Lunedì,
seconda ora, lezione di latino…
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Udimmo
i passetti brevi e veloci: la prof era arrivata
e con lei anche l’immancabile registro
terrificante e rosso sangue, come quello che
sgorga assieme alle lacrime dopo i brutti voti.
Erano attimi gelidi, pieni di paura e panico,
mancava poco all’interrogazione quotidiana,
ma chi ricordava le desinenze e le particolarità
delle declinazioni? Eravamo spacciati; c’era
chi preparava lettere d’addio ai propri
cari e chi testamenti … tutto fuorché
ripetere. Un ampio sorriso si aprì lentamente
sul suo volto, come a voler gustare al massimo
la scena, il silenzio coronava l’aula.
Ma poi disse: “Ragazzi quest’oggi
voglio parlarvi di Ulisse e dell’ episodio
in cui venne ammaliato dal canto delle sirene!”
Non ci credevamo, i nostri occhi si illuminarono
e accogliemmo la sua affermazione con caldi
sorrisi di gratitudine. Poi, ci venne in mente
di organizzare un bel concorso, in cui le votazioni
si sarebbero svolte su Facebook. Abbiamo deciso
di pubblicare i tre più votati, per il
resto... buona lettura!
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Eccomi impavido tra le funi e il legno
consumato dall’atmosfera marina dell’albero
maestro, con quel piacevole dolore
nel petto come di chi aspetta di conoscere il
segreto più grande. I miei compagni,
ignari di tutto, si accontentano di remare e
di tener cara la pelle; ma per me, Ulisse, esploratore
indomito, non è cosa plausibile: devo
sempre, in ogni attimo della mia vita, trovare
il modo per saziare questa mia anima che sembra
nutrirsi unicamente di virtude e conoscenza.
I miei occhi, piccole finestre sempre aperte
verso infiniti mondi e dimensioni, scorgono
il timido faraglione che esce incerto dall’acqua
limpida e cristallina che lambisce la penisola
italica, della quale si possono scorgere i contorni.
Le mie “finestre”, come per non
rovinare la sorpresa, decidono di chiudersi
e lasciare spazio alla mia mente sempre pronta
e alle mie orecchie curiose e impazienti. Un
senso di vuoto mi travolge, e una frizzante
brezza mi inebria col suo profumo marino. Come
risvegliato da un sonno profondo sollevo le
mie palpebre e il paesaggio ricomincia a prendere
forma davanti ai miei occhi. D’un tratto
tutto acquista un aspetto diverso, che mi inquieta
ma allo stesso tempo mi affascina e mi incuriosisce.
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Un dio addormenta le onde, il vento si placa, cerco
di catturare con le orecchie ogni suono percepibile
e finalmente esse possono essere ripagate di tanto
sforzo. Una voce soave mi accarezza come una piuma
che mi sfiora dolcemente e lascio entrare nelle mie
tempie quei meravigliosi canti, che sembrano composti
con note mai sentite, e mi chiedo come Orfeo abbia
potuto, con una misera cetra, sovrastare questo turbinio
di emozioni che stillano dalla voce di queste misteriose
creature. Mi sento avvampare per non poter osservare
da vicino le autrici di questi suoni: non riesco ad
accettare l’idea di non poter andare oltre,
di non poter conoscere di più, come le loro
imprecazioni promettono, di dovermi fermare qui, come
un semplice uomo che, dal suo nido sicuro, sfida la
sorte. Gocce di sudore sofferto si mescolano alla
rabbia e al dolore causato dalle funi che, come una
madre apprensiva, non mi lasciano avventurare nell’
ebbrezza del pericolo. Già queste cime così
intrise di sale segnano la mia pelle con ferite sanguinanti,
pelle strattonata dai miei fin troppo obbedienti compagni.
Questi momenti sembrano durare un’ eternità,
ma allo stesso tempo non riesco a farne a meno e non
voglio che finiscano. Le sirene mi promettono di rivelarmi
tutto ciò che sanno sulla Terra che nutre tanta
gente, ma sono sicuro che ciò che effettivamente
promettono di narrare nei loro soavi e seducenti canti
è ciò che è già nella
mia mente. I miei muscoli, inizialmente ribelli e
contratti, sembrano ora riacquistare il buonsenso,
ma la mia voglia di sapere, di divorare, di ascoltare
non si placa e mi abbandono alla scia travolgente
di parole e di emozioni. Il rumore delle onde sovrasta
quello tanto desiderato e mi sento come se mi fossi
appena svegliato da un sogno misto con la realtà.
