Che delle donne non si spenga il sorriso

NO alla violenza sulle donne

 

L'ennesima vittima di una storia senza lieto fine. L'ennesima preda di una vergognosa forma di virilità maschile. Trattata come una bestia.

Su quella piccola isola azzurra conosciuta in tutto il mondo per il suo splendore e per la sua mondanità, una notte di mezza estate si è trasformata in un incubo per una giovane turista francese di 17 anni. Dopo aver passato una serata con degli amici nel centro di Capri tra un locale ed un altro della movida isolana, si è allontanata dal gruppo assieme ad un napoletano di 16 anni, figlio di una facoltosa famiglia partenopea.

Quella che forse la ragazza avrebbe sognato come un'avventura estiva con un bel giovane italiano come spesso viene raccontato nei film, si è trasformata in una sorta di incubo senza risveglio.
Ritrovata la mattina dopo, prima ancora che facesse giorno, in stato di incoscienza, non parlava neanche. Poi, la conferma della violenza sessuale: per lei cinque punti di sutura. Lo choc ed il livello elevato di alcol ingerito hanno almeno per ora cancellato i momenti dello stupro; non ricorda nulla. O forse ha troppa vergogna di ricordare.
Neanche lui ricorda nulla, pochi flash, forse le sue mani sporche di sangue, che lo hanno però incastrato.

Sono due le vittime. Da una parte una ragazza segnata. Dall'altra un ragazzo che si è reso artefice di un orrore senza tempo. Rimarrà il segno di un'ingenuità macchiata.



“La violenza è l'ultimo rifugio degli incapaci” di Isaac Asimov, scrittore russo.

Il 25 Novembre 1960 morivano le sorelle Mirabal. Mentre si recavano a far visita ai loro mariti in prigione, furono bloccate sulla strada da agenti del Servizio Militare di Intelligence. Condotte in un luogo nascosto furono torturate, massacrate e strangolate, per poi essere gettate in un precipizio, a bordo della loro auto, per simulare un incidente. L'assassinio delle sorelle Mirabal è ricordato come uno dei più orribili episodi della storia della Repubblica Dominicana. Nel 1999, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha dichiarato il 25 novembre Giornata Mondiale per l’Eliminazione della Violenza sulle Donne.
È questo forse il primo episodio di violenza “di genere”, o quanto meno il primo a riscuotere tanto clamore e ad essere realmente ricordato. È questo il primo tassello di un mosaico di vergogna di cui la nostra società si è fatta promotrice. Dal 1960 ad oggi non una, non cento, ma mille, migliaia di donne sono finite sotto la mano violenta di un uomo, e non una, non cento, ma molte di più ne sono rimaste vittima. Dopo 50 anni di martiri e patiboli femminili, la natura, o “innatura”, di questi uomini non cambia; in Italia ancora 1 donna su 4 subisce violenze nel corso della sua vita. Le violenze sono aumentate addirittura del 300% negli ultimi nove anni. (Eurispes)
Secondo una statistica diffusa dall'Istat nel 2009, il 31,9% delle donne italiane ha subito violenza. Nella maggior parte dei casi a compiere tali violenze sono i partner delle stesse donne vittime. E anche il dato sugli stupri conferma la prevalenza di compagni, mariti, fidanzati quali protagonisti delle violenze: 7 stupri su 10 sono compiuti dal partner con ripetizione della violenza.
Donne private di ogni dignità, di ogni orgoglio; donne svuotate della loro essenza più intima di femminilità. Sono tutte donne che non riescono più a convivere con la propria immagine, che ripudiano lo specchio per vergogna di riconoscersi in quell'immagine “derubata”. Tutte donne con ferite che probabilmente non si rimargineranno mai più.
Costrette a convivere all'ombra di quell'uomo; diventate parte della sua violenza.
Senza voce e senza più un sorriso. “Dove arriva a illuminare il sorriso della donna, non giunge neppure il sole”, diceva qualcuno. Cosa resta a queste donne invece?
La maggior parte di queste donne subisce perpetui episodi di violenza e nel 67% dei casi tale violenza riconosce l'aggressore proprio nel partner della donna.
Di queste, solo il 4% denuncia la violenza subita. Paura, dipendenza economica, isolamento, mancanza di alloggio; sono numerosi i fattori che rendono difficile per le donne interrompere la situazione di cui sono vittime. Spesso è la vergogna stessa, la vergogna di presentarsi alla società come vittime di tali infamie che le frena.
I servizi dedicati alle vittime di questo tipo di violenza di genere in Italia sono numerosi, ma forse a volte poco conosciuti dalla vera utenza che ne avrebbe bisogno. Se ne fa ancora poca pubblicità, e per questo questi enti rimangono pressoché inutilizzati.
Quello del 1522 ad esempio è un servizio pubblico nazionale pensato dal Dipartimento per le Pari Opportunità; è nato esclusivamente con l'intento di fornire ascolto e sostegno alle donne vittime di violenza.
Il numero, attivo 24 ore su 24 per tutti i giorni dell'anno, è accessibile dall'intero territorio nazionale gratuitamente, sia da rete fissa che mobile, con un'accoglienza disponibile nelle lingue italiano, inglese, francese, spagnolo e arabo. Le operatrici telefoniche, presenti all'altro capo del telefono, forniscono una prima risposta ai bisogni delle donne vittime di abusi e violenze, offrendo informazioni utili e un orientamento verso i servizi socio-sanitari presenti a livello locale.
La Puglia è pure scenario di tali violenze. Ma anche qui sono ancora poche le donne che denunciano i loro aggressori. Secondo un'indagine Istat, solo il 10,8% delle donne pugliesi denuncia la violenza del partner a fronte di un 89,2% che preferisce tacere. Mentre risulta ancora più difficile per le donne denunciare le violenze subite da uno sconosciuto o da un non partner: in questo caso, infatti, solo il 5,4%.

