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Arte & cultura


 

 

A Brindisi il "Manifesto per la cultura"


BRINDISI- Ha avuto luogo sabato 12 maggio in via Thaon de Revel, in fondo alla piazzetta delle Sciabbiche, un incontro informale per analizzare il tanto discusso Manifesto Per La Cultura e “Monitorare dal basso la situazione brindisini, per dire il nostro parere e incidere sul destino della nostra città” - come ha affermato Paola Crescenzo, una delle voci di spicco di questo Manifesto, nonché colei che ha aperto la discussione. All'incontro sono stati invitati firmatari e non, curiosi, acculturati, e più in generale coloro che desiderano acculturarsi, stare insieme e conoscersi: gente che ha voglia di sentirsi parte attiva della città e di costruire un dialogo affinchè si dia vita ad un concreto processo di cittadinanza partecipe che provi a sperimentare un differente modo di fare cultura. Tutti i partecipanti hanno portato con sè delle sedie, disposte poi in un casuale e prefetto ordine geometrico, come fosse un cerchio.

Ordine che testimoniava che in questo Movimento non vi è la presenza di leader, ma che si è posti tutti sullo stesso livello e tutti hanno l'opportunità di esprimere i propri giudizi e perplessità sulla città. Si tratta di un'equità notabile anche nel nome che il 'gruppo' si è dato: DIECI e VENTOTTO. Lo scorso sabato hanno preso la parola gran parte dei presenti sottolineando che non si è mossi da spirito rivoluzionario, bensì da esigenze. Tale concetto è stato ben espresso da Luigi D'Elia, artista ed educatore ambientale, che ha affermato: “E' un processo nato dalla necessità e dall'urgenza di fare qualcosa, ma non dalla fretta.” Un urgenza nata dall'incultura che Brindisi sta vivendo, dal mancato uso nel territorio di spazi che possano far convogliare le diverse forme d'arte, dalla carenza del dialogo tra i cittadini e dall'assenza d'indentità storica. E' proprio sull'identità storica che il presidente della Comunita Ellenica, Ioannis Davilis, ha dichiarato che Cultura in greco si dice politismos, che in traduzione dovrebbe essere il modo di rapportarsi tra gente che non vive in caverne, ma in città; Cultura è anche insegnare alla gente da dove proviene, com'era Brindisi nel passato; ma per farlo è necessario che questo insegnamento sia eccellente, perchè non è giusto che si dia importanza solo alla storia post Federiciana, perchè questa città ha vissuto episodi molto importanti, come la collaborazione con la Grecia, anche prima dell'età di Federico II. Uno degli obiettivi del gruppo Dieci e Ventotto è proprio ricercare le nostre radici per dialogare sul nostro futuro, “trovando modi e sistemi che facciano emergere nuovi progetti e per farlo è strettamente necessaria la partecipazione di tutta la cittadinanza”, spiega Luigi D'Elia. Un processo che stanno seguendo numerose città in tutta la nazione. Le prossime due riunioni si svolgeranno quasi certamente sulla scalinata delle colonne romane, per discutere degli scavi archeologici in corso sul lungo mare di Brindisi, e al C.A.G (Centro di Aggregazione Giovanile) presso il quartiere Paradiso, per darsi delle direttive e organizzarsi nel modo più soddisfacente possibile. (Luana Fedele ID)

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Tarek Heggy: una finestra aperta sul medio oriente

L’incontro organizzato dal Rotary International Club Brindisi Valesio

L’incontro organizzato dal Rotary International Club Brindisi Valesio ha visto come protagonista Tarek Heggy, straordinario scrittore e intellettuale egiziano, nonché abile conoscitore della lingua inglese, che ha condotto gli studi di giurisprudenza al Cairo, ma si è specializzato a Ginevra; Tarek –come preferisce essere chiamato- ha sempre vissuto a stretto contatto con la cultura occidentale, non dimenticando mai l’Egitto, perciò si considera destinato a fare da mediatore tra le due realtà: “la sfida della mia vita” come dice nella conferenza “è legata ad una sola parola: modernità”. Noi sappiamo poco della situazione in Medio Oriente, solo ciò che trapela dai giornali e dalle televisioni, persino i programmi scolastici sono incentrati su una visione del mondo a modello delle società capitaliste occidentali; anche per questo magari “stiamo commettendo un grave errore” come spiega Heggy, perché crediamo sempre che la nostra società, cultura o religione siano le più moderne o legittime, così come quando sosteniamo che la democrazia sia la soluzione più consona e ragionevole a tutti i problemi, in questo caso dell’Occidente.