Sono estenuato, ma voglio riprendere il comando della
mia nave per continuare a mettere alla prova il mio
multiforme ingegno e i miei limiti. Con lo sguardo
attento cerco verso lo scoglio fumoso ormai lontano
le figure delle ammaliatrici, ma forse ora riposano
negli abissi, là dove il dio del mare le consola;
quel dio che voleva punirmi per aver violato le mura
di Ilio a lui care. A voi, creature metà uccelli
e metà donne, che avete avuto la presunzione
di mediare tra coscienza e conoscenza grido che i
miei compagni ed io non fuggiamo il pericolo, ma lo
affrontiamo con fierezza e lo superiamo per valore,
astuzia e ingegno! (Marianna
Ballarini IVB)
Un
gabbiano veleggiava appoggiandosi a quella brezza
che sa di mare e, delicatamente planò
sull'acqua limpida, emettendo un verso stridulo,
decisamente poco melodioso in confronto a quegli
echi di chissà quale creatura lontana.
O almeno così credeva l'equipaggio della
nave. Si udì il sibilo di un uccello
in volo ma il cielo era sgombro, nemmeno le
nuvole avevano voglia di riempirlo quel giorno.
La truppa non ci fece caso; poi una piuma, due;
Ulisse alzò lo sguardo per cercare di
capire. Notò qualcosa di grosso volare
molto velocemente per andare a nascondersi dietro
gli scogli. Si ricordò di quando un marinaio,
in spiaggia, raccontava di loro, Telete e Redne,
le Sirene. Donne per metà uccello che
ammaliavano con il canto per poi uccidere la
preda e divorarla. Terribili. Un profondo senso
d'inquietudine lo avvolse e pensò a cosa
fare. -Presto, Polite, prendi la cera! -Perché
capitano?!? -Le Sirene , presto! -Le Sirene!?
-Fallo e basta! Anche Polite si ricordò
del racconto sulla spiaggia e corse ad afferrare
ciò che Ulisse chiedeva. Si cominciò
a percepire un canto dolce, che si faceva man
mano più distinto e ammaliante. -Dovete
tapparvi le orecchie con la cera il più
velocemente possibile!
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I compagni obbedirono e lui stesso stava per mettere
la cera nelle orecchie quando si bloccò. "Non
posso privarmi del canto delle Sirene -pensò-
devo sapere, ascoltare, non posso negarmi questo,
vivrei nel rimpianto; no, piuttosto preferisco pentirmene.
Ma come fare?" Diede un'occhiata alle funi arrotolate
per terra e ordinò ai compagni di essere legato
all'albero maestro. La musica cresceva sempre più
in fretta, con un ritmo incalzante che veniva scandito
forte nonostante la dolcezza del canto. La musica
si sentiva dentro, dentro lo stomaco, riempiva la
testa. Ulisse si dimenava, voleva sciogliere i nodi,
correre ad abbracciare le Sirena, anzi no, il canto
stesso. I compagni continuavano a remare , ma più
velocemente , intimoriti dalla reazione del comandante.
La sua mente era totalmente soffocata dalle note sconosciute,
ma così insistenti, così soavi. "Slegatemi!Liberatemi!Devo
andare!" continuava a gridare forte ma gridando
non riusciva a sentire il canto! Si azzittì
e scoppiò a piangere, si rese conto che anche
lui , Ulisse, lui che aveva sfidato gli dei stessi,
era un uomo, era fragile era debole. Assieme a lui
anche il canto si fece più triste ma sempre
opprimente. Non poteva, non poteva correre ad afferrare
le note, a catturare la melodia- prima su uno scoglio
, poi su un altro- e non poteva per un ordine che
lui stesso aveva dato , voleva strapparsi i capelli
dalla rabbia ma non poteva fare neanche quello. La
corda gli straziava la pelle. Con gli occhi assenti
Ulisse si arrese e assieme a lui la musica letale
che provò in un' ultimo e disperato urlo ad
ipnotizzare i marinai . Con un atroce grido Telete
e Redne si gettarono sulla nave ma , sbagliando, caddero
in mare trasformandosi in scogli. Ulisse, libero,
cadde in ginocchio, sfinito, sconvolto ma convinto
di ciò che aveva fatto. Dopo un po' si rese
conto di non essere comunque totalmente soddisfatto,
appagato , aveva bisogno di conoscere di più
, doveva sapere tutto senza dare importanza al limite.
La nave continuò tranquilla finchè non
furono avvistati degli scogli ed un gorgo mostruoso.