Ma non stupiamoci se diciamo che la Puglia è molto più preparata di altre regioni ad affrontare questo fenomeno; riscontriamo infatti una laboriosa operosità delle istituzioni pugliesi che si muove molto efficacemente verso la riduzione e poi la soluzione di tale problema, iniziando proprio con progetti e iniziative che mettano al centro la donna e nulla più.
Si è concluso infatti a fine marzo scorso, con risultati di grande interesse, il Progetto “Services for women victims of violence. Analysis of trends and impact evaluation” con cui la Regione Puglia, con il Servizio Benessere Sociale e Pari Opportunità dell’Assessorato alla Solidarietà e alle Politiche Sociali, ha aderito a Daphne III(2007-2013); è stato un primo passo molto importante a favore della lotta e della prevenzione della violenza e dello sfruttamento delle donne.
Il progetto rappresenta un contributo conoscitivo determinante per la definizione delle politiche che la Regione e le Province intendono seguire, tenendo conto sia della normativa regionale rispetto alla rete dei servizi per le vittime di violenza, che delle esigenze espresse dal territorio ed emerse grazie al progetto regionale.
Ma le lacune non mancano. Si pensi che le province di Lecce, Taranto e Foggia risultano totalmente sprovviste di Centri antiviolenza che pure dovrebbero essere presenti in ciascuna provincia, secondo quanto disposto dalle linee guida attuative della legge regionale 17/2003 attualmente vigenti.
Al contrario, la provincia di Brindisi è molto più attiva su questo fronte. Nasce infatti proprio qui nel 1995 l'Associazione Io Donna.
Dal 1991 l'associazione gestisce una linea telefonica “IO DONNA per non subire violenza” alla quale le donne possono rivolgersi telefonicamente o personalmente per parlare delle proprie esperienze , chiedere sostegno psicologico e legale, ottenere informazioni sui servizi attivi della città, e trovare accoglienza, informazioni ed aiuto concreto.
L'associazione è ubicata in Via Cappuccini, 8 ed il numero di telefono è il seguente: 0831-522034.
A Bari è invece attivo il Centro Anti Violenza Associazione Aracne, ubicato in Via Lombardi, 12. Numero di telefono 080/5218389.
C'è un impellente bisogno che le donne conoscano tali realtà; perchè non si sentano sole, perchè sole non lo saranno mai!
Una donna non dimenticherà mai quello schiaffo, quei graffi. Anche se i lividi passeranno, quella donna avrà cicatrici, indelebili, invisibili. Avrà vergogna, dolore.
Che ogni uomo si renda conto di ciò che una donna realmente è. Perchè più di lei, chi potrà salvarlo?
(Graziana Ingrosso)


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Che delle donne non si spenga il sorriso

Donne senza più dignità. Quella strage femminile di cui l'uomo si fa autore

 

