuratamente, poi, la gestante inciampava e cadeva, si aveva la quasi certezza che sarebbe nata una femminuccia. Anche il modo di cambiare del viso della mamma in attesa potevano essere segnali che indicavano il sesso del nascituro: se il naso si ingrossava, sarebbe stata una femmina, altrimenti, un viso rimasto asciutto ed un naso perfetto, voleva dire maschietto. All’epoca tutti speravano, comunque in un maschio, perché il “maschio” avrebbe potuto aiutare la famiglia nel lavoro dei campi o nell’ovile, o a pesca. Prima dell’arrivo della Montecatini, la maggior parte della popolazione brindisina era formata o da pescatori o da contadini, perciò l’arrivo di un bel maschio era considerato un grande aiuto, mentre le femminucce erano tutte “casa, chiesa, ricamo e mestieri di casa”, mentalità comunque molto diffusa un po’ in tutto il meridione. Inoltre il maschio era colui che garantiva il proseguimento della generazione. Se maschio fosse stato, il suo nome doveva obbligatoriamente essere quello del capofamiglia. A Brindisi, ad esempio, molti a quei tempi, venivano chiamati “Teodoro”, da cui poi “Nghiaturinu”, “Nghiatoru”, “Rinu”. Non chiamare il figlio con il nome del “nonno paterno” era considerato “un’offesa”ed una grande mancanza di rispetto. Dal grande desiderio e dalla grande fortuna che veniva considerata la nascita di un maschio, si ebbe il tradizionale modo di dire, quando due si sposavano “Auguri e fiji masculi!”.
Durante la gravidanza, la mamma quando sentiva una voglia (di mortadella, di caffè, di fragola), non doveva assolutamente toccarsi, perché altrimenti il figlio sarebbe nato con una macchia sulla pelle simile all’alimento desiderato. Se ciò succedeva, cioè se il bambino aveva sul viso o sul corpo qualche strana macchia, si dava colpa alla sua mamma che inevitabilmente ne soffriva. Inoltre, la tradizione voleva, che la mamma in attesa dovesse mangiare molto di più del solito perché “le vecchie comari” dicevano “Moi tocca cu mangi pi ddoi!!!”
I corredini del bambino dovevano essere tradizionalmente tutti rosa per la femminuccia e tutti celesti per il maschietto.
Quando, poi arrivava il momento del parto vero e proprio, non si andava dal medico, (tranne che in casi proprio necessari), ma si chiamava la levatrice (la “mammana”). Era l’ostetrica quella che, appunto, faceva nascere i bambini aiutando le mamme al momento del parto. Le levatrici vere e proprie avevano una certa preparazione: erano diplomate e avevano una certa preparazione in materia. Ma non sempre era così: spesso si ricorreva ad un’anziana che aveva partorito molti figli e proprio per questo era ufficiosamente abilitata all’esercizio della nobile professione di ostetrica. Avevano, queste “mammane”, il pregio di costare poco e per questo erano molto richieste. Tante volte era qualche anziana del quartiere della partoriente ed era da tutti molto rispettata proprio per l’aiuto fondamentale che dava alle famiglie. Quando veniva chiama, al momento delle doglie della partoriente, si alzava, anche in piena notte e correva nella casa interessata al lieto evento. Spesso così, negli anni passati, molti giovinetti si sentivano dire da qualche anziana “mammana” al loro passaggio “t’aggiu pigghiatu iu!”…cioè “Ti ho fatto nascere io!”
Se il nuovo nato era una femminuccia, spesso la “mammana”, provvedeva, anche, nell’immediato a farle i buchi alle orecchie, con le “filedde”, minuscoli cerchietti di oro, messi subito ai teneri lobi delle piccoline. Talvolta le levatrici portavano anche i bimbi appena nati in chiesa per il Battesimo e facevano da “madrina”. Questo era considerato dai famigliari un onore, proprio per il grande rispetto di cui la “mammana” godeva. Elevatissimo, dunque il numero dei bambini che nascevano in casa.
Comunque, oggi il mestiere di “mammana” è vietato dalla legge. Si comprende, infatti, quanto sia più prudente farsi seguire da un medico ed eseguire tutti i regolari controlli, nonché partorire in un ospedale attrezzato in tutto e per tutto.
Insomma c’è da tenere presente che, nonostante tutti questi riti, queste usanze e questi modi di fare e di pensare, la nascita di un bambino, oggi come ieri, è sempre la cosa più bella del mondo!
(Dr. Maria Grazia Manna)

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TRADIZIONI LEGATE ALLA FESTA SAN MARTINO

11 Novembre, giorno di festa e banchetti.



“Per San Martino, cadono le foglie e si spilla il vino”

“A San Martino ogni mosto si fa vino”

“Per San Martino castagne e buon vino”

“Per San Martino si buca la botte del miglior vino”

“Per San Martino, ogni botte è vino”

