Calcio-Ultras,
anni di inciviltà
Oggi si punta
sulla “Tessera del tifoso”
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Si
sono aspettati gli esordi del campionato 2010/2011 ed
un bel po' di vittime, tra gli spalti e fuori, perchè
in quel mondo del calcio bello e dannato si imponesse
un po' di ordine e rigore. E lo si è voluto fare
con uno strumento che ai tifosi inizia già a
puzzare un po', tanto che si minacciano le solite “rivolte”.
La tessera del tifoso è descritta come uno “strumento
di fidelizzazione” che verrà adottato in
Italia dalle società di calcio, a seguito di
una direttiva del Ministro dell'interno Roberto Maroni
del 14 agosto 2009; nasce con lo scopo della Questura
di identificare i tifosi di una squdra calcistica o
della Nazionale di calcio dell'Italia. Rilasciata dalla
banche o dal circuito Lottomatica, oltre a costituire
titolo di accesso allo stadio, è una carta di
credito ricaricabile e con una validità di cinque
anni. Non ha un costo fisso ed è generalmente
gratuita per gli abbonati. |
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A Roma, gli ultras giallorossi hanno già
annunciato una “protesta civile”.
Ma gli scontri più preoccupanti si sono
avuti a Bergamo, dove di civile c'è stato
ben poco! Proprio mentre il ministro leghista
Maroni esponeva questa iniziativa, circa 500
tifosi, se di tifosi può parlarsi, sono
arrivati fin sotto al palco armati di petardi.
Responso: tafferugli, agenti feriti da lancio
di oggetti, auto date alle fiamme.
È un mondo difficile da domare quello
del calcio, perchè se in campo ci sono
11 belve pronte a combattere e a portare avanti
i sogni dei propri tifosi, sugli spalti si infiammano
le anime di migliaia di ultras colti dalla sindrome
“della folla”, “del gruppo”.
Impazziti. Irrazionali.
L'ultima vittima è stata Gabriele Sandri,
circa due anni fa. Ennesima
vittima di una società degradata e divorata
da questa inciviltà “sportiva”;
che poi sportiva in realtà non è.
Ennesimo nome da citare nella commemorazione
delle offerte umane ad un mondo, quale quello
del calcio, che non può più essere
giustificato. Coinvolto insieme ai suoi compagni
in una rissa contro alcuni fanatici juventini,
Gabriele, 27enne romano, può considerarsi
l'ultimo sacrificio. Morire per una passione.
Ciò che più preoccupa è
questa posizione dispotica del mondo ultra che
non si riesce più a sopraffare o per
lo meno limitare. Fino ad ora gli sforzi da
parte delle Istituzioni non sono stati certo
eclatanti, e a questi tifosi violenti si è
lasciata carta bianca; si è dovuto aspettare
il 2010 per sentirsi un po' più sicuri
entrando in uno stadio, magari con un bambino
per mano. Si dovranno aspettare i risultati,
si spera positivi, di questa nuova “precauzione”
per riuscire a vedere di nuovo lo stadio come
un luogo di sport, di divertimento, di sana
competizione, di puri valori del calcio, di
quegli ideali oggi considerati solo storia e
passato.
Come si è riusciti a passare da una cultura
e da un’istituzione calcistica rigida
e civilizzata come quella dei vecchi mondiali
“formato famiglia”, ad un palcoscenico
sanguinolento che non conosce sipario?
Bisognerebbe a volte mettere da parte quella
superficialità che tanto ci caratterizza
come popolo, che ci porta a reagire in modi
e tempi sbagliati; la violenza negli stadi non
ha principi attuali, è radicata nella
nostra realtà da anni ed anni. Gli si
reagisce solo ora. Per tutto questo tempo non
si è riusciti a mettere la parola fine
a tanto subbuglio. I decreti non sono mai troppo
efficaci, le pene sempre troppo permissive e
modellabili; la giustizia diventa un ostacolo
facilmente soverchiabile.
Confidiamo ora in questo nuovo “strumento
di fidelizzazione” per questa gente, ma
ciò che deve cambiare in questo Paese
sono le coscienze umane, prive di forme di razionalità.
Se nonostante motorini gettati dagli spalti,
forze dell'ordine rimaste vittime, non si riesce
a dire basta, il problema è molto più
inquietante di ciò che vogliono farci
credere. È radicato. E se ciò
è successo è proprio perchè
lo si è sottovalutato sin dal principio.
(Graziana
Ingrosso)
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