È come se con questa afa estiva esplodesse anche la “miseria morale” di certi uomini. Come se questo caldo, questa estate risulti un perfetto scenario per altri reati di disumana natura.
Ogni giorno giornali sommersi da notizie di violenze, di abusi su donne giovani e giovanissime; sulle spiagge, per le vie dei borghi di villeggiatura. Una, due, dieci vittime del peccato più vile di cui un uomo possa macchiarsi.
Sembra non esserci rimedio; sembra che invece si vada diffondendo un'epidemia di “menti malte”, perchè altrimenti non possono definirsi, che sono nate per fare del male. Per spezzare una vita, una donna.
Un'altra; l'ennesima donna lasciata per terra sanguinante dopo averle tolto la dignità. Dopo averle chiuso gli occhi. Un'altra; l'ennesima di una catena che non sembra volersi interrompere.

Un'altra turista milanese di 26 anni, violentata brutalmente sotto le prime luci del giorno da un senegalese sulla spiaggia di Lido delle Nazioni, sul litorale ferrarese.
L'aggressore ha circa trent'anni, clandestino, arrestato poco dopo dai carabinieri del luogo.
La vittima è stata accompagnata all'ospedale del Delta a Lagosanto, dove i sanitari hanno effettivamente riscontrato la violenza e l' hanno sottoposta ad accertamenti.
C'è chi dice che delle volte è colpa delle donne; donne troppo svestite, troppo provocanti, troppo estroverse e confidenti con gli sconosciuti. Ma cosa aveva di provocante una donna che si trovava totalmente da sola su di una spiaggia? Forse l'orario? Che colpa aveva per dover poi sottostare a tale martirio? Aggredita come se non fosse nemmeno una donna. Umiliata.
Donne sotto processo anche quando di loro si è rubata l'anima. Quando questa l'hanno lasciata umiliata lì, su quella spiaggia. Donne che rimarranno con gli occhi bassi fino a che qualcuno, o qualcosa, faccia rinascere in loro un minimo di dignità, di fiducia.
Estati finite nel pianto.
In questo caso la ragazza è stata addirittura “fortunata”. Infatti la scena è stata notata da una guardia giurata, che ha cercato di intervenire e ha immediatamente avvisato il 112. I carabinieri, subito giunti sul posto, hanno bloccato il clandestino mentre si stava allontanando.
È stata fortunata perchè molte volte gli aggressori non vengono neanche individuati; rimangono impuniti, liberi, come animali fuggiti da uno zoo. Altamente pericolosi. Non uomini, ma animali.
E non si può escludere che possano anche riprovarci.
Un male che consuma lentamente la società. Una società senza più valori, regole. Senza più un senso. Perchè come si può dare un senso a tali infamità? Non si può perdonare, né giustificare chi pecca in tale modo, chi si macchia di questo reato. Non si può neanche comprendere; perchè sarebbe come dargli un movente.
Misure preventive non ce sono. Non si può prevedere chi possa essere un presunto aggressore o chi, colto da raptus, possa diventarlo. Ci vogliono misure successive. Che scoraggino quelli che, dopo di lui, possano avere quell'impulso violento. La castrazione chimica. Se ne è parlato tanto, e davvero ancora non capisco come si possa evitare tale misura. Come si possa dire di no. Non si può permettere che questi “uomini” ci portino via il sorriso di tutte queste donne, non possiamo più tollerare che delle figlie, delle mogli, delle madri vengano esposte a questo vero e proprio genocidio.
Si deve dire basta. Una donna ha il diritto di sentirsi sicura, di sentirsi una Donna. Non un oggetto dell'implacabile desiderio sessuale di certa gente. Deve fidarsi del mondo che le sta attorno. Altrimenti non riuscirà più ad avvicinarsi ad un uomo; per paura, terrore.
Più angoscioso ancora è per una madre il sapere di aver messo al mondo un aggressore; un figlio cresciuto senza il rispetto per quelle creature che generano il mondo. Una vergogna per una donna che si sente fautrice di un “individuo” di tale specie.
C'è bisogno di più consapevolezza. Questi sono reati per cui l'ergastolo, solo l'ergastolo, può punire. Non hanno certo bisogno di una pena rieducativa, come prevede la Costituzione. Quando un uomo ha l'odio dentro, lo cova e lo accresce, non c'è modo di fargliene liberare.

Che delle donne non si spenga il sorriso. (Graziana Ingrosso)


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