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Shoah, 27 gennaio, il giorno della memoria

La vergogna e la rinascita dei sopravvissuti

 

"Solo negli anni capii che l'unica colpa era di essere nata ebrea: colpa inesistente, paradosso artificiale ma allora spaventosamente reale" Liliana Segre

Era il 27 gennaio 1945 quando le porte di Auschwitz si aprirono per tutti; in quel giorno l'umanità veniva a conoscenza dell'orrore al quale assisteva oltre un milione di ebrei dal 1940. Niente più barriere tra i pochi sopravvissuti e quella realtà che per loro si era fermata nel momento in cui, come bestiame da macello, erano stati ammassati nei treni della morte, diretti verso i campi di concentramento. All'entrata una frase che raccontava tutto “Il lavoro rende liberi”. Una sentenza.

Era un freddo giorno del rigido inverno polacco; le Armate Rosse, sovietiche, entrarono nel campo. Ma lì dentro non vi erano più uomini; senza più dignità, senza più capelli, senza più indumenti. Senza più famiglie, senza più case. Li ritrovarono lì, con le loro catene che li rendevano pesanti, con i loro pigiami a righe, in mezzo a migliaia di cadaveri. Emblematica è la frase di Primo Levi “Distruggere l'uomo è difficile, quasi quanto crearlo: non è stato agevole, non è stato breve, ma ci siete riusciti, tedeschi. Eccoci docili sotto i vostri sguardi: da parte nostra nulla più da temere: non atti di rivolta, non parole di sfida, neppure uno sguardo giudice. Ora ci opprime la vergogna”.

La dignità umana calpestata. Entro quel filo spinato uomini ridotti in uno stato di vergogna; donne mandate nude nei campi, ordinate in fila indiana, senza più un briciolo di femminilità, capelli corti, visi sporchi. Padri di famiglia senza più potestà, che vedevano morire nelle camere a gas i loro figli senza poter fare nulla; vedevano maltrattate le loro mogli senza ritegno.
Da quei campi uscì una generazione di sopravvissuti che sarebbe rimasta marchiata a vita; individui che per decenni non sarebbero riusciti a raccontare nulla del loro vissuto. Uomini colpiti a morte e offesi ancora dal negazionismo degli anni '60, che nella Shoah non credeva.

Dall'Italia partirono circa 6000, 7000 ebrei; ne tornarono solo 363. E in loro che oggi si ripone la nostra possibilità di comprendere, di conoscere; attraverso i loro occhi spenti e sviliti, attraverso i loro corpi che hanno ripreso sembianze umane, attraverso quel numero che hanno marchiato sulla pelle.

Tutto in loro racconta una storia disumana. È grazie alla loro scelta di condividere con le generazioni future che noi oggi sappiamo cosa accadeva lì dentro. Cosa l'uomo è stato capace di fare contro un altro uomo; anzi, contro 6 milioni di uomini. È stato questo un modo per usare la loro storia per un nobile fine, per far consocere la storia, “altrimenti si è costretti a riviverla”. Per loro forse è stata una rinascita, una liberazione; per noi che non l'abbiamo vissuta è stata una triste conferma della capacità umana distruttiva.

Molti di loro rimasero senza nome, senza degna sepoltura. Morti lì, nascosti dalla neve della Polonia. Di loro restano i capelli ammassati nel campo, i loro occhiali, le loro scarpe; tante scarpette, segno dei tanti bambini che tali resteranno per sempre, tutte quelle migliaia di “troppo deboli e troppo giovani” per lavorare, che hanno trovato la morte nelle camere a gas. Tra pochi giorni partirà il Treno della Memoria pieno di studenti italiani; segno che c'è da parte dei giovani la voglia di non dimenticare; mai.

“In un angolo del campo di concentramento, a un passo da dove si innalzavano gli infami forni crematori, nella ruvida superficie di una pietra, qualcuno, chi?, aveva inciso con l'aiuto di un coltello forse, o di un chiodo, la più drammatica delle proteste: "Io sono stato qui e nessuno racconterà la mia storia". Louis Sepulveda. (Graziana Ingrosso - Brindisi 26 gennaio 2012 ore 20.00)

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