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Rubrica
curata
da Rosella Gentile
Coordinatrice infermieristica presso l'ospedale "Perrino"
di Brindisi |
Donna
& Salute
La
rubrica cercherà di trattare in maniera facilmente
comprensibile le patologie tipiche
del “mondo femminile” con una particolare attenzione
agli aspetti preventivi. |

Abbronzatura e creme solari
Qualche consiglio su come orientarsi
Care
amiche con l’arrivo dell’estate ci troviamo
di fronte ad un classico dilemma: come ottenere la migliore
“tintarella” senza danni per la salute?
Si sa che il sole è vita e che essere abbronzati
è considerato sinonimo di buona salute e benessere.
L’eccessiva esposizione al sole può però
essere dannosa in quanto invecchia la pelle e la rende macchiata,
rugosa e meno elastica (cosiddetto “fotoinvecchiamento”)
predisponendola ad alcuni tipi di tumori della cute.
Il segreto è proteggersi dall’esposizione eccessiva
ai raggi solari. A tal scopo si trovano in commercio moltissime
creme per la protezione dai raggi ultravioletti (i più
dannosi tra i raggi solari) ognuna provvista di un SPF (=fattore
di protezione solare) che può giungere sino al 100%.
Le creme solari vengono distinte in “filtranti”
e “schermanti”. Le creme filtranti
agiscono assorbendo ed intrappolando l’energia dei
raggi solari. Le creme schermanti agiscono come
veri e propri specchi che riflettendo i raggi ultravioletti
ne impediscono l’ingresso.
L’U.E. (=Unione Europea) distingue le creme solari
in 4 categorie : a) bassa protezione (fino a 10
SPF), b) media protezione (da 10 a 30 SPF), c)
alta protezione (da 30 a 50 SPF) d) a protezione
molto alta (superiore a 50 SPF). Le creme a protezione
medio-bassa sono quelle filtranti. Le creme a protezione
alta solo quelle schermanti. In realtà si è
visto che non esiste nessuna crema
che che garantisca una protezione totale dai raggi ultravioletti.
Per tale motivo l’Unione Europea ha bandito dalle
etichette diciture del tipo “schermo totale”
o “protezione al 100%” in quanto ingannevoli
e fuorvianti.
In reatà una crema con fattore di protezione 15 blocca
il 93% dei raggi ultravioletti, mentre una crema con SPF
30 ne blocca il 97% e appena il 98% una SPF di 50 o più.
Pertanto non vi sono sostanziali vantaggi per la salute
ad usare una SPF 50 o più rispetto ad una SPF 15.
Usate pertanto creme filtranti a protezione medio-bassa
anziché creme schermanti ad alta protezione. Costano
molto di meno e funzionano ugualmente bene! E buona tintarella!
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LA MAMMOGRAFIA
Care amiche nel precedente
appuntamento avevamo parlato di PAP-test e dell’importante
ruolo di questa indagine nella diagnosi precoce dei tumori
del collo dell’utero che ha notevolmente ridotto la
mortalità per questa malattia.
Parleremo oggi della mammografia. Grazie a quest’indagine
è possibile fare diagnosi molto precoce di tumore
della mammella che, lo ricordo, è la prima causa
di morte nel sesso femminile. Le statistiche ci dicono altresì
che nel corso della vita una donna su nove svilupperà
un tumore della mammella per cui prima lo si diagnostica
maggiore è la probabilità di guarigione.
La mammografia è un’indagine radiologica che
utilizza dosi molto basse ed assolutamente non dannose di
raggi X. E’ un’indagine indolore anche se, rendendosi
talora necessaria una modesta compressione della mammella,
può dare un po’ di fastidio in alcuni casi.
Chi deve fare la mammografia? Tutte le donne tra
i 50 ed i 69 anni anche se non hanno disturbi.
Studi mirati hanno dimostrato che è questa l’età
di massima incidenza di questa malattia e maggiori sono
i successi della diagnosi precoce. Naturalmente in casi
sospetti si può eseguire anche prima o dopo. Va ricordato
inoltre che deve essere ripetuta ogni 2 anni.
Cosa si evidenzia con la mammografia? Soprattutto piccoli
noduli non palpabili o calcificazioni nella ghiandola. La
mammografia, specie se integrata con l’ecografia della
mammella, ha un’alta affidabilità. In quella
piccola percentuale in cui il referto risulti sospetto si
attueranno approfondimenti quali il prelievo bioptico. Nella
stragrande maggioranza di mammografie normali si attenderà
l’esame successivo. Sarà comunque sempre importante
controllare da sole il vostro seno con l’autopalpazione
(alla ricerca di noduli come un cece od una lenticchia),
cambiamenti dell’aspetto della pelle
(che può assumere nei casi sospetti un’aspetto
esteriore “a buccia d’arancio”) e secrezioni
di liquido dal capezzolo.