“San Martino: crespelle e vino”…,

questi sono alcuni dei proverbi sul Santo che ricorre l’11 di Novembre, San Martino, appunto e si nota subito che, in ognuno di essi ricorre il termine “vino”. La tradizione vuole, che per San Martino si aprano le prime botti di vino novello, perche il processo di vinificazione è giunto alla fine. Così, soprattutto nei borghi rurali, molti contadini, con parenti e amici, circondano le botti delle cantine per assaggiare e valutare la qualità del vino prodotto. Spesso a ciò, poi, si accompagna una “scorpacciata” di caldarroste, o tarallini o, si allestiscono veri e propri banchetti. Ciò, infatti, si verifica un po’ dappertutto. Generalmente il pasto della sera, lo si fa con parenti e amici in una serata di spensierata allegria. Molte famiglie, anche nel brindisino e nel leccese, si organizzano per trascorrere la serata insieme e fare un po’ di “baldoria”. Si usa, tradizionalmente, allestire una cena a base di carne, soprattutto carne di maiale. Anche questa usanza ha una spiegazione. Infatti, in passato, il giorno di San Martino segnava la scadenza del contratto d’affitto della terra dei contadini che, quindi, dovevano saldare i debiti cin il padrone. In parte questi debiti venivano saldati con la carne dei maiali che allevavano. I maiali venivano macellati proprio in questo periodo e la carne data al proprietario della terra come “scotto” per l’affitto. Tipico nella cena di San Martino è anche il consumo di “caldarroste”. Solitamente se ne fanno tantissime e un po’ in tutte le case si espande un buon profumo di “castagne al fuoco” e si ode il “fuocherello” scoppiettare. Si preparano anche abbondanti porzioni di “rape stufate” che le massaie di buon mattino hanno provveduto a comprare in notevole quantità al mercato della frutta. La tavola poi si riempie di focacce, “pettole” e “subbratavula” (finocchi, cicoria, sedano).
Quindi, abbiamo visto come San Martino sia considerato “il protettore del buon vino”. Ciò soprattutto nelle zone rurali. Questo perché questa festa di carattere religioso, con il tempo ha assunto “carattere folcloristico”, che nel nostro paese s’identifica, anche con la cosiddetta “Estate di San Martino”.
Pare, infatti, che proprio in questi giorni, e soprattutto nella zona del Mediterraneo, ci sia un miglioramento della situazione climatica. Così, novembre, solitamente mese freddo e molto piovoso, ci dà una breve tregua, con qualche ora di caldo sole. Un clima, dunque piacevole.
Questo, la tradizione, lo giustifica con la leggenda legata a San Martino che racconta che il Santo, in un giorno molto freddo, vide un povero e, mosso da pietà, gli donò il suo mantello. Pare che proprio allora uscì un bel sole caldo. Da allora, ogni anno, il giorno di San Martino è caratterizzato da un bel sole caldo.
Insomma “la festa di San Martino” è una di quelle tradizioni più radicate nel nostro paese ed una delle più ricche di sfaccettature folcloristiche.
(Dr. Maria Grazia Manna)







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I “MESTIERI” DI UN TEMPO: IL “CANTASTORIE “

Di paese in paese raccontava le sue storie nelle piazze

Tanto tempo fa, quando non esisteva tutta la “tecnologia” di oggi che ci consente di passare il tempo come vogliamo, nei modi più svariati, quando la televisione non era neppure un “miraggio”, aveva molta fortuna una figura che rappresentava un “mestiere” diffuso è affermato un po’ dappertutto, ma soprattutto al Sud, Calabria, Sicilia, ma anche Puglia. E’ la figura del “cantastorie” che girava nelle piazze, di paese in paese, per raccontare o “cantare” storie ad un nutrito numero di gente.
I “cantastorie” erano uomini semplici, girovaghi e, quindi, senza fissa dimora che vagabondavano di luogo in luogo alla ricerca di pochi spiccioli, lavorando, comunque, con passione ed amore, con sapienza ed umiltà per guadagnare qualcosa per sfamare se stessi e la propria famiglia. Era una figura che si incontra soprattutto nel periodo antecedente la Prima Guerra Mondiale, e la si può considerare come l’erede degli antichi “araldi” greci e dei “giullari di corte” medioevali. Se ne ritrovano tracce anche nella tradizione pugliese. Pare, infatti che diversi erano i cantastorie in Puglia che giravano nei paesi del Salento (Borgagne, Calimera, Campi Salentina, Cannole, Caprarica di Lecce), ma anche a Brindisi e dintorni. Il cantastorie, fermandosi nelle piazze attirava intorno a sé molte persone, con frasi tipo: “POPULU DE LU PAESI…SINTITI; SINTITI, SINTITI…VINITI, VINITI!!!...”. La gente curiosa si fermava ad ascoltare storie di tradimenti, di intrighi, di avventure, di omicidi d’onore. A volte cantavano anche storie di catastrofi naturali o sociali, riuscendo a suscitare emozioni e pietà fra il pubblico. Queste storie si diffondevano rapidamente fra il popolo, anche attraverso la stampa di fogli volanti, che erano una caratteristica costante dei cantastorie.
Il cantastorie girava con un enorme cartellone su cui erano disegnate le scene delle storie che raccontava. Spesso queste scene venivano accompagnate, durante il racconto, da un sottofondo musicale, o da qualche motivetto popolare molto conosciuto, a volte cantato, addirittura in un “greco maccheronico”, soprattutto in zone del leccese, come Calimera. Qui, infatti, gli anziani ancora oggi cantano qualche motivetto in greco e che tramite la tradizione orale, è arrivato fino ai nostri giorni. Sono proprio questi motivetti, rimasti nel tempo, che hanno percorso anni, secoli, eventi storici, che dimostrano l’esistenza di questa antica figura. Le storie dei cantastorie erano lontane nel tempo. A volte si trattava semplicemente di leggende, altre volte di fatti realmente accaduti, però arricchiti di elementi fantasiosi. Il cantastorie s’immedesimava così tanto nella storia che raccontava che tramite il tono della voce doveva riuscire a toccare l’animo di chi lo stava ad ascoltare. Doveva saper essere un interprete perfetto di tutti i personaggi che elencava nelle sue storie.
Il cantastorie saliva su uno sgabello e, dopo aver richiamato l’attenzione della gente, con l’aiuto di un altoparlante iniziava a cantare indicando con una bacchetta ad una ad una le scene rappresentate sul tabellone. Lo spettacolo era semplice, popolare fatto con spontaneità e improvvisazione. Il linguaggio usato era semplice e spontaneo, a volte dialettale e, spesso in grado di suscitare profonde emozioni e grandi sentimenti. Il cantastorie sapeva essere cronista, poeta, musicista, clown e sapeva creare un contatto diretto e coinvolgente con il suo pubblico. A volte riusciva a coinvolgerlo nel canto del ritornello o a creare fazioni di vero tifo per questo o quel personaggio della storia che raccontava.
Tutti seguivano con curiosità, attenzione e passione le storie raccontate e, alla fine, nella piazza scaturivano commenti e discussioni sulla storia appena ascoltata.
Poi il cantastorie, con il cappello capovolto, chiedeva l’offerta per lo spettacolo che aveva offerto.
Dopo ringraziava e ripartiva per altre piazze, altro pubblico, altre storie…
(Dr. Maria Grazia Manna)