Anche Tarek ovviamente è a favore della democrazia in Egitto, ma contesta la sua imposizione, perché ogni paese deve fare prima la sua crescita, senza rischiare di subire una politica che provenga dall’esterno. Tarek dice che “se io inquino il mio paese lo faccio anche in tutti quelli circostanti e lo stesso accade per le idee”, con questo spiega che un passaggio culturale o sociale deve avvenire in autonomia e gradualmente. L’Egitto, come anche altre nazioni, purtroppo sta regredendo: la sua generazione e le precedenti erano interessate sia al progresso scientifico, tecnologico, in ambito petrolifero o farmaceutico, e sia ad altri aspetti, come quelli dello sviluppo culturale, artistico, ideologico… andando avanti negli anni si è puntato sempre più sulle attività del primo elenco, perché se ne ricavava un forte incremento economico; ma come ricorda Tarek “in tutte le civiltà gli artisti sono venuti prima degli scienziati”, questo non significa disprezzare l’avanzamento tecnologico, ma far notare che ci sono anche altri aspetti su cui puntare. “Negli anni ‘30 gli egiziani emigravano in Europa perché ne erano affascinati, oggi si emigra per soldi o per lavoro, non per ragioni culturali”. Tarek vorrebbe che la sua società si basasse su tre principi: pluralità, rispetto e relativismo. La pluralità è una realtà del tutto assente in Medio Oriente, consiste nella varietà di idee e opinioni, nel rappresentare la complessità e la varietà dei singoli in una società; bisogna trovare un unione pacifica nella diversità. Il rispetto manca quando si sente parlare delle persecuzioni alle minoranze, dell’ intolleranza religiosa o della situazione delle donne –tema molto seguito da Tarek, anche nei suoi libri, così come quello delle persecuzioni ai Copti. Gli Arabi dicono delle donne che sono come la carne dal macellaio, se non vengono coperte non servono a niente; è altrettanto sconcertante sentire gente che vorrebbe vedere morti i propri figli per le ideologie e molti sostengono che i diritti umani siano stati inventati dagli occidentali per distruggere la cultura Araba. Secondo Tarek le donne non saranno mai liberate dagli uomini, sono vittime della tradizione e prima o poi si libereranno autonomamente. Per relativismo si intende la visione della realtà in modo relativo, riconoscendo e rispettando le altre; Tarek non tollera l’imposizione della religione che è considerata in Oriente come l’unica autentica; senza contare che i principi presentati per veri non sono a volte nemmeno scritti nel Corano. Secondo Tarek la nostra società non è certamente perfetta, ma è aperta al miglioramento, dice che ha fiducia nei giovani, ma l’istruzione che ricevono in Medio Oriente rappresenta un ostacolo alla loro formazione ideologica autonoma e non gli consentirà mai di avere capacità critica perché continua a chiudere le loro menti; la scuola nel suo paese è a senso unico: non c’è scambio tra insegnanti e alunni, l’apprendimento fondato sull’obbedienza non ha un rinnovamento da decine di anni. Tarek Heggy conduce giornalmente tantissime battaglie per risollevare l’Egitto e dargli una scossa di modernità, è attualmente candidato alle elezioni presidenziali ed è convinto che al suo paese serva una maggioranza liberale al Parlamento per raggiungere una qualche forma di democrazia e far valere finalmente i diritti che difende nelle sue cause. Ha scritto circa una ventina di libri nei quali tratta in modo sintetico i problemi del Medio Oriente oggi, la sua ultima pubblicazione tradotta in italiano è “Le prigioni della mente araba”. (Ester De Donno IVD)

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"Adolescenza: età o stato d'animo?"

Un tempo che va vissuto con grande senso di responsabilità

 

L'adolescenza è un periodo molto delicato della vita. Cambiano i punti di riferimento, l'adolescente è incuriosito da ciò che incontra fuori casa, cambia atteggiamento verso i genitori e gli altri adulti.

Una delle caratteristiche dell'essere giovani è la fretta di crescere, la fretta di arrivare, saltando le tappe intermedie: "il volere tutto e subito". L'adolescenza è anche il periodo della vita in cui si allarga l'orizzonte, si struttura la nuova personalità, si impara a comunicare con un universo di persone sempre più ampio, si creano nuovi interessi, si scopre l'amicizia, ci si apre all'amore. L'umore cambia continuamente e in modo imprevedibile. Gli adolescenti sono molto fragili. Si accorgono di aver perso le certezze e i punti di riferimento dell'infanzia.