Erano Scilla e Cariddi. (Maria
Sofia Barile IVB)
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Lungo
le coste della Sicilia, uno dopo l' altro,
i marinai che incautamente sbarcavano nelle isolette
lungo la costa, andavano incontro ad una triste fine,
per mano di quelle malvagie e spietate creature marine
dal corpo di uccello e dalla testa di donna. Non era
però il caso degli uomini guidati dal valoroso
Ulisse, che dopo aver affrontato migliaia di avventure
impossibili (non per lui) ed essere stato avvertito
in precedenza dalla maga Circe, aveva ideato anche questa
volta ad una soluzione ingegnosa; infatti disse ai suoi
prodi di tapparsi le orecchie velocemente con della
cera prima che quelle dolci grida li ipnotizzassero
e facessero perdere loro il controllo della nave. Lui,
come al solito, per la sua curiosità, o meglio
"curiositas", volle ascoltare il canto delle
sirene; furbo com'era, si legò ad un palo della
nave, in modo da non cadere tra le braccia della morte,
e ,poco prima di rimanere ammaliato, disse: <<
Come ho superato tutte le altre avventure, supererò
anche questa; i canti potranno essere dolci, ma mai
mi affascineranno più della mia amata Penelope,
che non vedo l'ora di riabbracciare assieme al piccolo
Telemaco>>. E così, nemmeno il canto delle
Sirene riuscì a fermare l'instancabile e curioso
Ulisse che superò anche questa volta indenne
uno dei mille ostacoli affrontati per il ritorno nella
sua cara Itaca. (Carlotta
Di Stefano IVB)
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Il
canto delle Sirene ammalia Ulisse, ma la sete di conoscenza
seduce ancora oggi noi giovani: vogliamo scoprire, viaggiare
con la mente; è la seduzione intellettuale
di cui parla Maria Corti e di cui, secondo la studiosa,
le Sirene sono simbolo mitico e poetico. Con il suo
romanzo “Il canto delle Sirene”, ella ci
fa scoprire la vera natura delle Sirene attraverso quattro
racconti collocati in un arco di tempo compreso fra
la Grecia classica e i giorni nostri. Il primo
racconto è ambientato nell’antica Grecia,
quando i marinai restavano incantati dal canto delle
Sirene e dal loro sapere, finendo trascinati negli abissi
dalla loro sete di conoscenza. Quella che essi vivono
è una forma di seduzione intellettuale ad opera
delle Sirene. Il secondo racconto è ambientato
nel Medioevo, quando la raffigurazione delle
Sirene aveva subito una trasformazione sotto l’influenza
delle leggende del Nord - Europa. Mentre nell’antica
Grecia le Sirene venivano raffigurate come uccelli rapaci
con la testa di donna, nel Medioevo diventano donne
con la coda di pesce. Le Sirene incantano ancora gli
uomini, inducendoli a compiere scelte che mettono a
rischio la loro esistenza. Il terzo racconto
è ambientato nella Scandinavia dell’Ottocento.
Qui la tradizione narra che le Sirene possono assumere
l’aspetto di donna, abbandonando la coda di pesce,
come accade alla sirenetta della fiaba di Andersen.
Il quarto racconto è ambientato nella Lombardia
del Novecento, quando le Sirene conservano il loro fascino
anche se, grazie alla fiducia nella ragione e nella
scienza, l’uomo non avverte più il bisogno
dei miti e delle leggende. In uno dei racconti risulta
interessante Basilio: un personaggio al quale la scrittrice
attribuisce i propri pensieri e i propri desideri. Infatti,
così come Maria Corti ha sempre cercato di cogliere
nell’arte la profondità dell’esistenza,
allo stesso modo Basilio, pittore in Otranto di affreschi
e di oggetti d’arte, ritiene che nell’incontro
con le Sirene si possa realizzare il pieno contatto
con l’arte, in quanto le Sirene sono depositarie
del sapere. Affascinato dal mito di Ulisse, Basilio
è convinto che la storia si ripete e che la storia
di un uomo è il ripetersi della storia di uomini
vissuti nel passato. A bordo della barca diretta alla
“grotta del Malepasso”, nel Canale d’Otranto,
Basilio cerca la voce delle Sirene, spaventato dal rischio
di morire, ma eccitato all’idea di effettuare
l’incontro fortemente desiderato: l’incontro
con la conoscenza. Ulisse, Basilio, noi stessi: tutti
possiamo gustare il canto delle Sirene, la felicità
mentale! (Antonio
Sabato IVA)
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