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PROPOSTA DI INSERIRE IL DIALETTO NELLE SCUOLE

Argomento di grande attualità in molte città d’Italia

- Si riporta anche uno scritto dell’autrice di commedie dialettali brindisine Anna Rita Lonoce

In ogni terra, in ogni luogo della Terra, italiano e non, sono presenti quattro forme di linguaggio che si distinguono in: Lingua, Dialetto, Vernacolo e Parlata.
La Lingua è l’insieme dei segni e dei procedimenti usati per comunicare, da un gruppo umano che attribuisce ad essi lo stesso valore simbolico e convenzionale. E’ essa che, con le sue regole, con la sua logica e la sua sintassi si insegna nella scuola e solitamente diventa patrimonio comune di una nazione, come, ad esempio, l’Italiano per l’Italia.
Il Dialetto è un lingua che ha subito un’evoluzione in zone limitate e che si affianca ad altri tipi linguistici simili riferibili ad uno stesso ceppo. Come la Lingua, esso è dotato di una propria grammatica.
Il Vernacolo è parlato in una zona piuttosto circoscritta ed è di uso limitato ai bisogni quotidiani di una collettività con una cultura piuttosto ristretta, molto più diffuso negli anni passati, quando, spesso, andava di pari passo con un alto tasso di “analfabetismo”.
Il termine Parlata indica le particolarità linguistiche di qualunque tipo (morfologiche, fonetiche, d’intonazione) che sono proprie di una determinata regione, di un determinato gruppo sociale o anche semplicemente di un determinato individuo.
La DIALETTOLOGIA è quella parte della linguistica che si occupa dello studio dei dialetti.
Si fa un gran parlare, in questo periodo dell’importanza “culturale” del dialetto, del grande patrimonio che esso rappresenta per le singole comunità e del bisogno quindi di recuperarlo. Anche se spesso il confine fra “dialetto” e “vernacolo” non è ben definito e talvolta si finisce con il confondere l’uno con l’altro.
E’ così che in varie zone d’Italia si moltiplicano i “Telegiornali” in dialetto locale (com’è successo ad esempio in provincia di Taranto) e in molti enti della nostra nazione, addirittura si risponde al telefono in solo e puro dialetto locale. Così si discute tanto anche sul fatto se sia giusto o meno introdurre lo studio del dialetto nella scuola. Molte le opinioni, favorevoli e non, di illustri e insigni personalità del nostro territorio nazionale.
Mi preme, invece, riportare il pensiero di una “brindisina verace”, la cui opinione ritengo al pari delle suddette personalità, in quanto insegnante e autrice di commedie dialettali e quindi amante del nostro dialetto brindisino. E’ un intervento della signora Anna Rita Lonoce, fatto in occasione della rappresentazione della commedia “A LI TOI LA CANDILORA”, rappresentata nel febbraio 2009 dalla Compagnia teatrale De Sanctis e scritta da Rodolfo Scarano.
Nel libricino consegnato al pubblico durante la rappresentazione, Anna Rita Lonoce, nell’ultima pagine, così scriveva:

IL DIALETTO VA A SCUOLA
“Ci no la spicci moi le buschi”…” Uè, professò, e cce vuei ti mei?!?”

Ascoltare queste tipiche espressioni dialettali risulta per molti una distorsione alla comunicazione, inadeguate per una corretta aderenza al nostro modo di essere nell’attuale società.
Particolarmente nella scuola, ancor oggi, l’espressione dialettale viene considerata un obbrobrio
che potrebbe deturpare l’immagine dell’uomo o della donna di domani.
Vorrei spiegare che nessuna relazione è compromessa da un bagaglio linguistico che fa capo alle nostre origini e che, anche se non esplicitamente e a largo spettro, dovremmo subire.
Non tutti, in passato, hanno potuto usufruire di cultura e di precetti scolastici per cui io personalmente ricordo, con gioia, le storie e gli aneddoti che le mie nonne mi raccontavano, arricchendomi comunque di esperienze.
Già allora, mi affascinava considerarmi una sorta di traduttore simultaneo per i miei amici, così come lo erano i miei genitori per me.
Mi risultava chiaro come l’etimologia di alcune parole del dialetto brindisino derivi proprio dalle nostre origini latine (sciri, sontu, crai…), ed altri nostri termini subiscano l’influenza delle antiche dominazioni subite dalle nostre popolazioni, in particolar modo quella spagnola (fuecu, muertu, cuerpu…).
Non si dovrebbe mai cancellare ciò che è stato, ma metterlo a disposizione del futuro per farne confronti e migliorare la nostra dialettica.
Senza dubbio ci sono modo e luogo per esprimersi dialettalmente: l’importante è che genitori ed educatori siano consapevoli d’impartire sì la conservazione del vernacolo ma di sfruttarlo solo come risorsa culturale.
Detto tra noi, a mio avviso, io l’uso del dialetto lo ritengo assolutamente liberatorio, una sorta di valvola di sfogo nelle situazioni difficili, naturalmente in privato e controllato.
Sono convinta, inoltre, che anche voi, quando vi trovate ad applaudire in teatro le commedie in vernacolo, ritrovate un po’ di voi stessi e in qualche misura vi rappropriate di qualcosa che in fondo vi appartiene, consapevoli che il dialetto non è una carenza, ma un valore aggiunto.”

Questo di Anna Rita Lonoce, è un intervento di grande attualità e di profondo significato per meglio comprendere l’importanza del dialetto e del suo recupero, soprattutto del nostro amato dialetto brindisino. (Dr. Maria Grazia Manna)



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RECUPERO TRADIZIONI BRINDISINE CON LA COMPAGNIA TEATRALE “A. DE SANCTIS”
Una compagnia teatrale brindisina dal “cuore grande così…” - Intervista a Patrizia Cafueri

Il recupero del vernacolo brindisino, ma non solo, anche storie, usi, costumi del passato della sorridente cittadina pugliese, lo si deve anche ad un’egregia e ben nota compagnia teatrale brindisina: la compagnia “A DE SANCTIS”, composta da undici attori brindisini (Tonino Faita, Patrizia Cafueri, Doretto Faita, Giorgia Faita, Luciano Maria Gemma, Rita Rocoli, Silvia Taveri, Francesco Settembrini, Angela Loiacono, Angela Antelmi, Leyda De Luca), che da oltre dodici anni, ogni anno propone una commedia, o comunque, un’opera in vernacolo brindisino esibendosi per tre serate consecutive presso il cinema “Impero” di Brindisi e registrando sempre il “Tutto esaurito”. La signora Patrizia Cafueri, moglie del presidente della compagnia, Tonino Faita, e co-protagonista con il consorte delle opere messe in scena, ci rilascia una sua intervista per farci comprendere meglio il significato e lo scopo del lavoro del suo affiatato gruppo.

