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Statali:
amareggiati, delusi,
traditi, dalla
manovra economica che non lascia loro scelte |
Luigi
XIV , il re sole, per enfatizzare la sua autorità
sentenziava un nobilissimo "
l'etat c'est moi " che, in un vulgaris
incolore politichese dei giorni nostri si traduce in ........"io
sono io e voi...non siete un cazzo", significativa
frase citata dal famosissimo Marchese Onofrio del Grillo nell'omonimo
film interpretato dal grande "Albertone".
Questo, a giudizio
di molti, il riepilogo delle recenti strette economiche a
carico degli statali, soprattutto donne che scrivono:
- Anna "è veramente vergognoso essere serviti
in questo modo dopo tanti anni di sacrifici"
- Silvia "abbiamo
ipotecato il nostro futuro di mogli, mamme e donne in nome
dello Stato che ora ci sacrifica"
- Angela "è
umiliante sentirsi inermi davanti a queste angherie falsamente
proposte in nome del bene del paese"
- Rita "il
lavoro nella scuola ormai è gratificante solo perchè
nei ragazzi vedi un po' i tuoi figli"
E queste, sono
solo alcune delle "riflessioni" avanzate da chi,
dopo tanti anni di servizio nelle varie amministrazioni, si
sente tradita, amareggiata, derubata
dei diritti elementari riconosciuti agli altri lavoratori,
Si, perchè il nocciolo è in questa "identificazione"
da sempre affibbiata ai dipendenti dello Stato: nullafacente,
quindi, lavoratore di serie inferiore.
Ora, fermo
restando che la Costituzione Italiana garantisce parità
di trattamento in materia lavorativa e non solo, quali sarebbero
gli effettivi bisogni di "punire" una sola categoria
anzichè eliminare radicalmente gli sprechi dello Stato?
E' come se ad un ergastolano fossero fatte scontare le pene
di tutti gli altri ospiti di un carcere al fine di economizzare
sulla gestione amministrativa dell'istituto stesso.
A tal ragione,
riproponiamo i tagli resi operativi in questi giorni:
-
Solo per gli statali blocco degli automatismi stipendiali
e dei rinnovi contrattuali
- Blocco delle pensioni statali e rinvio a 12 mesi successivi
del godimento amministrativo
- Spalmazione delle liquidazioni statali a partire da quelle
di media entità
- Elevazione del limite minimo pensionabile per le donne statali
a 65 anni
- etc....
E, ci piace
anche confortarci con i dati ufficiali pubblicati di recente
e che riassumono "il danno", uno
per tutti, a carico del personale della scuola:
Un
collaboratore scolastico perderà 1.045 euro lordi l'anno,
pari al 6,60% della retribuzione
Un insegnante di scuola elementare perderà 2.ooo euro
annui, pari al 9,96%
Un
professore della scuola media perderà 2.300 euro annui,
pari al 10,76%
Un
professore della scuola superiore perderà 3.300 euro
annui, pari al 10,76%
a fronte del misero 5% tratto dagli stipendi dei dirigenti
(su 100.000 euro di retribuzione annua, detratti 500 euro).
Il
tutto, naturalmente, anche senza tener conto alcuno delle
legittime aspettative lavorative dell'esercito composto da
500.000 giovani che al termine del percorso di studi "superiore",
ogni anno, vanno ad ingrossare/ingrassare le stracolme università
statali e private. A questo proposito, suggerirei la lettura
dell'appassionante testo che la redattrice di Brindisi news,
Graziana Ingrosso ha dedicato a questo particolare e spinoso
tema delle università, visualizzabile in home page
o cliccando sul link: Università:
biglietto di sola andata - I giovani brindisini in fuga verso
un futuro.

Un
approfondimento offerto dal Corriere della sera con relativa
nostra riflessione:
Ottomila
euro lordi al mese per quindici mensilità. È
la pensione spettante a quel commesso del Senato che giusto
una decina di giorni fa ha deciso di lasciare il lavoro. All’età
di 52 anni. Il più recente protagonista di un inarrestabile
e costosissimo esodo. Leggendo il bilancio di previsione
2009 approvato il 21 aprile dal consiglio di presidenza di
palazzo Madama si scopre che negli ultimi due anni i costi
per pagare le pensioni sono letteralmente esplosi.