Sentono che i genitori non rappresentano più tutto il loro mondo, ma non è facile incontrare altre persone con cui parlare e confidarsi, infatti hanno spesso paura di esporsi. Così la solitudine cresce, cresce anche l'isolamento fino a quando gli amici, che non sono più compagni di giochi, diventano confidenti e persone con cui confrontarsi. L'adolescenza è un tempo che va accettato e vissuto con grande senso di responsabilità anche se l'avventura diventa un binomio fondamentale con l'adrenalina. La trasgressione è una caratteristica tipica dell'adolescenza, età in cui il rapporto con le regole educative viene rivisto e di norma messo in discussione. Ma fino a che punto la trasgressione può essere considerata espressione di un desiderio di crescita e quando, invece, è segnale di disagio individuale, familiare o sociale? Che valore viene dato al gruppo? E alla vita? A volte si è spinti da un egocentrismo irrefrenabile che mette a grave rischio la crescita di ciascuno e forse quell'eroe, che come una maschera ci identifica davanti ai pregiudizi, è solo l'antagonista ammaliatore di un'età ai limiti della follia. (Giuseppe Conte ID)

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Cerami ipnotizza il “Marzolla”

Gli studenti incontrano l’eccezionale scrittore de “La vita è bella”

 

“La scrittura è l'anima della scuola: non dobbiamo dimenticarcene”: queste le parole del preside del Liceo Classico “Benedetto Marzolla” Antonio Tamburrano, all’apertura di un incontro tra vera genialità e tanta voglia di imparare.

Le note di “Beautiful that way”, cantate e suonate dagli studenti, accolgono lo sceneggiatore de “La vita è bella”, omaggiandolo proprio con la colonna sonora del suo capolavoro. Vincenzo Cerami, autore di fama mondiale, scrittore di enorme spessore culturale e vanto del nostro panorama artistico nazionale saluta con sorprendente semplicità ed eccezionale simpatia i liceali giunti nel “Cinema Teatro Impero”, ansiosi di porre le proprie domande.

Tanti, infatti, i punti interrogativi da parte dei ragazzi, per un uomo dalla carriera sfavillante, riuscito ad emergere con successo nella narrativa, nel teatro, ma soprattutto nel cinema: non a caso, è la proiezione del celebre “Un borghese piccolo piccolo” , suggestivo spaccato degli anni ’70 sceneggiato da Cerami, a precedere le riflessioni, il dialogo con gli alunni e i loro quesiti. Fra gli aspetti di maggiore interesse, senz’ombra di dubbio la collaborazione con Roberto Benigni, su cui Cerami si sofferma non poco: “Ci siamo impegnati molto per realizzare un film in cui un comico si trovasse nella situazione più tragica del mondo, tentando di non toccare la sensibilità dei sopravvissuti ai lager, ma creando qualcosa di bello e onesto. C’è differenza tra comicità e commedia: qualsiasi attore può recitare in una commedia, ma il comico ha bisogno che la sceneggiatura gli sia cucita addosso, tenendo conto della sua personalità e del suo repertorio.

Io e Benigni ritenevamo il genere comico il più sublime, e da qui nacque 'La vita è bella'”

Ma quello con Benigni non rimane l’unico fortunato incontro del suo percorso: infatti, all’età di undici anni, la casuale conoscenza di Pier Paolo Pasolini, suo professore di italiano alle scuole medie, finì inevitabilmente per condizionare la sua esistenza. “Nonostante per la società fosse un demonio, nessuno che lo conoscesse, a parte qualche fanatico pieno di pregiudizi, poté farsi influenzare e ignorare la sua eccezionalità” ricorda con grande affetto . “Pasolini è ancora vivo nelle parole della gente perché fu capace di guardare il mondo non con gli occhi di sociologo, ma con quelli di poeta. E fu anche il primo a menzionare tematiche più che mai attuali, come quella della mutazione antropomorfica, della massificazione e dell’omologazione, da cui, afferma Cerami, ci si può difendere solo attraverso la scrittura"


“Oramai nelle scuole si ha la giusta tendenza ad attenersi a un programma, ma per me ciò che esiste di più grande è il tema libero, perché spinge ciascuno dei ragazzi a guardarsi dentro e a raccontare la propria diversità, a diventare unico e irripetibile”. E’ forse da qui che nasce l’esigenza di consigliare nel miglior modo possibile i giovani scrittori: perché essi imparino a tradurre in parole i loro silenzi ricchi di profondità e turbamento, a guardare la vita con criticità e ironia, ma al tempo stesso, ad appropriarsi della “sensualità” dell’artista che si immedesima nei suoi personaggi. E agli alunni del “Marzolla”, Cerami ha insegnato molto: senz’ombra di dubbio, che la creatività e la fantasia di grandi uomini a volte riescono a lasciare anche grandi impronte. (Francesca Tammone 3A - Brindisi 19 novembre 2011)