Quando è nata questa compagnia teatrale?

L’associazione è stata fondata dal professor Francesco Sebastio, docente di arte presso la scuola media e personaggio molto conosciuto a Brindisi. Alla sua morte, circa dodici anni fa, mio marito, Tonino Faita, ha assunto il ruolo di presidente della compagnia.

Da allora, quante commedie avete messo in scena?

In tutto 15 lavori: 12 commedie e 3 satire. Siamo stata la prima compagnia teatrale brindisina a mettere in scena “la satira politica”…

Dove vi siete esibiti?

A Brindisi, presso il teatro Impero. Qui abbiamo sempre fatto tre serate consecutive registrando sempre “il tutto esaurito”, perché con noi la gente ride e si diverte, e recupera un po’, anche, della cultura passata, di quel buon dialetto brindisino che oggi sembra un po’ dimenticato…Poi lavoriamo molto anche nei paesi limitrofi: San Pancrazio, Mesagne, Latiano ed è sempre tanta la gente che viene a vederci!

Di cosa parlano le vostre commedie?

Spesso di usi brindisini, come ad esempio la commedia “A li toi la candilora” in cui veniva rappresentata una famiglia brindisina degli anni ’50 e venivano riproposti usi e costumi, nonché vocaboli dell’epoca….si ripropongono, insomma spaccati di vita vissuta brindisina o anche personaggi importanti del passato come nella commedia “Ci ti lu tici lu cori” messa in scena con la collaborazione di Fedele Zurlo e del suo gruppo “LU SCATTUSU” (Ideata, proprio da Fedele Zurlo), e che parla della storia vera di un giovane pescatore brindisino, Donato Marinazzo, vissuto da eroe nel 1600. In queste storie, poi, riproponiamo termini dialettali brindisini, anche antichissimi ed è per questo che diamo spesso al pubblico un piccolo “glossario”, con il significato di quei termini.

Quindi, tutte le commedie, sono sempre e solo in dialetto?

Sì, sempre e solo puro dialetto brindisino.

Chi scrive le vostre commedie?

Gli autori sono due: Anna Rita Lonoce, insegnante di scuola materna, in pensione da quest’anno e il giornalista Rodolfo Scarano.

Vi aiuta qualche ente brindisino a mettere in scena le vostre opere?

Sinceramente, no!...Noi contiamo solo sull’aiuto degli Sponsor che ci sostengono volentieri perché sanno qual è lo scopo principale del nostro lavoro, che non è solo quello di far divertire la gente e recuperare un po’ di tradizione…

Qual è questo scopo principale?

Beneficenza…noi lo facciamo soprattutto per beneficenza!!! Ogni volta, dopo ogni nostro lavoro, tolte le spese, doniamo tutto in beneficienza. In passato abbiamo aiutato tanti bambini con seri problemi di salute. Abbiamo anche donato 5.000 euro a “Cuore Amico”…E’ questa la nostra principale soddisfazione:aiutare la gente che ha bisogno!

E’ in preparazione qualcosa di nuovo?

Sì…stiamo preparando una nuova commedia che si intitolerà “HA CCAPPATU ALL’AMU!?” e la cui autrice è Anna Rita Lonoce.

Ma voi, avete un locale dove provare?

No…purtroppo no! Ce l’avevamo, ma le spese da sostenere erano troppe…Così ogni tanto riusciamo a provare presso la Scuola Media “Marco Pacuvio”, ma solo perché ce lo concede gentilmente la preside di quella scuola….


Insomma, il problema è sempre quello, i nostri gruppi popolari, le compagnie brindisine, che tanto danno e fanno per la nostra città e per il recupero di quelle tradizioni popolari, che in altre parti d’Italia vengono valorizzate e incentivate dalle Istituzioni, qui a Brindisi sono un po’ abbandonate a se stesse da chi di competenza e perciò devono solo contare sulle proprie forze e sul proprio spirito d’iniziativa.
Ciò constatato, c’è comunque da riconoscere il grande valore di questa compagnia teatrale brindisina, molto conosciuta e apprezzata in città, se si pensa, soprattutto ai botteghini affollatissimi nel periodo delle rappresentazioni della suddetta, da parte di tanti e tanti brindisini di ogni età e fascia sociale con la voglia di trascorrere due ore di spensierata e genuina allegria brindisina, all’insegna dei vecchi sapori tradizionali. (Dr. Maria Grazia Manna)


La compagnia "A. De Sanctis"

Anna Rita Lonoce e Pino Nardelli
autrice e scenografo

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TRADIZIONI BRINDISINE DIFFUSE NEL RESTO D’ITALIA E ALL’ESTERO GRAZIE
AL GRUPPO FOLCLORISTICO “LU SCATTUSU”.

Intervista al presidente del gruppo, Fedele Zurlo.

Il signor Fedele Zurlo, presidente del gruppo folcloristico brindisino “Lu Scattusu”, rilascia gentilmente quest’intervista, come testimonianza e contributo per il recupero delle tradizioni della nostra città, recupero che si esprime anche con i concerti e gli spettacoli tenuti nelle varie città italiane e nelle piazze all’estero del suo ormai ben collaudato gruppo.

Quando è nato il vostro gruppo?