Sentite pertanto il mio consiglio! Se avete un’età
tra i 50 ed i 69 anni o se avete alcuni dei segni appena
descritti andate a fare una mammografia. Vivrete più
a lungo e vivrete meglio. Parola d’amica!
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IL
PAP-TEST
Il cosidetto “striscio”
Il
PAP-Test o “striscio” vaginale come in gergo
viene ancora definito è un’indagine preventiva
che ci consente di fare diagnosi precoce di cancro del collo
dell’utero.
Si chiama PAP-Test in onore del medico Georgios Papanicolau,
di chiare origini greche, che per primo mise a punto questa
indagine. Questa consiste nel prelevare una piccola quantità
di cellule dal collo dell’utero (con una apposita
spatolina detta di Ayre) ed altre cellule all’interno
del canale uterino (dalla cosiddetta endocervice).
Queste cellule vengono strisciate su un vetrino (da cui
il termine di “striscio”) e colorate con il
colorante di Papanicolau (=PAP-Test appunto). Successivamente
un anatomo-patologo leggerà al microscopio l’esame
dando esito negativo, dubbio o positivo per cellule neoplastiche.
Grazie al PAP-test il numero di morti per tumore del collo
dell’utero (che era il più frequente nel sesso
femminile alcuni decenni fa) si è drasticamente ridotto.
La sua attendibilità è del 70% circa (cioè
chi ha un tumore del collo dell’utero e fa un PAP-test
ha il 70% di possibilità di scoprirlo).
Il limite del PAP-test è che non ci consente di fare
diagnosi precoce del cancro del corpo dell’utero e
delle ovaie.
Le linee guida internazionali consigliano di far un PAP-test
almeno ogni 3 anni per tutte le donne tra i 25 ed i 65 anni.
Negli USA questo l’intervallo consigliato è
addirittura annuale. Pertanto, se non lo avete ancora fatto,
chiedetre al vostro medico di prenotarvi in settimana un
PAP-test. E’ un consiglio da amica!
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LE
VAGINITI DA CANDIDA
Molte
donne riferiscono di “soffrire di candida”.
Con questo termine si indica una vaginite indotta da un
fungo chiamato “Candida Albicans” che spesso
infiamma oltre che l’interno della vagina anche la
vulva (=la parte esterna dei genitali femminili).
La vaginite da Candida è la seconda in ordine di
frequenza tra le vaginiti dopo la cosiddetta “vaginosi
batterica” (della quale parleremo più ampiamente
in un'altra occasione).
I sintomi principali della vaginite da Candida sono il prurito
vulvare e le perdite vaginali anomale. Queste ultime possono
essere di vario tipo (lattiginose od acquose) e di diversa
entità (da molto modeste ad abbondanti).
Si parla di vulvovaginite ricorrente da Candida nel caso
una stessa donna sia colpita da questa infezione da 4 a
più volte l’anno.
Cosa favorisce nella stessa persona il recidivare della
vulvovaginite da Candida? In primo luogo malattie come il
diabete mellito (controllate la glicemia se tale infezione
torna di frequente!). Ma anche l’uso di antibiotici
(che alterano la flora batterica vaginale favorendo la crescita
di funghi), di contraccettivi orali ed anche la gravidanza.
Anche un partner con un’infezione genitale da candida
può essere il veicolo dell’infezione.
Come possiamo prevenirla? In caso di infezioni contratte
dal partner è fondamentale curarsi entrambi (per
evitare reinfezioni) ed usare il profilattico dall’inizio
alla fine del rapporto e non solo durante la fase conclusiva.
Inutile dire che avere più partner aumenta sia la
frequenza delle recidive sia il rischio di coinvolgere altre
persone nell’infezione. Nel caso si debbano assumere
antibiotici (altra causa predisponente alla candidosi) farlo
solo se strettamente necessario e su precisa indicazione
medica (senza ricorrere alle “autoprescrizioni”).
Controllare infine la glicemia (data la frequenza con cui
nelle donne diabetiche tale infezione si manifesta) ed eventualmente
far valutare da un dermatologo se esistono riserve non conosciute
del fungo sulla pelle, nell’ombelico, sulle dita delle
mani o dei piedi e sulle unghie.
Come la si diagnostica con certezza? Con i cosiddetti “tamponi
vaginali” che devono risultare positivi per Candida
Albicans.
Per quanto riguarda la cura questa è competenza del
vostro ginecologo di fiducia. Per sommi capi possiamo accennare
a trattamenti antimicotici locali (candelette o creme) da
usare da 3 a 14 giorni a secondo i diversi protocolli.
In caso di mancata risposta si ricorrerà alla terapia
orale da usare per brevi periodi (anche di un solo giorno)
o per lunghi periodi a cicli anche di 6 mesi)..
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Rosella Gentile risponde agli eventuali quesiti attraverso l'e-mail:
redazione@brindisinews.com
Le consulenze su questa pagina sono concesse a titolo gratuito.
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