Fra
il 2007 e il 2009 sono passati da 77,8 a quasi 90 milioni,
con un aumento del 14,3%. Ma se si escludono le pensioni di
reversibilità, quelle cioè pagate ai superstiti,
la progressione è stata ancora più violenta:
+15,6%. Dieci milioni e 800 mila euro in più. Quest’anno,
sempre se le previsioni saranno rispettate (ma di solito le
stime sono in difetto) la spesa per le sole pensioni «dirette»
sfiorerà 80 milioni. Esattamente 79 milioni e 950 mila
euro. Cifra che divisa per 598 dipendenti pensionati fa, tenetevi
forte, 133.695 euro ciascuno. Vale a dire, quindici volte
e mezzo l’importo di una pensione media dell’Inps.
Inoltre, dettaglio non trascurabile, le pensioni del Senato
seguono la dinamica degli stipendi di palazzo Madama. È
stata la crescita abnorme di questa voce che ha impedito al
Senato di rinunciare, come invece hanno fatto Camera e Quirinale,
all’adeguamento all’inflazione programmata per
il prossimo triennio? Chissà. Certamente è vero
che l’aumento della spesa per le pensioni dei dipendenti
si è mangiato quasi tutte le sforbiciatine fatte al
bilancio di palazzo Madama.
Tanto
per fare un esempio, la maggiore spesa previdenziale equivale
a più del doppio del risparmio sui contributi ai gruppi
parlamentari dovuto alla riduzione del numero dei partiti
presenti in Senato. Ma non è che a Montecitorio la
pressione di chi vuole andare in pensione sia meno forte.
Fra il 2007 e il 2009 l’aumento della spesa della Camera
per questo capitolo è stato infatti del 14,2%. Quest’anno
le pensioni dirette e di reversibilità graveranno
sul bilancio di Montecitorio per 191 milioni, circa 24
milioni in più rispetto al 2007. Quale può essere
la molla che ha fatto scattare questa fuga ormai evidente?
Forse il timore di un nuovo giro di vite particolarmente doloroso,
che metterebbe in crisi i privilegi sopravvissuti a tutti
i tentativi di riforma? Non è affatto da escludere.
Al
Senato, per esempio, chi è stato assunto prima
del 1998 può ancora oggi, nel 2009, andare in
pensione a 50 anni di età, sia pure con una penalizzazione
del 4,5%, a condizione che abbia raggiunto quota 109:
la somma dell’età anagrafica, degli anni di contributi
e dell’anzianità di servizio al Senato.
Con 53 anni di età e la stessa quota 109 la pensione
(80% dell’ultimo stipendio) è assicurata senza
alcuna penalizzazione. Da tenere presente che i
dipendenti entrati in Senato prima del 1998 sono la maggioranza,
609 su 1.004. E che la loro pensione si calcola con il
vantaggiosissimo sistema retributivo puro, cioè
in percentuale dello stipendio, anziché con il sistema
contributivo (in rapporto ai contributi effettivamente versati)
stabilito dalla riforma Dini del 1995 per tutti i lavoratori
comuni mortali. Con lo stesso sistema retributivo sarà
calcolata anche la pensione degli assunti a palazzo Madama
dopo il 1998, in tutto 395. Per loro tuttavia il consiglio
di presidenza ha deciso lo scorso agosto che scatta il limite
minimo d’età di 57 anni. Aspetteranno un po’
di più per avere una pensione da leccarsi i baffi
come già hanno avuto i loro colleghi più
fortunati. Ma il famigerato sistema contributivo prima o poi
arriverà anche in Senato. Sarà applicato a tutti
gli assunti dal 2007. Quanti sono? Per ora, zero.
………..senza
parole. (Cesare
Mori)