Il nostro gruppo è nato nel 1974 per volontà del compianto Mimino Blasi. All’epoca, io e mia moglie, appena sedicenni, ne facevamo già parte. Il gruppo ebbe subito un discreto successo. Per anni ha proposto musiche e canzoni nelle piazze. Alla morte di Blasi, però, l’attività subì uno “stop” perché era venuto meno il personaggio-fondatore…Poi, io e mia moglie, circa dodici anni fa Abbiamo cercato di ricomporlo e ci siamo riusciti, con vecchie e nuove leve! Ed ora va alla grande, siamo molto richiesti, però non a Brindisi.

E perché non a Brindisi?

Noi, eseguiamo canzoni e danze brindisine, solo quelle, perché amiamo profondamente la nostra città, ma ci esibiamo poco, pochissimo nelle piazze brindisine, perché, qui, nei nostri confronti c’è poco interesse, al contrario di altre città, come per esempio Lecce, dove gruppi folcloristici come il nostro hanno molta più attenzione, anche da parte delle istituzioni cittadine. Così a noi capita di avere molte richieste da altre regioni italiane e dall’estero. Per esempio abbiamo girato le piazze di molti paesi dell’Est.

Che significato ha per voi, portare le tradizioni brindisine fuori, all’estero?

Noi, nelle piazze, come ho già detto, proponiamo solo danze e canzoni brindisine, perché amiamo la nostra città e ci piace farne propaganda, farla conoscere! Così, nelle piazze di Courmayer, della Grecia, …insomma ovunque siamo andati, abbiamo sempre e solo cantato la nostra Brindisi.

E questo piace alla gente del posto?

Sì, le piazze si riempiono e la gente accompagna la nostra musica con danze e battiti a ritmo delle mani…è una grande soddisfazione. Inoltre, noi cerchiamo di portare in quei posti anche i prodotti brindisini, per farli conoscere. Ad esempio, quando proponiamo la canzone “BRINDISI, BRINDISI”, alcuni nostri ragazzi scendono dal palco e offrono dei bicchieri del nostro buon vino agli spettatori, sia per brindare con noi, sia per farne conoscere e apprezzare il buon sapore.

Quindi vi portate sempre del buon vino brindisino….

Sì, alcune cantine brindisine ce lo regalano,perché sanno qual è lo scopo…ma altre volte dobbiamo comprarlo

E le istituzioni brindisine o qualche ente non vi aiuta in questo?

Purtroppo no!...Le istituzioni non sono molto interessate al nostro settore… Ad esempio tempo fa avevamo richiesto alle istituzioni di poter organizzare qui a Brindisi, in collaborazione con la FITP (Federazione Italiana Tradizioni Popolari), il I Festival della Canzone Popolare. Sarebbe stata un’ottima occasione per la nostra città, certamente sarebbero venuti tanti gruppi da tutta Italia…Però non abbiamo avuto nessuna risposta, così, ora, questo Festival si terrà a Sgurgola, in provincia di Frosinone. Noi ci saremo, ma ancora una volta, non è la nostra città!!!!, Speriamo per il prossimo anno….(*)

Avete una sede dove preparate i vostri spettacoli?

No, anche per quella abbiamo fatto richiesta alle istituzioni,…ci sarebbe bastato un piccolo locale,…ma…nessuna risposta!!!Le nostre richieste cadono sempre nel vuoto.(*)

Quale canzone brindisina, amate di più, quale meglio vi rappresenta?

Veramente sono due: “MANNAGGIA LU RIMU” e “LA PUDDICA”.Sono gli Inni della nostra città!

I colori del vostro costume hanno un significato particolare?

Veramente il nostro costume non è tradizionale brindisino, ma è pugliese ed è sempre rimasto lo stesso dal 1974. Stiamo cercando di cambiarlo con i colori brindisini…ma ci vuole tempo e denaro…piano piano riusciremo anche in quello, così come vorremmo riuscire a realizzare un CD. Vedremo…purtroppo ci sono diversi gruppi popolari a Brindisi, non siamo solo noi, ma dobbiamo fare tutto da soli! Comunque lo facciamo per la nostra amata Brindisi.

Salutiamo il signor Zurlo, ringraziandolo per la sua disponibilità e ci permettiamo di aggiungere una nota di rammarico per una certa indifferenza da parte di chi dovrebbe intervenire per alimentare gruppi come questi volti al recupero della brindisinità. Abbiamo tesori, ricchezze, opportunità che ci consentirebbero di valorizzare e recuperare tanto del nostro passato, anche attraverso gruppi folcloristici di ottimo livello, come “Lu Scattusu”, purtroppo presi nella dovuta considerazione solo fuori dal nostro territorio. Questo è veramente un peccato….(Dr. Maria Grazia Manna)




(*) visualizza i documenti a cui fa riferimento il presidente Fedele Zurlo:
Documento del 21 settembre 2004 - Documento del 24 aprile 2008

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Recupero vernacolo brindisino:

“BRINDISI BOMBARDATA” di Giuseppe Natali.

Giuseppe Natali è un poeta nato a Gallipoli(Lecce) il 26 Febbraio 1928, ma trasferitosi a Brindisi all’età di quattro anni, con la sua famiglia. Quindi è cresciuto tra i vicoli della cittadina brindisina, creandosi poi, con la moglie Tina, una famiglia tutta sua. Ha scritto molte poesie, sia in lingua italiana che in dialetto brindisino e quest’ultime propongono il puro vernacolo della nostra città, con termini o detti che altrimenti sarebbero perduti. Natali ha vinto diversi concorsi di poesia, come il “Concorso regionale di poesia in vernacolo”, nel 2001 a Lecce, il concorso “Santa Maria di Crepacuore” nel 2001 e nel 2005 a Torre Santa Susanna, “La Culla” a Veduggio (MI) nel 1997 ed altri. Nel 2006 ha pubblicato il libro “CRANIEDDI TI SABBIA”, un insieme delle sue poesie più belle, in cui egli definisce le sue rime “cranieddi mbiscati a migghiàri ti cranieddi/ intr’all’immensa spiaggia ti la puisia” (granelli mischiati a migliaia di granelli/ dentro l’immensa spiaggia della poesia). Si vuole proporre qui una sua poesia, contenuta nel suo libro e che rievoca un evento doloroso per la città di Brindisi e cioè quando nel novembre del 1941 fu bombardata. La poesia, oltre che per l’evento narrato, è interessante per l’insieme dei vocaboli dialettali brindisini che senz’altro fanno parte della tradizione parlata dai più anziani e che per i più giovani possono sembrare a volte, incomprensibili. Il “vernacolo”, invece è un patrimonio che mai dovrebbe essere perduto perché è parte integrante ed identificativa della cultura, della storia e della tradizione di ogni popolo.

BRINDISI BOMBARDATA

Ottu novembri ti lu quarantunu
Ci si ricorda ti quedda data?
Forsi no li pensa chiui nisciunu
Li fatti ti ‘dda traggica nuttata.

Comun a mamma stanca, llìcrinuta,(Come una mamma stanca, affaticata)
Brindisi ripusava quedda sera
E chianu chianu s’era ddurmiscìuta
Sobbr’a strati ti chianchi pi littèra.(sulle chianche delle strade per lettiera)

Lu mantu ti la notti pi cuperta,
nu saccu ti paura pi cuscinu,
cannùni pi uardiani sempri all’erta,
na stella piccinòdda pi lampìnu.(una stella piccina per lumicino)

Ma mentru si ndi stava sota sota(ma mentre se ne stava quieta quieta)
Mbrazzata a cientu, a milli criaturi,
ti ‘n cielu si sintìu totta na vota
nu rombu prioccupanti ti muturi.

Mancu nu minutu e rrivau lu nfiernu:
ùcculi e sireni, critàti tispirati,(urla e sirene, grida disperate)
simbrava l’ira ti lu Patreternu,
spari ti cannùni e genti pi li strati.

Calàra comu falchi l’apparecchi:
piloti inglisi feroci assassini
cintravunu palazzi e catapecchi,
squartavunu li carni brindisini.

Brindisi a ogni vanda ca brusciàva,
parìa na tragedia ti tiatru crecu,
lu cielu ndi simbrava ca mpicciava
an capu a tutti na cupula ti fuecu.

Bombi comu cràndini, comu curtiddàti,*
e pi ogni bomba era na pugnalata.
Muerti, firìti e casi spriculati
ti Porta Lecci finu alla via Lata.

Via Cittadella finu alla Stazioni,
via Ottavianu finu all’Annunziata.
Macerii, fumu, fuecu e distruzioni.
Povira Brindisi, menza scuffulàta!

Passata ‘dda terribili nuttata,
insanguinata e cu li piachi apierti,
comun a mamma an terra nginucchiata
Brindisi si changìa li filii muerti.

Moi, cinquant’anni dopu quedda data
tanti ricuèrdi tornunu alla menti.
Ricuèrdi ti na storia ormai passata.

Puru la ràggia ritorna priputenti
ci pensu a tanta genti massacrata
e a Brindisi nostra totta bombardata.

Versi bellissimi, dunque, che rendono al meglio proprio perché scritti in puro dialetto brindisino. Giuseppe Natali, si riferisce qui ai bombardamenti e alle incursioni aeree della Royal Air Force che condussero a Brindisi ben 21 attacchi da ottobre a novembre del 1941. La notte più terribile fu, appunto, quella dell’8 novembre 1941, in cui ci fu un attacco durato cinque ore. Interi edifici vennero danneggiati, molte le vittime, tanta la paura…Una notte difficile, veramente, da dimenticare!!! (Dr. Maria Grazia Manna)

* Bombe come grandine, come coltellate (n.d.r.)

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“VA CANTU PI TE”: INNO POPOLARE BRINDISINO.

La più conosciuta canzone brindisina.

Dallo studente al pensionato, dal contadino al medico, dal pescatore all’impiegato…basta essere semplicemente “BRINDISINO”, per conoscere “Va cantu pi te”, la canzone in vernacolo scritta da Giovanni Guarino e musicata da Vitale. Questa, nel corso degli anni, è divenuta l’inno della città di Brindisi; basti pensare alle tante volte che l’abbiamo sentita cantare nelle piazze e al fatto che il gruppo folcloristico brindisino “ LU SCATTUSU” (fondato nel 1974 dal maestro Mimino Blasi) l’ha portata all’estero come canzone identificativa della nostra città. Chiunque conosce i versi di questa bellissima canzone e chiunque ne è rimasto affascinato per la melodia e la poesia che essa propone. Ha la trama degna delle più belle e struggenti storie d’amore: un pescatore è sul suo “schifarieddu” (il nome con cui vengono chiamate le piccole barche dei pescatori brindisini), ed è in trepida attesa della sua innamorata. Ma questa tarda ad arrivare all’appuntamento. Il pescatore, allora, malinconico, canta l’amore per lei e la tristezza e la malinconia che questo ritardo crea nel suo cuore: “ Avi n’ora ca sta spettu/ pi cce cosa tu no vieni/ la sta faci pi dispiettu/ ma pirceni, ma pirceni?...”
…” Vieni vieni bedda mia/ sciamu a Sant’Apullinari, / ca ncè festa, ncè lligria/ vieni nziemi a me a cantari…”

Chiaro, qui, il riferimento a Sant’Apollinare, dove sorgeva lo stabilimento balneare di “Mastrobisio” e dove era usuale passare le serate fra canti e concertini. Un ricordo storico, dunque, della nostra città, delle abitudini dei brindisini e di come solevano passare le proprie serate.
Universalmente conosciuto, infine, il ritornello di questa canzone:

“MANNAGGIA LU RIMU
NO VOLI CU VOIA
STASERA DI NOIA
MI FACI MURI’
CI S’AZA LU VIENTU
MI TIRU LA VELA,
MI SSETTU E CUNTENTU
VA CANTU PI TE’”

Versi dialettali, che ogni volta che li si ascolta sanno suscitare un brivido di tristezza e malinconia e che fanno parte del più radicato patrimonio culturale della nostra terra e che sono, quindi, oramai divenuti parte integrante della memoria di tutta la comunità brindisina. (Dr. Maria Grazia Manna)

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LA CUCINA NEL PERIODO PASQUALE

Su un vecchio libro di “ricette brindisine”, la cui autrice è Loredana Vecchio, brindisina doc, dal titolo “PANI E PUMBITORU”, nella sezione “RICORRENZE E USANZE”, meglio precisate con l’affermazione “Che si mangiava li giurni ti festa”, è descritto il tradizionale pranzo pasquale brindisino. Lo riportiamo di seguito come testimonianza di “tipiche tradizioni” della nostra bella cittadina, che non tramontano mai!

PASCA

• Pasta fatta a casa cu lu sucu d’àunu o cu lu sucu ti brascioli, cundita cu lu sardu
• Menza zzita allu furnu
• Aunu cu li patani allu furnu
• Marru e capuzzi allu furnu, cu li patini
• Brascioli ti carni ti cavaddu o ti vaccina
• Scarciòppoli fritti
• Sobbrataùla: cicòra, finucchiu, rafanieddi, rucola, àcciu, ùnguli
• Vinu russu
• Pupi cu l’ovu e uèvi lissati
• Mustazzuèli ti Pasca e cacchitieddi cu l’ovu, scilippàti
• Cafei


A seguire, l’autrice propone il “tipico pranzo brindisino” del giorno dopo Pasqua, cioè il Lunedì dell’Angelo.

PASCONI

• Quìddu ca è rimàstu ti Pàsca: purpetti, brasciòli…
• Uèvi lissàti
• Patani allu furnu
• Pupi cu l’ovu
• Frittàti
• Vinu russu ntra li mbili
• Favi e cìciri rrustùti, nuci nucèddi


Loredana Vecchio è nata Brindisi il 10 gennaio 1946. Conseguita la maturità Classica, si è laureata in Lettere presso l’Università degli Studi di Lecce.
(Federica Pignataro)



I "porcedduzzi" della nonna Rina

Ingredienti:
1 Kg di farina;
250 g di olio;
15 g di ammoniaca;
vino bianco (qb per impastare);
anice (qb per impastare);
miele;
arancia spremuta;
un pugno di zucchero;
un pizzico di sale;

Preparazione:
Friggere la buccia dell'arancia in un pò di olio e farla raffreddare. Mettere la farina nella ciotola, aggiungere l'olio e girare. Sciogliere il sale e l'ammoniaca in un pò di acqua, metterlo nella farina e impastare con il vino bianca, l'anice e il succo dell'arancia. Impastare bene, fare delle striscioline e tagliare in piccoli dadini. Friggere in abbondante olio.

Fase finale:
Riscaldare il miele e quando bolle mettere dentro i "porcedduzzi" un pò per volta. Tirarli fuori dalla pentola e sistemarli a piramide in un piatto abbellendoli con cannella, zucchero e confettini colorati. (Irene & Silvia Martucci)



Puddìca cu la cipodda


Ingredienti:
Per la pasta: tre quarti di farina, un cubetto di lievito, mezzo quinto di olio extravergine di oliva, acqua, un cucchiaio raso di sale. Per il ripieno: 1 kg di cipolle fresche, 200 gr. Di olive nere paesane snocciolate, 50 gr. di olio, 500 gr. di pomodori, 3 acciughe diliscate, prezzemolo, capperi, sale e pepe.

Preparazione:
Impastare sulla spianatoia la farina con l’acqua tiepida e il lievito, l’olio e il sale; lavorare energicamente e formare un panetto. Coprire con un tovagliolo e lasciar lievitare in luogo tiepido per almeno un’ora. Intanto preparare il ripieno: mettere l’olio in un Tegame e aggiungere le cipolle pulite e affettate. Farle soffriggere a fuoco lento, girando di tanto in tanto. Quando la cipolla è cotta, aggiungere i pomodori a pezzetti, le olive snocciolate, le acciughe, i capperi, il sale e il pepe e il prezzemolo tritato; lasciare cuocere ancora fino a che il composto si restringe. Ungere un tegame da forno, stendere la metà della pasta, lasciando i bordi in eccesso, versare il ripieno, stendere l’altro Disco di pasta, facendo attenzione a chiudere bene i bordi. Spennellare la superficie con dell’olio. Punzecchiarla con la forchetta. Quando il forno è ben caldo infornarla per circa 30 minuti e…BUON APPETITO!!!! (Federica Pignataro)


Le ricette di zia Maria...

La torta amanda

Ingredienti: 150 g di gradina; 150 g di zucchero; 180 g di biscotti secchi; 50 g di cacao amaro; 2 cucchiai di rum; un uovo

Preparazione:
Sbattere a lungo la gradina con lo zucchero,aggiungere il tuorlo con il cacao,i biscotti spezzati, il rum e in ultimo l'albume montato a neve,mischiare bene ,mettere in uno stampo bagnato e lasciare in frigo per una notte.

Torta di ricotta

Ingredienti per la pasta frolla: 500 g di farina; 250 g di zucchero; 250 g di sugna; 3 o 4 tuorli d'uovo.
Ingredienti: 500 g di ricotta; 200 g di zucchero; 2 uova intere; un pizzico di cannella; 1 stecca di cioccolata; 100 g di frutta candita; 1 bicchiere di rum.

Preparazione:
Con tre terzi della pasta,foderare una tortiera unta di sugna,coprirla con la ricotta(che deve essere lavorata con zucchero,uova,cannella,cioccolata,frutta candita e rum),con la parte restante fare dei bastoncini e situarli sulla torta comeuna raggiera,infornarla a forno piuttosto caldo per 3 quarti d'ora.

Frittelle di carnevale

Ingredienti: 500 g di farina; 500 g di patate lessate e passate; 50 g di lievito; 50 g di burro; 2 uova; 2 cucchai di zucchero; 1 limone grattugiato; 1 pizzico di sale.

Preparazione: Si impasta nel tegame e si formano delle zeppoline o taralline,lasciarli sui tavolieri e in un ambiente caldo per 2 ore,friggerli con fiamma regolare e olio di semi,coprirli con zucchero a velo e cannella

Arance caramellate


Ingredienti: 4 arance; burro; zucchero; liquore all'arancia

Preparazione: Sbucciare le arance al vivo,tagliarle a metà in senso orizzontale e privarle dei semi. Adagiarle in una pirofila imburrata,bagnarle con il liquore,cospargerle di zucchero e di fiocchetti di burro e farle cuocere in forno caldo per 5 minuti. Far caramellare lo zucchero per 5 minuti sotto il grill e servire.
(Irene & Silvia Martucci)

ANTICHI GIOCHI BRINDISINI

PETTINE SONORO
MATERIALI: un pettine, carta velina, elastico.
Con un piccolo pettine, un po' di carta velina ed un elastico si poteva costruire un rudimentale strumento musicale, con il quale si potevano accompagnare le filastrocche o le conte dei giochi. Con la carta velina si ricopriva il pettine e con l'elastico si fermava la carta velina. il petine veniva accostato alle labbra e ci si soffiava su, il risultatoera una specie di pernacchia modulata prodotta dalle vibrazioni della carta velina sui dentini del pettine che costituivano una rudimentale tastiera.

PIROETTA "PIRIPISSI DI GHIANDA"
MATERIALI:ghiande, un fiammifero da cucina.
Si raccoglievano le ghiande più grosse e le si spaccavano a metà, nel senso orizzontale, quasi vicino al picciolo. Poi si infilava il fiammifero o uno stecchino e dandogli una spinta con l'indice ed il pollice lo si faceva girare. L'abilità del giocatore cosisteva nel far girare la trottola dando l'impressione che fosse ferma.

FIONDA FRECCIA
MATERIALI:forcella di legno, elastici, cuoio, spago.
La frecci serviva come giocattolo e come arma per la caccia di lucertole o di cavallette o di uccelli. Veniva confezionato con cura ed attenzione. La forcella, nella maggior parte dei casi, era ricavata dagli alberi di ulivo; gli elastici venivano recuperati da vecchi guantidi para, recuperati presso le fabbriche di piastrelle. L'assemblaggio dei pezzi richiedeva attenzione e collaborazione.

LIPPA "FUCI FUCI MANUE'"
MATERIALI:un'asse di legno, un pezzo di ramo.
Il giocattolo era di facile costruzione. Si trattava di recuperare un pezzo di legno e di sagomarlo a forma di paletta; poi si intagliava nel legno di ulivo il punteruolo e lo si smussava agli angoli per permettergli di saltare al primo colpo ed essere colpito al volo con la paletta. Le modalità di gioco potevano essere molte e si poteva giocare in più ragazzi. Si tracciava un cerchio sulla terra battuta ed un ragazzo lanciava il punteruolo molto lontano, poi con la paletta bisognava avvicinare il punteruolo al cerchio; per compiere questa operazione si avevano a disposizione tre colpi. Il giocatore che si avvicinava di più al cerchi vinceva.

FUCILE A MOLLE
MATERIALI:legno, mollette per i panni, elastici di camera d'aria.
Si trattava di un giocattolo che tutti i fanciulli si costruivano se volevano partecipare alla guerra che veniva organizzata fra le varie bande del paese. Era un pezzo di legno sagomato a forma di fucile sul quale si fissavano, con degli elastici ricavati dalle camere d'aria, delle mollette dei panni. Il fucile poteva essere ad uno, a due, a tre, a quattro colpi ed i proiettili erano a uno, a due...elastici a seconda della lunghezza del fucile. Stringendo la molletta dei panni nella quale era fermato il proiettile, questo partiva, andando a colpire il bersaglio.

TROTTOLA "CURRU"
MATERIALI:legno d'ulivo o di altro legno duro, corda e un chiodo.
Era un giocattolo a forma di cono alla cui estremità inferiore c'era una punta di ferro. Per far girare la trottola occorreva una funicella che veniva avvolta intorno al giocattolo dalla punta verso l'alto. La trottola veniva lanciata imprimendole un movimento che le permetteva di girare su se stessa. Le modalità di gioco erano tante. La più comune consisteva nel disegnare sulla terra battuta un cerchio nel quale venivano poste delle mandorle o delle caramelle, poi con il giocattolo bisognava fare uscire la frutta secca o le caramelle, lanciando la trottola all'interno. I fanciulli che facevano uscire più oggetti dal cerchio ne venivano in possesso e vincevano il gioco.

TAPPI DI FERRO "RAMICCHIE"
MATERIALI:tappi di birra o di altre bibite.
Non era raro vedere i ragazzi andare in giro per le strade a raccogliere tappi di rame. Venivano poi appiattiti con un martello o una pietra fino a togliere l'orlatura. Si otteneva cosi' un disco di rame con il quale si potevano compiere diversi giochi. Si lanciava a chi arrivava a chi arrivava primo al muro, o a "spacca chianche" o a palmo. La "ramicchia" che aveva più valore era quella che nella parte superiore del tappo aveva disegnata la stella. Ogni ragazzo si preparava e modificava con particolari "studi" la "ramicchia" con la quale tirava e dalla quale non si separava mai.

(Federica Moro)


“Casu ti pècura, ricotta ti crapa”: il miglior formaggio è di pecora, la migliore ricotta é di capra
(Federica Pignataro)

“A ci fatia nà sarda, a ci non ci fatia nà sarda e menza": a chi lavora un compenso, a chi non lavora un compenso e mezzo
(La locanda ti li spilusi - www.lalocandatilispilusi.it)


A ci si mangia la carni s'ava mangià puru l'ossu":
(La locanda ti li spilusi - www.lalocandatilispilusi.it)


Lu saziu no creti allu ddisciunu": chi ha la pancia piena non crede a chi ha fame
(La locanda ti li spilusi - www.lalocandatilispilusi.it)


L'amici so comu li pasuli...parlunu ti tretu": gli amici sono come i legumi.....parlano sole alle spalle
(La locanda ti li spilusi - www.lalocandatilispilusi.it)


Ci atru no tieni cu mambita ti cuerchi": se non hai altro, deve vivere sempre a casa dei tuoi genitori
(La locanda ti li spilusi - www.lalocandatilispilusi.it)


A dò ncè gustu non c'è perdenza":
(La locanda ti li spilusi - www.lalocandatilispilusi.it)


Omu a vinu cientu a carrinu":
(La locanda ti li spilusi - www.lalocandatilispilusi.it)